Ve li ricordate? Erano quelli che nell’autunno del 2022 davano il governo per spacciato entro Natale. Quelli dello spread alle stelle, dei mercati in fuga, dell’Italia commissariata da Bruxelles nel giro di qualche mese. Sono passati quattro anni. Il governo Meloni è ancora lì e, numeri alla mano, l’economia italiana non è mai stata così vicina al decollo.
Non è propaganda di Palazzo Chigi: è scritto nero su bianco nel Documento programmatico di finanza pubblica presentato due giorni fa al Consiglio dei ministri. È un testo di 158 pagine che i soliti noti faranno finta di non aver letto.
La crescita per Pil italiano con il governo Meloni
Partiamo dalla crescita. Ad aprile il ministero dell’Economia stimava per quest’anno un Pil a +0,6%. Ora la previsione sale all’1%, quasi il doppio. Non è una speranza, perché la crescita già acquisita nei primi sei mesi è dello 0,8%. Per dare un’idea, Commissione europea e Fmi accreditavano all’Italia un misero 0,5%, l’Ocse e l’Ufficio parlamentare di bilancio si fermavano allo 0,9%. Il governo ha fatto meglio di tutti.
Ma c’è di più. Il quadro programmatico, quello che sconta le scelte della prossima manovra, spinge il Pil allo 0,8% nel 2027 e allo 0,9% nel 2028, due decimi e un decimo in più del tendenziale. Il Pil nominale, quello che conta per i conti pubblici, crescerà del 3,2% l’anno prossimo.
E tutto questo mentre il conflitto tra Stati Uniti e Iran tiene il Brent sopra i 90 dollari al barile, il gas sul mercato europeo è salito del 48% in un trimestre e la Bce ha ripreso ad alzare i tassi. Altri, con condizioni infinitamente migliori, hanno prodotto solo stagnazione e debiti.
Come è migliorata l’occupazione
Poi c’è il lavoro, il capitolo su cui la sinistra ha costruito per anni la propria narrazione del Paese povero e precario. La disoccupazione, che nel 2025 era al 6,1%, scenderà quest’anno al 5,7 e continuerà a calare fino al 5,5% nel 2029. Nel solo 2026 l’occupazione crescerà dell’1,2%.
E i salari? Anche qui i numeri raccontano una storia diversa da quella che si sente nei talk show. L’inflazione, spinta quest’anno dallo choc energetico al 3%, è prevista in discesa al 2,3% nel 2027 e all’1,6% nel 2028.
Le retribuzioni, invece, cresceranno del 2,7% nel 2027 e del 2,3% nel 2028. Cioè più dei prezzi. Significa che il potere d’acquisto delle famiglie torna a salire. Perfino la produttività oraria, la grande malata dell’economia italiana, rialza la testa: dal -0,5% del 2025 passa a +0,2% nel 2027 e a +0,3% nel 2029.
Arriviamo ai conti pubblici, dove i gufi avevano puntato tutte le fiches. Il deficit quest’anno scende al 2,9% del Pil, sotto la fatidica soglia del 3%, e a legislazione vigente continuerà a ridursi fino al 2,2% nel 2029. Il risultato è che l’Italia potrebbe uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo già sulla base dei dati del 2026, con il via libera atteso nella primavera prossima. Quella procedura, giova ricordarlo, è l’eredità dei bonus edilizi degli anni precedenti.
La (saggia) moderazione del governo italiano nella spesa
E qui va detto con chiarezza: il governo avrebbe potuto spendere molto di più. La clausola europea consente di arrivare all’1,5% del Pil all’anno, l’Italia si fermerà allo 0,6%. Per il 2027 non serve alcuna manovra correttiva, mentre per il 2028 e il 2029 il documento parla di spazi per una manovra «moderatamente espansiva». Altro che lacrime e sangue. Intanto la crescita della spesa netta resta sotto il tetto fissato dall’Europa, 5,9% cumulato contro il 6,2% consentito, e la pressione fiscale rimane ferma al 43%.
L’avanzo primario, cioè la differenza tra entrate e spese al netto degli interessi, sale all’1,2% del Pil quest’anno e arriverà al 2,4% nel 2029. Resta il debito, il totem su cui si sono esercitati per anni economisti e commentatori. Sì, sale fino al 138,5% nel 2027. Ma il motivo è scritto nel documento: l’impatto di cassa dei crediti edilizi maturati tra il 2020 e il 2024, cioè il conto del Superbonus che qualcuno ha firmato e qualcun altro sta pagando. Esaurito quell’effetto, il debito riprende una «decisa discesa» e arriva al 136,6% nel 2029.
I prossimi obiettivi di crescita del Pil italiano
E le riforme cominciano a pagare. Secondo le stime del ministero, quelle già realizzate con il Pnrr porteranno il Pil, entro il 2031, a un livello più alto del 3,9% rispetto a uno scenario senza Piano. Gli investimenti realizzati aggiungeranno un altro 1,4%, le misure ancora da completare l’1,3%. Nello scenario favorevole l’effetto complessivo arriva al 9,2%. Non a caso la crescita potenziale dell’Italia, la velocità di crociera dell’economia, è stata rivista al rialzo allo 0,9% medio nel 2026-2029, contro lo 0,7% stimato ad aprile.
Il governo ha già messo nero su bianco i prossimi traguardi: un taglio del 90% delle cause civili pendenti entro il 2028; asili nido per un bambino su tre entro il 2027; 3,5 miliardi di sussidi dannosi per l’ambiente da eliminare entro il 2030; incentivi per 37 gigawatt di nuove rinnovabili; fino a 400 milioni l’anno per l’idrogeno.
Insomma, dopo quattro anni il quadro è questo: crescita superiore alle attese, lavoro in aumento, salari che tornano a battere l’inflazione, deficit sotto controllo, debito destinato a scendere e investimenti che non crollano. Si può discutere di tutto, naturalmente. Ma chi continua a raccontare un’Italia sull’orlo del baratro dovrebbe almeno avere la cortesia di leggere i numeri. Perché i numeri, a differenza delle profezie, non si possono smentire con un’intervista.
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