Stando ai sondaggi Giorgia Meloni gode di buona salute. Alla buona salute di Giorgia Meloni non corrisponde pari salute del centrodestra, sempre stando ai sondaggi. Detto in termini piuttosto crudi e amari, ho l’impressione che stia succedendo a Giorgia Meloni quello che succede a certe piante, anche particolarmente robuste, tanto robuste da non indebolirsi nonostante intorno al tronco si avvolgano altre piante talora infestanti. Ma anche quando non lo siano, rovinano la purezza e la visibilità del tronco stesso.
Io penso che intorno a Giorgia Meloni, e soprattutto al governo, stia avvenendo un po’ questo. Tali piante hanno vari nomi: speranza di un pareggio alle elezioni per fare un grande inciucio guidato da Sergio Mattarella, come riferito a una cena da un suo collaboratore; tutti questi presunti o reali scandali e scandaletti che coinvolgono alcuni ministri; manovre di alcuni poteri forti per avere un altro governo non eletto dal popolo, ma tecnico; personaggi e personaggetti che circondano il premier non essendone all’altezza; questo eterno ritorno, non nietzschiano ma pacchiano, dell’idea di un grande centro che elimini gli estremi e che in modo illuminato, finalmente, disegni un futuro radioso: se non per il Paese, almeno per le natiche di chi andrebbe a costituire questo centro, guadagnandosi uno scranno sul quale poggiare le suddette.
Come dicevo a proposito del tronco, essendo in questo caso forte, per ora i sondaggi dicono ancora che è buono, ma di qui alle elezioni c’è più di un anno e, quindi, occorrerebbe estirpare queste piante. Cosa fare? Decidersi a dare segnali molto forti in tre direzioni. La prima è quella fiscale. Il governo in tre anni ha calato le tasse di 33 miliardi circa sulle buste paga. Bene. Occorre avere il coraggio di scostarsi dai vincoli del 3% del deficit/Pil per mettere in tasca ai ceti medio-bassi dai 100 ai 150 euro al mese in più. La manovra costa oltre 25 miliardi, ma se non si fa una cosa del genere nessuno si accorgerà in Italia che il governo sta abbassando le tasse. Ricordiamo che in Europa sono sei i Paesi con un deficit pari o superiore alla soglia minima del 3% fissata dai Trattati. Noi siamo al 3,1%. La Francia al 5,5, il Belgio al 5,2, la Slovacchia al 4,5. Perché la Francia può permettersi di stare al 5,5 e noi no? La domanda a cui rispondere è la seguente: seguire la via della rigidità imposta dalla Ue per avere il consenso dell’Europa stessa nonché delle agenzie di rating, come fatto finora soprattutto dal ministero dell’Economia, o sfondare il tetto del deficit per dare fiato alle famiglie e ai consumi? La cosa non è opzionale, ma dovuta ai cittadini ai sensi della Costituzione, perché da anni viene loro imposto un peso fiscale superiore alla loro capacità contributiva (secondo l’articolo 53 della Costituzione essa è un diritto inviolabile e l’Italia lo viola regolarmente da anni). Questa è la pianta che avvolge il tronco nel modo più significativo. Togliere di mezzo questa sterpaglia fiscale certamente contribuirebbe a dare l’impressione che questo tronco è solido e che le sue fronde non costituiscono un intralcio alla crescita dei redditi.
Vorrei far notare che il nostro problema del debito pubblico fondamentale è quello se i risparmiatori continuino a comprare i titoli del debito oppure no. E vorrei far notare anche che in questi anni, anche in momenti ben peggiori di quello che stiamo attraversando, la domanda alle aste che vengono periodicamente fatte dal Tesoro di coloro che vogliono acquistare questi titoli è stata sempre superiore all’offerta. Questa è la dimostrazione che il mondo finanziario crede alla solidità del nostro debito pubblico più che in altri Paesi, anche perché tale mondo finanziario sa che l’Italia ha un debito pubblico che, se sommato al risparmio privato, è notevolmente inferiore ad altri Stati, Germania e Francia compresi. Abbiamo inoltre riserve auree che altri Paesi europei neanche immaginano di avere. La seconda riguarda la sicurezza nelle stazioni. Occorre un repulisti radicale continuativo che permetta finalmente l’accesso alle stazioni in condizioni di sicurezza certa e apprezzabile. È qualcosa di fattibile, non si tratta tra l’altro di spendere particolari cifre per poterlo fare.
La terza. Ripulire dalla presenza criminale almeno una cinquantina di periferie italiane in modo che ciò avvenga, pur limitatamente, ma in tutte le parti del Paese.
Sono questi gli unici problemi che hanno gli italiani? Certamente no. Ma è altrettanto certo che intervenire su questi andrebbe a ristabilire l’esercizio di alcuni diritti, tra i quali il rispetto della capacità contributiva, la libertà di circolazione (vedi arrivi e partenze dalle stazioni ferroviarie) nonché la libertà dalla paura nei quartieri disagiati delle città. Io non posseggo la palla di vetro, né sono un sondaggista, né un esperto di ricerche demoscopiche. Molto più modestamente, per la professione che svolgo, conosco abbastanza gli umori del popolo e soprattutto di quella parte che non va più a votare perché non si fida più di nulla e di nessuno. Più soldi in tasca, più sicurezza per chi viaggia (in particolare i pendolari), più sicurezza quando si esce di casa nei quartieri più popolari (dove vive la maggioranza delle persone). Sarebbero tre segnali chiari, indiscutibili, attesi da almeno vent’anni che, certamente, spazzerebbero via molte delle sterpaglie che avvolgono il tronco del quale stiamo parlando. Meno sterpaglie ci sono e più i cittadini si fideranno di questo tronco e di questo albero costituito da Giorgia Meloni e il suo governo. Altrimenti, secondo me, sono cazzi amari.







