I banchi della maggioranza durante la discussione sulla legge elettorale alla Camera
banchi della maggioranza durante la discussione generale alla Camera sulla legge elettorale (Ansa)

Il tormentato percorso della nuova legge elettorale è arrivato all’ultimo chilometro: ieri è iniziata la discussione generale in aula alla Camera, dove oggi è previsto il primo passaggio «a rischio», ovvero il voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità che verranno presentate dalle opposizioni. Fino a ieri ne erano state presentate 5, potrebbero aggiungersene altre, ma il voto sarà comunque uno solo.

Il primo voto segreto alla Camera

Già mobilitati gli «osservatori» anti franchi tiratori, ovvero sentinelle dei partiti di maggioranza che dalle tribune cercheranno di controllare come si muovono le mani dei deputati all’interno della piccola postazione che contiene i tasti da premere.

Parole d’ordine: evitare a tutti i costi che si ripeta l’incidente di metà luglio, quando l’emendamento sui capolista bloccati e le preferenze fu bocciato per un voto, con conseguente psicodramma nel centrodestra. Da lì la legge è passata al Senato, dove l’emendamento è stato ripresentato e stavolta approvato con il voto palese.

La legge elettorale torna a Montecitorio

Le modifiche introdotte a Palazzo Madama hanno reso necessario questo terzo passaggio a Montecitorio, dove il governo ha posto la fiducia, che si vota a scrutinio palese. Non mancano però un paio di «trappoloni»: quello di oggi sulle pregiudiziali, ma anche la votazione finale sulla legge, che segue i voti di fiducia e sulla quale può essere chiesto il voto segreto. I voti di fiducia e quello finale sono previsti la prossima settimana, tra lunedì e mercoledì.

Le questioni di fiducia dovrebbero essere tre: sugli articoli 1 e 2 della legge, quelli sulle preferenze modificati dal Senato, e sull’articolo 3, che riguarda il collegio del Trentino. Il testo approvato dal Senato, e ora all’esame della Camera, lo ricordiamo, prevede un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento del 3% e del 10% per le coalizioni.

Meloni mette in guardia la maggioranza

Sono previsti inoltre un premio di 70 deputati e 35 senatori per la lista o coalizione che superi il 42% in entrambe le Camere, capilista bloccati e fino a tre preferenze. Il premio verrebbe assegnato attraverso liste bloccate scelte dai partiti. La riforma stabilisce anche l’obbligo di indicare il candidato premier e modifica i criteri per la raccolta delle firme necessarie per presentarsi alle elezioni.

Giorgia Meloni ha avvertito i parlamentari di maggioranza: se anche stavolta dovesse verificarsi un incidente come quello di luglio, si va tutti a casa. Le opposizioni vanno all’attacco, cercando in particolare di stimolare il disappunto delle parlamentari: «Attenzione ai cavilli», dice a Vanity Fair la presidente di Azione, Elena Bonetti, che ha definito Macellum il testo, «la legge non obbliga a candidare le donne del listone come capolista.

Puoi avere tutti i capolista uomini, e far correre le donne al secondo posto con le preferenze: questa legge non impedisce che gli unici posti bloccati possano essere di soli uomini. Se poi nessuna delle due coalizioni principali arriva al 42%, il premio non scatta e siamo a zero donne. Gli scenari che abbiamo messo in campo, con stime di 15/20% (di donne elette nel futuro Parlamento, ndr) sono di fatto scenari ottimistici. È una bella trappola. Chi non ci crede vada a controllare: articolo 1, comma 10, lettera d».

La sfida sulle quote rosa

Intanto, si ragiona sulla tornata amministrativa della prossima primavera, con al voto le principali città italiane: Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. A Milano ha già annunciato la sua candidatura alle probabili primarie il giornalista Mario Calabresi, che potrebbe sfidare Pierfrancesco Majorino. Elly Schlein per ora non si sbilancia: «Secondo me», dice il sindaco Giuseppe Sala, «la Schlein non sta parlando di Milano e delle comunali più che altro perché lo ritiene prematuro e perché la via principale che vede sono le primarie a inizio anno. Io penso che ne fa molto una questione di tempi. Penso che consideri le primarie una via abituale e anche importante e siccome crede nelle primarie sa che, idealmente, vanno fatte tre mesi prima perché se le fai troppo presto poi non funzionano».

La partita per Milano

E il centrodestra? I nomi in campo sono il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi, l’europarlamentare della Lega Silvia Sardone e il forzista Matteo Perego di Cremnago, molto amico di Luigi Berlusconi, ultimogenito di Silvio. «Per me», dice il leader del Carroccio Matteo Salvini, «Silvia Sardone, attuale consigliere comunale di Milano, profonda conoscitrice non solo del centro, ma anche di tutte le periferie di Milano, laureata alla Bocconi con un dottorato di ricerca, attualmente europarlamentare più votata a Milano e in Lombardia, sarebbe un ottimo sindaco».

Futuro nazionale ha già lanciato la candidatura del generale in congedo Carmelo Burgio, ma Roberto Jonghi Lavarini, il «barone nero» già nel Msi e An e ora esponente del partito di Roberto Vannacci, spariglia le carte: «Il mio candidato ideale? A parte quello di bandiera», dice Jonghi Lavarini, a quanto riporta la Dire, «l’ottimo generale Burgio, per una coalizione unita, il volto migliore, nuovo, giovane, perbene, lombardo doc, è quello di Matteo Perego di Cremnago. Credo che per vincere le elezioni comunali di Milano, serva umiltà, intelligenza e unità di tutte le forze su un programma civico condiviso».

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