Tutto è andato come previsto, senza colpi di scena. La Camera ha confermato la fiducia posta dal governo sui primi due articoli della legge elettorale, con votazioni che hanno registrato risultati pressoché identici: il primo articolo ha ottenuto 226 voti favorevoli e 147 contrari, il secondo 227 sì e 149 no.
Si tratta del primo atto di una sequenza già pianificata: il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, aveva posto ieri la questione di fiducia su tre dei quattro articoli modificati dal Senato, che dovevano quindi essere rivotati dalla Camera. Per i primi due, quindi, via libera. Il terzo voto di fiducia, relativo all’articolo 3, è atteso invece mercoledì 7 ottobre. Giovedì 8, infine, a partire dalle 10:30, vi saranno le dichiarazioni di voto finali.
Le mosse del governo per blindare la legge elettorale
La scelta della fiducia sui tre articoli distinti è stata architettata con uno scopo ben preciso. Il testo è tornato alla Camera dopo essere stato modificato dal Senato, e ciascun articolo su cui è stata posta la questione di fiducia tocca nodi politicamente sensibili.
I primi due riguardano il cuore della riforma. L’articolo 3, invece, ridefinisce i confini territoriali dei collegi di Merano, Bressanone e Bolzano. Su questo punto le opposizioni non avevano presentato emendamenti, ma la norma era tecnicamente esposta al rischio del voto segreto, uno strumento che può riservare sorprese anche alla maggioranza. Porre la fiducia anche su quell’articolo, al contrario, ha eliminato il rischio già alla radice.
Cosa cambia con la riforma: le preferenze ma non solo
La modifica più rilevante introdotta da Palazzo Madama riguarda il sistema delle preferenze. Con la nuova disciplina, l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze tra i candidati della lista votata. Resta escluso da questo meccanismo il capolista, che rimane invece bloccato. La norma si applica sia all’elezione della Camera sia a quella del Senato.
Ma il cambiamento più profondo rispetto all’attuale sistema, il cosiddetto Rosatellum, riguarda l’impianto complessivo della legge. I collegi uninominali vengono cancellati e al loro posto entra un sistema proporzionale puro, con una soglia di sbarramento al 3%. È prevista, tuttavia, un’eccezione: il primo partito rimasto sotto soglia all’interno di una coalizione viene comunque recuperato. Oltre alle preferenze, la riforma introduce anche un premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42% dei voti. Il premio non è calcolato in percentuale, ma assegnato in quota fissa: 70 deputati e 35 senatori per ogni scatto, fino a un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori.
La riforma interviene di conseguenza anche sulle schede elettorali, sulle modalità di espressione del voto e sulle procedure per la proclamazione degli eletti. Il testo include inoltre una revisione delle norme sulla raccolta delle firme per la presentazione delle liste. Tra le altre disposizioni introdotte a Palazzo Madama figurano interventi sui collegi della provincia di Bolzano e l’estensione del voto fuori sede ai caregiver, una categoria finora esclusa da questa possibilità.
A che punto siamo dell’iter parlamentare
La legge elettorale è arrivata alla Camera per la terza volta, dopo aver compiuto un lungo e tortuoso percorso attraverso i due rami del Parlamento. Il voto di oggi ha segnato l’avvio dell’ultima fase, quella che dovrà portare all’approvazione definitiva del testo.
Il governo ha scelto di concentrare le fiducie sugli articoli modificati dal Senato, accelerando i tempi e riducendo di fatto i margini di manovra delle opposizioni. Completate le votazioni di fiducia e l’esame degli ordini del giorno, l’Assemblea si esprimerà in via definitiva giovedì 8 ottobre a scrutinio segreto. Questa scelta ha provocato reazioni dure dalle opposizioni, che hanno parlato di «schiaffo al Parlamento», «forzature» e «mancanza di confronto».
Tra i temi che hanno acceso maggiormente il dibattito vi è quello delle firme per la presentazione delle liste. Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, parlando con i cronisti in piazza Montecitorio, ha puntato il dito contro questa norma, sostenendo che sia pensata per rendere di fatto impossibile la partecipazione elettorale a chi non siede già in Parlamento. «È un colpo alla democrazia», ha protestato, «perché non si deve rendere impossibile alle persone partecipare alle elezioni».
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