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Elezioni anticipate bocciate in coro. La Meloni in Parlamento il 9 aprile
Giorgia Meloni (Ansa)
Incassata la prima débâcle, il presidente del Consiglio riferirà in Aula sulle sorti del governo. Ai suoi dice: «Lasciamoci quel risultato alle spalle e andiamo avanti». Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida scettici sul ritorno alle urne.
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Tajani chiude la porta al voto anticipato. E la Lega conferma: no al rimpasto
Antonio Tajani (Imagoeconomica)
Il leader del Carroccio riunisce i dirigenti e blinda la squadra: «Siamo leali e responsabili, c’è fiducia in tutti i ministri».

Ambienti di governo negano ma ci deve esser stata per qualche ora la tentazione di andare al voto. Argomento chiuso, il pensiero se mai si è avuto è passato, seppellito. Questo si ripete adesso. Troppi i rischi e le incognite che si aprono una volta che si riconsegna il mandato al Colle, ma soprattutto si perderebbe credibilità.

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Avvoltoi su Giorgia
Giorgia Meloni (Ansa)
Non solo Colle e stampa progressista tifano per il governissimo, ma spinge pure parte degli industriali. Però anche i sondaggi dicono che il centrodestra resta davanti. Rimettere il mandato sarebbe un errore.
Se è vero che i veri amici si vedono nel momento del bisogno, è vero anche il contrario. Da qualche giorno, dopo la vittoria del No al referendum e dopo le dimissioni di Andrea Delmastro, di Giusi Bartolozzi e di Daniela Santanchè, hanno cominciato a levarsi in alto i primi avvoltoi. Ruotano intorno alla testa di Giorgia Meloni e del suo esecutivo dopo la prima e forse unica battuta di arresto di questo governo, tra trenta giorni, il più longevo della storia della Repubblica italiana.
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Gianluigi Paragone analizza il terremoto politico post-referendario e le dimissioni di Delmastro e Santanchè. Il cuore del problema è la tenuta reale dell’esecutivo. «A chi serve un governo che dura cinque anni se non risolve il caro vita, l’energia e la crisi delle piccole imprese?».

La Meloni fa piazza pulita
Giorgia Meloni (Ansa). Nei riquadri Giusi Bartolozzi, Andrea Delmastro e Daniela Santanchè
Al ministero della Giustizia si dimettono il sottosegretario Delmastro, per i suoi affari con la famiglia di un carcerato, e il braccio destro di Nordio, Giusi Bartolozzi. Palazzo Chigi spinge per il passo indietro della Santanchè. Serve stabilità, non chi parla troppo e frequenta male.

Fuori uno, fuori due e forse pure fuori tre. Giorgia Meloni ha impiegato 24 ore a decidere che serviva un cambio di passo. Qui c’è da salvare il governo e soprattutto evitare di giocarsi le prossime elezioni e di consegnare il Paese alla sinistra per cinque anni, quando si voterà il presidente della Repubblica. La sconfitta del referendum brucia, perché quando fu varata la riforma della giustizia sembrava un gioco da ragazzi. Da almeno 30 anni il Paese aspettava una legge che arginasse lo strapotere dell’Anm e dunque le modifiche costituzionali sembravano obiettivi facili, perché godevano del consenso della maggioranza degli italiani.

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