Alberto Trentini, il cooperante veneziano di 46 anni detenuto in Venezuela da 423 giorni è stato liberato insieme all'imprenditore torinese Mario Burlò. Il premier Meloni ha ringraziato la presidente Rodriguez per la collaborazione.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.
«Il governo italiano si occupa della vicenda Trentini quotidianamente da 400 giorni, e come sappiamo non è l’unico. Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». Così il premier nella tradizionale conferenza stampa di fine anno.
«È molto doloroso non potere riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei». «Saluto con gioia la liberazione degli altri italiani, io sono fiduciosa, voglio dire che il segnale dato dalla presidente venezuelana è nel senso della pacificazione e lo cogliamo e penso anche che possa rappresentare un elemento molto importante nella relazione tra l’Italia e il Venezuela», afferma inoltre il premier parlando del caso Trentini.
Un frame del video che mostra l'assalto ai ragazzi di Gioventù nazionale
Quattro ragazzi di Gioventù nazionale sono stati assaliti da un gruppo di Antifa, ma la sinistra politica per lo più tace. O punta il dito contro le braccia tese di Acca Larentia. Chiedono sempre alla Meloni di rispondere della «matrice»: adesso riconoscano la loro.
Stavolta non si può nemmeno dire che bisogna attendere chissà quale indagine o inchiesta giornalistica: il video diffuso dai militanti di Gioventù nazionale è piuttosto chiaro. Si vedono i cosiddetti Antifa avanzare in gruppo, una decina, verso quattro ragazzi di destra, e poi via con le legnate. Hanno le spranghe, mollano calci e pugni, casomai le armi non bastassero. Tutto si è svolto a Roma, nel parcheggio di un supermercato. I militanti meloniani stavano attaccando manifesti nel giorno della commemorazione di Acca Larentia, e sono stati assaltati da un commando nella migliore tradizione della violenza politica da anni di piombo. Vedremo poi se la Digos fermerà qualcuno per l’aggressione.
Niente di strano, per chi abbia una pur superficiale conoscenza dell’attivismo: queste scene si ripetono da tempo immemore, spesso nella stessa maniera vigliacca. Di solito, la stampa e la politica progressiste usano ripetere che «la violenza è fascista» per definizione. È una bugia, ovviamente, ma che tutti sembrano avere serenamente accettato. E infatti, guarda un po’, anche in questa occasione non si respira certo grande sdegno per le legnate ammollate ai destrorsi. La sinistra politica ha per lo più evitato di fiatare in merito all’aggressione, per quanto fosse chiarissima e conclamata. Non un moto onesto di solidarietà, non una parola chiara di condanna o riprovazione, al massimo qualche riflessione persa in un mare di distinguo.
Dice ad esempio Francesco Boccia del Pd che «c’è un clima preoccupante. L’aggressione ai ragazzi di Gioventù nazionale e i colpi di pistola contro la sede della Cgil a Primavalle sono gravissimi. C’è una tensione alta che le forze politiche devono, tutte, stemperare». E fin qui è un bel pastone ma accettabile. Ecco però la precisazione: «È necessario», spiega Boccia, «essere netti nelle prese di distanza da violenze verbali e fisiche. Serve una assunzione comune di responsabilità. E vedere centinaia di braccia alzate che facevano il saluto romano, nel ricordo di Acca Larenzia, senza che ci fossero parole di critica e prese di distanza da parte dei partiti della destra mi ha preoccupato». Ah, ma dai, occorre esser netti. Meloni dovrebbe distinguersi da gente da cui ha preso le distanze da anni, ma il Pd può fare finta che gli sprangatori rossi siano passanti senza storia e senza connotazione politica.
È un atteggiamento che non stupisce affatto, per carità. Ma che stona in maniera irritante con tutte le patetiche uscite di tutti i leader e leaderini e mezze tacche progressiste che hanno passato anni a blaterare di «matrici». Ve lo ricordate? Dicevano: «Giorgia Meloni riconosca la matrice!». Che si trattasse dell’assalto alla Cgil o di una baruffa in centro storico, di una strage del passato o di un fatto di guerra, il coro intonava sempre la stessa richiesta: la matrice, la matrice! E allora adesso la riconoscano loro, la matrice. Affermino che è una matrice antifascista, e ammettano che il più delle volte l’antifascismo - oggi - è questo: violenza di piazza e di strada ai danni degli avversari politici.
Sappiamo già che non diranno niente del genere, mai. Continueranno a usare i soliti metodi: evitare, ignorare, censurare, giustificare. Lo hanno fatto dopo l’attacco alla Stampa, dopo ogni manifestazione in cui i sedicenti pro Pal hanno scatenato la guerriglia in strada, dopo ogni espressione di odio politico. Quando a pestare sono gli amici, si tace o si approva e si passa oltre. Anzi, spesso se le vittime appartengono a qualche titolo al mondo della destra, si cerca di suggerire che si siano meritato il trattamento brutale, le si demonizza e le si accusa.
In questo caso l’operazione di mistificazione è difficile da svolgere. Il commando antagonista ha aggredito dei giovani che non avevano nulla di bellicoso, e li ha menati anche forte, con colpi di bastone e di casco da moto. Le immagini sono evidenti: non sono stati assaliti chissà quali energumeni tatuati, chissà quali gerarchi in divisa. Se la sono presa, in branco acefalo, con dei ragazzi disarmati e inoffensivi. Proprio come avvenne nel 1978 ai ragazzi che stavano nella sede del Movimento sociale ad Acca Larentia: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta furono assaltati da un commando rosso e finirono ammazzati. Intensità diversa, ma identici metodi (appena diverso il discorso per Stefano Recchioni, morto poco dopo duranti gli scontri di piazza con le forze dell’ordine).
I politici tuttavia sorvolano. E i giornali danno manforte. Ieri qualcuno non aveva nemmeno la notizia in prima pagina. Altri parlavano di generica aggressione, senza citare le ragioni politiche dell’assalto, senza aggiungere commenti strappalacrime o allarmi sulla tenuta della democrazia, come sempre avviene quando invece sono coinvolti a vario titolo militanti sinistrorsi.
In compenso, c’è grande attenzione a quanti hanno partecipato al tradizionale rito del presente. Dalle agenzie di Stampa si apprende che «la procura di Roma è in attesa delle informative da parte delle forze dell’ordine sulla commemorazione di Acca Larentia, che ha visto la partecipazione di oltre 1.000 appartenenti a movimenti di estrema destra, molti vestiti di scuro e incappucciati. Dopo l’arrivo del dossier da parte delle forze dell’ordine, i pm di piazzale Clodio apriranno formalmente un fascicolo di indagine per violazione delle leggi Mancino e Scelba».
Chiaro no? I veri violenti su cui insistere sono quelli che fanno i saluti romani in ricordo dei morti, mica quelli che bastonano.
Su questo (e non sul resto) si è espresso Angelo Bonelli di Avs, spiegando che l’appello alla pacificazione pronunciato da Giorgia Meloni contro la violenza politica non è «credibile se viene pronunciato proprio nel giorno in cui centinaia di neofascisti si radunano per fare apologia del fascismo, tra saluti romani e croci celtiche». Già, invece i militanti Antifa sono chiaramente impegnati a pacificare, a diffondere l’amore. Lo fanno con le spranghe non perché siano cattivi, ma solo per risultare un po’ originali.
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2026-01-07
Il governo pressa i cinesi: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto
(Getty Images)
Se Pechino resta nell’azionariato del gruppo degli pneumatici a marzo scatta il divieto di vendita sul mercato Usa. La Meloni è pronta a usare i poteri speciali.
C’è un momento, nella vita delle aziende globali, in cui la geopolitica smette di essere un concetto astratto e diventa una fattura da pagare. Per Pirelli quel momento ha una data precisa: marzo. Manca poco al momento in cui a Washington esporranno il cartello con scritto: vietato l’ingresso. Non un difetto di fabbrica, non un richiamo di sicurezza. Un problema legato al passaporto cinese dell’azionista di riferimento. E così il governo Meloni si ritrova con il piede sull’acceleratore dei poteri speciali e l’altro sul freno della diplomazia. Perché il messaggio che arriva da Washington non ammette interpretazioni creative: se Pechino resta dentro, Pirelli resta fuori. Fuori dal mercato Usa, fuori da un quinto dei ricavi.
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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