Secondo i dati comunicati ieri mattina dall’Istat, il rapporto deficit/Pil italiano nel 2025 si attesta al 3,1%: il nostro Paese quindi, a meno di improbabili revisioni più favorevoli tra un mese da parte dell’Eurostat, non potrà uscire dalla cosiddetta «procedura d’infrazione» cui sono sottoposti gli Stati che violano alcuni dei parametri macroeconomici previsti dai Trattati.
I numeri del deficit e del debito
Prima i numeri: invariato, come detto, il rapporto deficit/Pil rispetto alle stime di aprile. Quindi, l’Istat certifica – sempre per il 2025 – una revisione al rialzo sia per le entrate sia per le uscite, e un debito pubblico al 136,7% del Pil. La pressione fiscale sale al 42,9%, ma c’è una revisione positiva pure per il Pil stesso: nel 2025 siamo cresciuti dello 0,6% e non dello 0,5%. Il dato 2024 è invece aumentato dell’1,1% e non dello 0,8%.
Sempre ieri, Fitch ha rivisto al rialzo le stime sul Pil 2026: da 0,6 a 1%. Piccolo paradosso: qualora, rispetto al 2025, si stesse facendo oggi una sottovalutazione pari a quella verificatasi per il 2024, significherebbe che il rapporto deficit/Pil che ci condanna potrebbe già essere sotto la fatidica soglia.
Ma cosa significa in concreto il 3,1%? Niente. In «procedura» eravamo, in procedura restiamo (come altri nove Paesi Ue, più di un terzo del totale), con una differenza: potrebbe diventare più difficile aprire una voce di bilancio aggiuntiva concessa dalla Ue per investimenti sulle «rinnovabili». Una possibilità di cui il governo intendeva avvalersi, ma che significa guadagnare capacità di spesa in manovra vincolata a un vaglio della Commissione sulle finalità della spesa stessa (diminuire la dipendenza da fonti fossili).
Lo scostamento e la prossima manovra
La comunicazione dell’Istat consegna al Mef e alla politica tutta un rovello quasi filosofico: l’intero sforzo fatto per uscire dalla procedura d’infrazione e non rientrarci sarebbe stato raggiunto a un prezzo paradossale, ovvero perdere margini di «manovra» nella prossima Legge di bilancio. Ovvero l’ultima prima delle elezioni.
Ribaltando la stessa logica, ha cominciato a farsi largo in maggioranza un ragionamento simmetrico, che più o meno suona così: visto che il 3% non è un obiettivo raggiunto, sforare per sforare tanto vale rompere gli indugi e varare in Aula uno scostamento di bilancio che permetta di realizzare misure significative sul 2027.
Non stupisce che sia la Lega a spingere questi argomenti: Matteo Salvini guida un partito posizionato contro il senso stesso dei vincoli europei, ed è giusto ricordare che anche il ministro Giancarlo Giorgetti, spesso lodato per la prudenza sui conti, ad aprile aveva dichiarato: «Tutto questo dibattito rispetto all’uscita della procedura di deficit eccessivo mi interessava moltissimo fino al 28 febbraio del 2026 (inizio della guerra in Iran, ndr). Dopo, mi interessava assolutamente meno. È chiaro che il quadro fotografa una realtà che meriterà, urgentemente, di essere approfondita a brevissimo con decisioni di natura politica. L’Italia potrebbe fare da sola sullo scostamento di bilancio? Non lo escluderei».
È difficile dire che il quadro sia, da allora, migliorato. Dunque, resterà da capire cosa si celi, da qui a fine anno, nel cauto «avanti con la tabella di marcia» scandito da Giorgia Meloni ieri sera, a sancire l’abituale equilibrio della leader di Fdi tra una Lega più decisa a sfidare Bruxelles e una Forza Italia più aderente al mantra dei conti in ordine.
Di certo resta il pertugio stretto di una manovra comunque difficile, e l’evidenza di una sproporzione insostenibile di regole che condizionano le risposte dei governi a cifre obiettivamente insignificanti. Ovviamente il «rispetto delle regole» è un argomento sempre valido, ma allargando lo sguardo è difficile non cogliere un mutamento radicale nel contesto.
Da Merkel e Sarkozy al nuovo scenario europeo
Il 23 ottobre 2011, al palazzo Justus Lipsius di Bruxelles bastarono 19 secondi di muti sorrisetti tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per spingere ancor di più l’Italia nella crisi dello spread e abbattere il governo Berlusconi. Francia e Germania apparivano Paesi stabili affidati a leadership solide, la cui diarchia indirizzava Consiglio europeo e Commissione nella gestione della crisi.
Oggi, i disastri di quell’indirizzo politico-economico si contano in tonnellate di macerie industriali, di welfare distrutto e mancata crescita. Come sarebbe il nostro Pil, e quindi il famoso rapporto deficit/Pil, senza il green deal e la deindustrializzazione che esso ha determinato nelle filiere, nell’occupazione e nei salari? L’Italia presenta, nonostante ciò, un avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi per onorare il debito) che sempre ieri l’Istat ha quantificato in quasi 17 miliardi e mezzo: quanto, nel servizio del nostro mega debito pubblico, paghiamo anche per scelte fuori dalla nostra portata come quelle della Bce sul costo del denaro e la gestione del debito stesso?
L’austerity e la sfida alle regole Ue
Quindici anni fa era forse comprensibile cadere nel grande equivoco (o inganno) dell’austerity salutare. Oggi sarebbe un delitto socio-politico-economico. Berlino ha un governo che sta su con lo sputo, e che accusa il presidente del Consiglio Ue di essere «completamente fuori dalla realtà» sui conti. Parigi praticamente non ha un esecutivo, presenta problemi capitali di finanza pubblica e viaggia verso un deficit al 5,4% del Pil (e un debito verso il 120%) senza che nessuno si preoccupi di procedure d’infrazione.
Forzare la mano sulle regole Ue e sui mercati con uno scostamento rilevante non è, come ovvio, un’operazione priva di rischi. È però diventato chiaro al governo e all’opinione pubblica che non c’è mai stato un momento politicamente più propizio e indicato per farlo. L’alternativa è lasciare onori e oneri ad Afd e alla Le Pen, con conseguenze e modalità forse meno controllabili.
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