Troppi anziani, pochi nati. Serve una strategia della pensione. E il ministro del Lavoro Marina Calderone rilancia l’ipotesi in un’intervista al Corriere di creare un «fondo previdenziale alla nascita», destinato a ogni nuovo nato. Il fondo potrebbe essere aperto con un piccolo contributo dello Stato e successivamente alimentato volontariamente da genitori e familiari, fino a quando il beneficiario inizierà a lavorare. «Le coperture si trovano, senza sottrarle ad altri strumenti», sostiene Calderone, secondo cui «per far partire il fondo previdenziale alla nascita bastano piccoli importi».
La proposta si inserisce nel dibattito europeo sulla necessità di rafforzare la previdenza dei giovani. Un esempio è quello della Germania, dove il governo ha previsto la Frühstart-Rente: lo Stato dovrebbe versare 10 euro al mese in un fondo previdenziale per i ragazzi tra i 6 e i 18 anni, lasciando alle famiglie la possibilità di effettuare ulteriori versamenti. L’obiettivo è costruire, grazie all’investimento di lungo periodo, una base di risparmio destinata alla futura pensione. E chi dovrebbe gestire questo fondo pensione per i neonati? Il ministro immagina un sistema in cui «la vigilanza sia ovviamente della Covip mentre la gestione del fondo sia in capo all’Inps». Il presidente dell’istituto Gabriele Fava accoglie subito con favore la proposta, ricordando di averla lanciata come «terzo pilastro» della previdenza. «Spero di confrontarmi prestissimo col ministro e con gli altri stakeholder proprio per lavorare insieme sull’attuazione di questa mia proposta», sottolinea Fava sentito dall’Ansa.
Favorevole anche la segretaria generale della Cisl Daniela Fumarola, secondo cui l’idea «di un fondo previdenziale per i nuovi nati merita attenzione e apertura». La leader della Cisl ricorda che il sindacato chiede da tempo interventi sul futuro pensionistico dei giovani e sottolinea che «ogni ipotesi che vada in quella direzione va discussa seriamente, non archiviata come suggestione d’agosto». La Fumarola pone però il problema della governance: affidare interamente la gestione al settore pubblico, sostiene, potrebbe esporre le risorse al rischio di essere utilizzate in futuro per altri scopi. La Cisl ipotizza quindi il coinvolgimento dei fondi negoziali, nati dalla contrattazione tra sindacati e imprese, definendo questa soluzione «una terza via» fondata sulla sussidiarietà.
In effetti lasciare la gestione del fondo previdenziale di un neonato all’Inps non appare corretta. Per la natura stessa dell’ente previdenziale, che non investe i contributi che raccoglie. Un bel problema per un fondo dedicato a un neonato che ha un respiro di lunghissimo periodo. Privare un nascituro della possibilità di sfruttare la bontà del mercato sarebbe contrario all’idea stessa del fondo.
I numeri concreti li aveva spiegati pochi mesi fa Stefano Volpato, direttore commerciale di Banca Mediolanum, citando il caso di un lavoratore tipo, Mario Rossi, con un reddito annuo di circa 56.000 euro e un Tfr di 3.904 euro all’anno. Se il Trattamento di fine rapporto viene lasciato in azienda, si rivaluta secondo l’indice Istat più l’1,5% e potrebbe arrivare a poco più di 115.000 euro a fine carriera, in 27 anni, subendo però una tassazione significativa. Destinandolo invece a una forma di previdenza complementare efficiente, grazie ai rendimenti di lungo periodo e ai vantaggi fiscali, lo stesso Tfr potrebbe generare un beneficio aggiuntivo di oltre 100.000 euro.
Se Mario Rossi decidesse inoltre di versare un contributo volontario sfruttando la deducibilità fiscale (oltre 5.000 euro), il vantaggio complessivo potrebbe superare i 190.000 euro, spiegava Volpato, a fronte di un esborso netto di poco più di 3.500 euro l’anno.
Ora, non parliamo di cifre per ricchi: circa 300 euro al mese di contributi volontari deducibili per il neonato sono abbordabili per mamma, papà e magari nonni. E se Mario Rossi guadagna 190.000 euro in 27 anni, il bebè in 65 anni può arrivare almeno al doppio.
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