«La norma introdurrà un tetto del 30% agli studenti che non conoscono adeguatamente l’italiano: non conterà quindi semplicemente la cittadinanza, ma la conoscenza della lingua. Saranno esclusi dal limite, ad esempio, i ragazzi che hanno frequentato la scuola dell’infanzia o un numero sufficiente di anni nella scuola italiana».
«Gli uffici scolastici territoriali coordineranno i presidi per distribuire in maniera più equilibrata gli studenti tra le scuole di prossimità; dove ciò non sarà materialmente possibile, saranno previste deroghe e un potenziamento dell’insegnamento dell’italiano».
Le parole pronunciate ieri in conferenza stampa dal ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, custodiscono il punto di caduta sul quale sta lavorando il governo per fare in modo, prima di tutto, che il decreto legge che oggi andrà in consiglio dei ministri sia applicabile; in secondo luogo, per andare incontro alle perplessità del Quirinale, la cui unica preoccupazione, a quanto ci risulta, è trovare un punto di incontro tra le esigenze del governo e il diritto allo studio dei ragazzi.
I retroscena sulla legge fra Meloni e Mattarella
Alla Verità risultano interlocuzioni, come avviene in tanti casi, tra la presidenza della Repubblica e Palazzo Chigi, anche su questo decreto. Chi ha voluto a tutti i costi leggere nelle parole di Giorgia Meloni su questo tema un attacco a Sergio Mattarella, ovvero l’opposizione di centrosinistra, è caduto (con ogni probabilità consapevolmente), in errore.
La Meloni, ospite in tv da Bruno Vespa su Rai 1, ha detto che «il presidente della Repubblica, quando era ministro dell’Istruzione, redigeva circolari che invitavano a non concentrare i ragazzi stranieri nella stessa classe, ma perché è una misura di buonsenso e che quindi mi pare sia giusto portarla avanti».
Le circolari alle quasi si riferisce la Meloni risalgono al 1989 e al 1990, quando Mattarella, ministro di uno dei governi guidati da Giulio Andreotti, raccomandava, «ove possibile», di distribuire gli studenti stranieri tra le classi e di non superare cinque alunni dello stesso gruppo linguistico.
Dai piani alti del governo osservano che chi ha voluto leggere nelle parole della Meloni un attacco a Mattarella è andato fuori strada: il decreto legge varato oggi, anzi, va «nel solco» di quanto affermava all’epoca Mattarella.
Il commento di Lupi sul presidente della Repubblica
Lo spiega bene il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «Le parole del presidente Mattarella», sottolinea Lupi, «ricordano a tutti che la scuola è il cuore della costruzione di un Paese e dell’integrazione e non vanno strumentalizzate. Peraltro le misure proposte dal governo, che non sono ideologiche né estremiste, come parte dell’opposizione vorrebbe far credere, ma di buon senso, vanno esattamente nella direzione indicata dal capo dello Stato».
«Conoscere bene l’italiano ed evitare la formazione delle cosiddette classi-ghetto, infatti, è indispensabile per integrare ed includere. Per noi la scuola è una priorità e daremo il nostro contributo in Parlamento», aggiunge Lupi, «partendo dalla convinzione che al centro del percorso educativo debbano esserci i suoi tre protagonisti fondamentali: studenti, insegnanti e famiglie, il cui coinvolgimento è fondamentale».
Le deroghe di cui parla Valditara sono, del resto, inevitabili. Ci sono quartieri dell’Italia dove la popolazione scolastica, che corrisponde ovviamente a quella residente, è per la maggioranza formata da studenti stranieri: in questi casi diventa semplicemente impossibile rispettare il tetto del 30%, per motivi di stretta e inoppugnabile matematica. Né è pensabile obbligare queste famiglie a portare ogni mattina i figli a scuola a decine di chilometri di distanza, pur di far rispettare la normativa.
La visione della scuola di Meloni e Mattarella
Come purtroppo spesso accade, si è voluto, da parte di politici interessati e osservatori con pregiudizi, trovare nelle parole di Giorgia Meloni un secondo fine irriguardoso nei confronti di Mattarella, o peggio ancora una risposta alle parole dello stesso capo dello Stato, che 24 ore prima, inaugurando l’anno scolastico a Amatrice, uno dei luoghi simboli della ricostruzione del terribile terremoto del 2016, aveva detto: «La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere, a rendere più sicure le nostre comunità, a unire e a non lacerare, superando i muri della diffidenza e dell’incomunicabilità».
«La scuola», aveva aggiunto Mattarella, «è chiamata a produrre coesione sociale».
Al di là delle schermaglie, quello che conta è che il provvedimento va avanti e, come detto, sarà oggi approvato in consiglio dei ministri, con gli accorgimenti necessari a renderlo pienamente applicabile e a produrre gli effetti desiderati.
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