Anche quest'anno la Presidenza del Consiglio dei Ministri patrocina la campagna di sensibilizzazione sui tumori al seno dell'associazione di promozione della salute femminile Susan G. Komen Italia.
Maurizio Landini (Ansa)
Corteo anti legge di bilancio. La Cgil ha perso la spinta propulsiva su Gaza e ci riprova con l’economia: possibili chiusure contro le norme del governo. Ma gli autonomi l’hanno preceduta: serrata il 28 novembre.
Forse l’anti-Meloni lo hanno trovato, è una bomba; è il supersindacalista Sigfrido Ranucci alla testa di pensionati (tale è il 47% degli iscritti alla Cgil) e magistrati uniti nella lotta. Dice ai 200.000 - tanti ne stima la Cgil – che hanno sfilato ieri a Roma: «Vi ringrazio perché avete messo in agenda la difesa della libertà di stampa: significa poter spiegare perché 6 milioni di italiani non possono curarsi, perché quasi 6 milioni di persone sono sulla soglia di povertà». Tutto studiato visto che i temi della mobilitazione erano: l’aumento di salari e pensioni, investimenti nella sanità e nella scuola, riforma fiscale, per dire no a precarietà e riarmo. Maurizio Landini, invitando mister Report, ha rischiato che l’ospite d’onore gli rubasse la scena. Scandisce Landini dal palco di piazza San Giovanni - la piazza rossa per antonomasia - «Abbiamo invitato Sigfrido Ranucci per esprimergli la nostra solidarietà: siamo di fronte a un attacco alla libertà di stampa, alla libertà di lavorare, alla magistratura, la nostra manifestazione l’abbiamo chiamata “Democrazia al lavoro” perché pensiamo che c’è una crisi della democrazia e la democrazia si difende praticandola». Ma Sigrifido Ranucci è andato anche all’Associazione nazionale magistrati; lo hanno accolto per quello che è: una star. Magari domani un eventuale diffamato da Report che prendesse torto potrebbe dubitare che la legge sia davvero eguale per tutti, ma sono quisquiglie. Così a Landini per riguadagnare il centro della scena non è rimasto che rilanciare: è possibile uno sciopero generale contro la legge di bilancio. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina – gli sta cerando qualche problema la perdurante violenza delle manifestazioni pro-Pal come venerdì a Roma, come ieri a Torino – il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela col governo di Giorgia Meloni. Così dalla testa del corteo annuncia: «Vogliamo dimostrare che c’è una parte molto importante del Paese che scende in piazza e chiede cambiamenti; se non saremo ascoltati e non sarà modificata radicalmente una legge che consideriamo sbagliata, non escludiamo assolutamente nulla. Di sicuro non finisce qui la nostra mobilitazione, se le cose non cambiano». Non devono però averlo avvertito che a pensarla così è da solo. Non lo segue più neppure la Uil di Pierpaolo Bombardieri che lo aveva accompagnato per un pezzo di strada. La Uil ha detto: «Nel confronto con il governo siamo soddisfatti intanto per il metodo». Daniela Fumarola della Cisl sulla legge di bilancio dà un giudizio «complessivamente positivo». In piazza Maurizio Landini ha barattato l’unità sindacale con l’idea di mettersi alla testa dell’opposizione a Meloni, forse per una lotta interna al Pd. Oggi la Cgil invece di tenere unite le rappresentanze dei lavoratori fa a gara con i sindacati di base che, in nome dell’antagonismo, hanno già proclamato con le sigle Usb e Cub lo sciopero generale del 28 novembre. Sembra che il capo della Cgil sia stato contagiato dalla vetusta sindrome del Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla legge di bilancio lo stesso schema che ha usato per accattivarsi i pro-Pal. Che quella della Cgil sia una posizione a prescindere lo si capisce da questa affermazione di Landini: «Fratelli d’Italia festeggia i tre anni di governo Meloni, ecco non c’è proprio niente da festeggiare. Quelli che non festeggiano sono quelli che sono qua in piazza», aggiunge, «perché in questi tre anni la loro condizione di vita e di lavoro è peggiorata, perché chi lavora è sempre più povero e chi è ricco è sempre più ricco». Dal palco il segretario della Cgil sfotte il ministro Matteo Salvini: «Salvini dice che parlo da ministro di un governo Schlein? No, è lui che non parla da ministro; io faccio il sindacalista, lui è anche vicepresidente del Consiglio e ha vinto le elezioni dicendo che avrebbe cambiato la “Fornero” e invece l’Italia è il Paese con l’età pensionabile più alta di tutta Europa e con i giovani precari e senza un futuro previdenziale». Così il confronto dentro il Governo per Landini diventa «un teatrino» perché «sono tutti d’accordo sul non aumentare i salari, sul non cancellare la precarietà, sul far pagare le tasse a lavoratori e pensionati, nel non eliminare il fiscal drag. Sono tutti d’accordo quando non aumentano i soldi per la sanità e nel fare i condoni». E poi l’attacco politico: «Ci sono cose nuove, che vengono dal Paese, dal basso, dal popolo, e c’è chi non le vuole vedere anzi, c’è chi demonizza chi scende in piazza perché ha paura della democrazia». La delegazione del Pd - messa un po’ all’angolo e composta da Marta Bonafoni, Andrea Casu, Annalisa Corrado, Gianni Cuperlo, Alfredo D'Attorre, Arturo Scotto e Nicola Zingaretti, annuisce. Nicola Fratoianni (Avs) s’entusiasma: «Siamo qui per ricordare alla Meloni che oltre al suo Paese dei balocchi c’è il Paese reale dove il costo della vita cresce senza sosta e gli stipendi sono fermi da trent'anni». La Meloni è a Palazzo Chigi da soli tre, ma ricordarlo oggi a Landini e Fratoianni pare brutto.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 maggio 2025. Ospite l'on. Gianluca Caramanna, responsabile Turismo di Fdi. L'argomento del giorno è: "Andiamo verso una estate record per il turismo in Italia: le idee del governo per crescere ancora".
A Dimmi La Verità l'on. Gianluca Caramanna, responsabile Turismo di Fdi. Argomento: andiamo verso una estate record per il turismo in Italia: le idee del governo per crescere ancora
Giorgia Meloni (Ansa)
Dopo l’incontro con Donald Trump, Giorgia Meloni tornerà a Roma dove domani vedrà il suo vice. Al via sabato il summit sul nucleare di Teheran.
Un blitz vero e proprio quello di Giorgia Meloni a Washington: l’aereo di Stato con a bordo il presidente del Consiglio è decollato ieri mattina alle 11 ed è atterrato alla Joint base Andrews camp spring alle 16 locali, le 22 circa in Italia. L’agenda della Meloni prevede il bilaterale con Donald Trump alla Casa Bianca all’ora di pranzo, con arrivo alle 12 (ora americana); successivamente dovrebbe tenersi il briefing con la stampa, e poi il presidente del Consiglio ripartirà immediatamente alla volta di Roma, dove domani riceverà a Palazzo Chigi il vicepresidente James David Vance, insieme con il vicepremier Matteo Salvini.
Un tour de force per la Meloni a Washington, e ieri in molti si chiedevano se ci sarà il tempo per un saluto con Elon Musk: propendiamo per il sì considerati i rapporti cordiali tra i due. Al centro del colloquio tra la Meloni e Trump i dazi, l’acquisto di gas naturale liquido americano, le spese per la Difesa. La missione è estremamente delicata, l’imprevedibilità di Trump è già diventata proverbiale, e sulla Meloni poggiano anche le speranze di una gran parte della Unione europea, che confida sui buoni rapporti tra il presidente Usa e il nostro capo del governo per «ammorbidire» la posizione del tycoon verso l’intero continente (i dazi sono stati sospesi per tre mesi). C’è chi gufa, leggi Emmanuel Macron, ma per il resto possiamo dire che l’Europa fa il tifo per Giorgia. Nella tarda serata dell’altro ieri, la Meloni ha sentito nuovamente al telefono la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen: «La presidente Von der Leyen è stata in contatto con il premier Meloni», ha detto ieri a Bruxelles la portavoce della Commissione europea Arianna Podestà, «come avevamo già detto nei giorni scorsi, in preparazione della visita. Ieri sera (l’altro ieri, ndr) hanno avuto una nuova conversazione telefonica. Non riveleremo alcun dettaglio specifico ma il messaggio è in linea con quanto detto nei giorni precedenti, e cioè che hanno coordinato questa visita. Come è noto», ha aggiunto la portavoce, «abbiamo già detto più volte che qualsiasi contatto con l’amministrazione statunitense è molto gradito. La stessa presidente Von der Leyen lo ha affermato. Naturalmente, la competenza per quanto riguarda il negoziato spetta alla Commissione, ma i contatti sono estremamente positivi, e quindi la presidente e la premier si sono coordinate».
La Podestà dice una mezza verità: come abbiamo più volte sottolineato, se è vero che le tariffe imposte dalla Ue valgono per tutti i Paesi membri non è vero il contrario, e quindi Trump in teoria potrebbe decidere un trattamento privilegiato per l’Italia. L’atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’amicizia tra Trump e la Meloni, visto con una certa diffidenza in diverse cancellerie, è cambiato ora che i Paesi membri sono terrorizzati dai dazi, come testimonia l’articolo apparso su Politico.eu, nel quale si legge che «il coinvolgimento personale di Meloni con Trump ha creato tensione in altre capitali dell’Ue. Ma mentre l’Unione si trova ad affrontare una guerra commerciale potenzialmente rovinosa, anche le sue controparti più caute stanno iniziando a credere che lei potrebbe essere l’unica leader europea che Trump sia disposto ad ascoltare». «Il viaggio di Meloni a Washington in questo momento è un segnale importante», ha affermato Johann Wadephul, esponente dei Cristiano-Democratici molto vicino al cancelliere tedesco in pectore Friedrich Merz, «il primo ministro italiano ha un buon rapporto con il presidente americano Trump, che ora può mettere al servizio dell’Europa».
Roma insomma torna ad essere il fulcro della politica internazionale: il 18 aprile a Palazzo Chigi arriva J. D. Vance, convertitosi al cattolicesimo nel 2019, che incontrerà anche il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e prenderà parte insieme con la sua famiglia alle cerimonie di Pasqua. Considerato che la Santa sede, attraverso l’impegno di papa Francesco, è stata tra i più incessanti sostenitori della ricerca di un percorso di pace per l’Ucraina, è probabile che Vance e Parolin discutano anche di questo. Non è escluso che Vance riesca a incontrare anche lo stesso Bergoglio. Sempre a Roma, sabato, è in programma il secondo colloquio, importantissimo, della trattativa sul nucleare iraniano, dopo il primo del 12 aprile in Oman. Nella capitale (dove già ci sarà J. D. Vance) arriveranno l’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore tra Washington e Teheran. Un incontro ancora più delicata se si pensa che ieri l’Aiea ha lanciato l’allarme dicendo che l’Iran «non è lontano» dal possedere la bomba atomica. Tutte le strade portano a Roma, dunque, e la stabilità del governo italiano è certamente un valore aggiunto a livello internazionale.
La finanza è sempre un indicatore prezioso, e non è certo un caso se ieri il Tesoro ha collocato complessivamente in due tranche Btp per 11 miliardi (uno a 7 anni e uno a 30 anni) a fronte di una domanda che ha superato i 103 miliardi di euro, dimostrazione di quanto siano appetitosi i titoli italiani sul mercato globale.
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Ansa
La Meloni propone alle associazioni di categoria «un nuovo patto per lo sviluppo», dirottando fondi pure dal Pnrr. Le parti sociali: «L’Europa cambi modello economico».
Sarà una staffetta: Giorgia Meloni parte per Washington il 17 aprile, JD Vance – il vicepresidente americano – arriva a Roma il giorno dopo per una visita di 48 ore. Nella valigia il nostro presidente del Consiglio porta un pacchetto di proposte da esaminare con Donald Trump per mitigare l’effetto dazi condizionando le scelte dell’Europa. Se Ursula von der Leyen minaccia di sparare col bazooka dei controdazi, le imprese italiane – da Confindustria all’Anpit, da Confartigianato a Coldiretti – minacciano di mettere nel mirino Bruxelles. Il nostro sistema produttivo denuncia che i veri dazi sono la burocrazia, le norme astruse che diventano balzello imposte dall’Europa. Esemplare la dichiarazione di Federico Iadicicco, presidente nazionale di Anpit: «Prima di immaginare azione ritorsive, dei contro dazi, non lascerei intentata la strada del confronto e del negoziato con gli Stati Uniti. Il modello economico “export led” promosso in questi anni dalle dall’Ue e fortemente voluto dalla Germania dimostra ancora una volta tutti i suoi limiti. Sinora positivo l’approccio del governo. La parola d’ordine da oggi in poi non potrà che essere: incentivare la domanda interna».
Così Giorgia Meloni prova ad andare in direzione ostinata, contraria e profittevole per il sistema economico rispetto alla Von der Leyen. Se la baronessa indica che i fondi di coesione si possono usare per comprare armi – su base volontaria, ha specificato il vicepresidente Raffaele Fitto – il nostro premier mette 11 miliardi della «coesione» per soccorrere aziende e lavoratori che fossero colpiti dai dazi. Ci sono altri 14 miliardi da attingere dal Pnrr. Un pacchetto di 25 miliardi che Giorgia Meloni mette sul tavolo per un «nuovo patto per lo sviluppo». È questa la risposta dell’Italia alla mossa di Trump perché «un distanziamento dell’economia europea e di quella americana porta a un indebolimento dell’Occidente, che non è mai una buona notizia». Giorgia Meloni insiste: «La sfida da esplorare è invece quella che l’Italia è stata tra le prime nazioni a promuovere, e che anche la presidente Von der Leyen lo ha ribadito, ovvero la possibilità di azzerare i reciproci dazi sui prodotti industriali esistenti con la formula “zero per zero”». Chiarendo che se l’Europa si fosse incamminata sula strada dell’escalation del contrasto in una guerra dei dazi dove perdono tutti l’Italia si sarebbe opposta.
Nel vertice con le imprese – si è svolto in tre atti nella sala ovale di Palazzo Chigi, presenti i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (in videocollegamento), i ministri Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso, Tommaso Foti, Francesco Lollobrigida, e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari – Giorgia Meloni ha disegnato una nuova traiettoria per l’economia del Paese. Ha ascoltato la lista della spesa dei diversi settori. Per la Confartigianato, presente col presidente Marco Granelli, c’è il rischio di perdere 11 miliardi di export e 13.000 occupati, per la Confesercenti si rischiano 11,9 miliardi di minore spesa delle famiglie in due anni, per Confapi è necessario allentare i vincoli europei con un credito di imposta del 20% che vada a compensare i dazi per le aziende esportatrici. L’agroalimentare insiste per la trattativa e Luigi Scordamaglia (Filiera Italia) ricorda che serve una doppia tutela: con gli Usa, ma anche nella ridefinizione delle politiche europee. Giorgia Meloni sottolinea come, grazie anche la lavoro di Raffale Fitto, si è avviata la riprogrammazione del Pnrr, dei fondi ci coesione e dei fondi green. «Forti della nostra ritrovata credibilità, forti di una politica di bilancio che è stata estremamente seria e che diciamo non ha gettato soldi dalla finestra» ha scandito Giorgia Meloni, si va in Europa a chiedere di rivedere il Patto di stabilità e a Washington per dire a Trump: rinsaldiamo l’alleanza occidentale.
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