I congressi di Forza Italia diventano una «conta»
Antonio Tajani (Ansa)

La guerra sulle future liste elettorali è soltanto un pezzo del problema dentro Forza Italia. Il vuoto lasciato da Silvio Berlusconi, evidente quando si discute di chi avrà l’ultima parola sulle candidature come ricordato ieri dalla Verità, comincia a vedersi molto prima: nella gestione quotidiana del partito e soprattutto nei congressi regionali.

A sintetizzare il problema è stato, mercoledì, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione: Forza Italia «non è più una monarchia illuminata». Antonio Tajani ha voluto fortemente il nuovo Statuto e la stagione congressuale per trasformare il vecchio partito personale in una struttura più partecipata. Ma in alcune regioni proprio i congressi stanno diventando il terreno sul quale emergono vecchie rivalità e nuovi centri di potere.

L’ultimo caso è la Campania. Il congresso convocato per il 9 settembre dal coordinatore regionale Fulvio Martusciello, capodelegazione al Parlamento europeo e uno dei dirigenti più vicini a Tajani, rischia di trasformarsi in una conta interna. Tre parlamentari, Pino Bicchielli, Annarita Patriarca e Raffaele De Rosa, contestano la gestione regionale e preparano un documento insieme agli amministratori locali. Da Salerno è partita anche una lettera indirizzata a Tajani per chiedere l’annullamento dell’assise. Ma dal partito, proprio ieri, è arrivata subito una controreplica alle agenzie. Fonti campane fanno notare che la lettera raccoglie appena 16 firme, quasi tutte provenienti da Salerno, a fronte di circa 16.000 iscritti in tutta la regione. È una cifra utilizzata dai sostenitori di Martusciello per ridimensionare la portata della fronda.

Resta però il problema politico. Da Arcore era arrivata l’indicazione di celebrare i congressi soprattutto dove esistessero condizioni sufficienti di unità. E Tajani, atteso a fine mese per un nuovo confronto con la famiglia Berlusconi, si trova a dover gestire una divisione proprio intorno a uno dei suoi uomini più fidati. La Campania non è un’eccezione. In Lombardia sono servite settimane di mediazioni per evitare lo scontro fra Alessandro Sorte, poi confermato segretario regionale, e l’area di Alessandro Cattaneo, diventato vice vicario. In Sicilia il congresso è invece saltato e Tajani ha dovuto affidare il partito al commissario Nino Minardo, dopo le tensioni tra le diverse anime azzurre.

Il paradosso è che i congressi avrebbero dovuto stabilizzare Forza Italia. In alcuni casi hanno finito per rendere più visibili i diversi centri di potere. E intanto le decisioni restano sospese. Non soltanto nei congressi. A Milano, dove gli azzurri rivendicano da mesi un ruolo decisivo nella scelta del successore di Giuseppe Sala, il centrodestra non ha ancora trovato un candidato comune. A Milano il caso è particolarmente significativo perché Forza Italia considera ancora la città di Silvio Berlusconi quasi un terreno naturale sul quale rivendicare la guida della coalizione. Sorte chiede da mesi agli alleati di lasciare agli azzurri la regia della partita e insiste su un candidato civico capace di conquistare voti anche fuori dal centrodestra. La prima scelta, Carlo Cottarelli, si è però sfilata dopo le resistenze di Lega e Fratelli d’Italia. Sul tavolo resta Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, sostenuto soprattutto dal presidente del Senato Ignazio La Russa, ma sul quale proprio Fi continua a mostrare freddezza.

Sorte lo considera troppo connotato politicamente per intercettare l’elettorato moderato milanese. Intorno sono circolati i nomi dell’ex sindaco Gabriele Albertini, dell’ex vicepresidente della Lombardia Letizia Moratti, di Giovanni Terzi, Pietro Tatarella, Alessandro Spada, Antonino La Lumia e altri ancora. Persino la partita per Palazzo Marino si intreccia con quella della Regione: il governatore leghista Attilio Fontana ha già ricordato che, se Fratelli d’Italia ottenesse il candidato sindaco a Milano, la Lega avrebbe un argomento in più per rivendicare nuovamente la presidenza della Lombardia. Forza Italia, insomma, reclama un ruolo da protagonista senza essere ancora riuscita a trasformarlo in una scelta condivisa. E anche qui ricompare inevitabilmente la famiglia Berlusconi. Lo stesso Sorte, quando aveva lanciato lo schema Cottarelli con Moratti e Albertini, aveva sottolineato che Marina Berlusconi continua a dare al partito consigli che vengono ascoltati con grande attenzione.

Una frase che dice molto della particolare transizione nella quale si trovano gli azzurri: il segretario è Tajani, i responsabili territoriali sono eletti dai congressi, ma nei passaggi più delicati il riferimento alla famiglia del fondatore continua ad affiorare.

Allo stesso tempo Forza Italia prova a marcare una propria identità anche dentro la maggioranza. Sul dossier Mps, mentre la Lega guarda con favore alle operazioni in corso, il portavoce nazionale azzurro Raffaele Nevi ha ribadito la linea indicata da Tajani: «La politica deve solo fare buone regole», mantenendosi «rispettosi» delle posizioni degli alleati ma senza accodarsi. Insomma, mentre si cerca ancora chi debba comandare, fuori il partito prova almeno a ricordare agli alleati di non essere soltanto una componente della coalizione.

Da non perdere

Governo

Basta beghe pubbliche: così la Lega pare il Pd

Non meraviglia che chi deve i propri scranni a Salvini ora lo attacchi. Il segretario può aver sbagliato, e non solo su Vannacci, eppure non vedo altri leader pronti. Per il bene del Carroccio e del centrodestra, il partito la smetta con le interviste e si chiuda in conclave.

Salvini: «Tassare le super banche»
Governo

Salvini: «Tassare le super banche»

Salvini, in vista della prossima finanziaria, propone un contributo triennale del 5% sugli utili dei primi dieci istituti: «Investiremo le risorse per raddoppiare i militari in strada». Napoli (Azione): «È anticostituzionale, non c’è progressività»