Saranno in Consiglio dei ministri oggi le norme per distribuire nelle aule in modo più razionale gli alunni che non parlano italiano. Nessuna futura classe ghetto ma soltanto un tetto da rispettare. E Giorgia Meloni ha ricordato, scatenando le polemiche dell’opposizione, nel salotto di Porta a Porta intervistata da Bruno Vespa: «Quando il presidente della Repubblica era ministro dell’Istruzione redigeva circolari che invitavano a non concentrare ragazzi stranieri nella stessa classe e a non superare cinque alunni dello stesso gruppo linguistico».
Il tetto poi compariva in una nuova circolare del 2010, affidata alla buona volontà delle scuole. L’obiettivo lo stesso di oggi: non superare il tetto del 30% di studenti stranieri in classe. Non per creare discriminazione e divisione ma per consentire una migliore integrazione a cominciare dalla conoscenza della lingua italiana.
Il tetto agli stranieri e il criterio linguistico
«La nuova norma sul tetto agli stranieri nelle aule sarà un decreto legge perché occorre intervenire subito» aveva anticipato il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, anche se alla bozza mancherebbero i visti tecnici necessari a giustificare la straordinaria necessità e urgenza previste dalla Costituzione. «Saranno esclusi dal limite i ragazzi che hanno frequentato la scuola dell’infanzia o un numero sufficiente di anni nella scuola italiana». Il tetto vale anche per gli studenti dell’Unione europea che non parlano l’italiano. Valditara ha ribadito che «il criterio è puramente linguistico. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire», ed ha evidenziato la centralità della lingua come strumento di integrazione: «La norma riguarderà da quest’anno i nuovi arrivi, ma sia chiaro, non disarticoliamo le classi».
I dubbi dei presidi sul trasferimento degli alunni
Il pacchetto di misure sulla scuola in Cdm suscita diverse perplessità soprattutto sul piano tecnico. A sollevarle è Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi: «In termini didattici la questione è fondata e condivisibile, per varie ragioni anche didattiche, ma è difficile trovare una soluzione tecnica». L’ostacolo principale riguarda la vicinanza dell’istituto alla casa delle famiglie. Per gli asili e le elementari, i genitori scelgono infatti la scuola del proprio quartiere: spostare i bambini per chilometri solo per rispettare una quota rischia di ostacolare il loro diritto allo studio, un principio tutelato dalla Costituzione.
Burqa, niqab e il «pacchetto islam politico»
Nella bozza che diventerà un decreto c’è anche il divieto di indossare il burqa e il niqab a scuola, ma ci sarebbe anche un’altra proposta di legge che va a «intervenire su luoghi di culto, predicatori e finanziamenti all’estero», quello che il leader della Lega Matteo Salvini definisce «il pacchetto islam politico». «È una battaglia di civiltà: se vogliamo combattere il patriarcato e l’isolamento della donna non possiamo considerare strumenti che la considerano inferiore. Noi non inseguiamo Vannacci, semmai è lui che insegue noi», ha spiegato il leghista Valditara.
Su Futuro nazionale, Salvini ha incalzato: «Vannacci sta votando continuativamente contro il governo, lui si deve mettere d’accordo con sé stesso. Sul pacchetto islam politico portato avanti dalla Lega spero che votino a favore». «Qua bisogna preoccuparsi della cristianofobia, non dell’islamofobia, tra poco ci sarà la caccia al cristiano e la caccia all’ebreo», è lo scenario preconizzato dal vicepremier. Che in serata, ospite di Bruno Vespa, dice che è la sinistra a volere «le classi ghetto. La sinistra cerca nuovi elettori, nuovi schiavi, nuovi cittadini, anche se non parlano italiano».
Nel frattempo pare che Roberto Vannacci si sia complimentato con Giorgia Meloni per il nuovo decreto affermando però che «questi provvedimenti dovevano arrivare anni fa» e ricordando anche lui in un post sui social che «fu proprio Mattarella, nel 1990, quando era ministro della Pubblica istruzione nel governo Andreotti VI, a promulgare una circolare che prevedeva la ripartizione degli alunni stranieri in ragione di “qualche unità soltanto per classe” per promuoverne l’integrazione».
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