forza italia
Marina Berlusconi e Antonio Tajani (Ansa)

A circa un anno dalle elezioni politiche, in vista della preparazione delle liste con i candidati, dentro Forza Italia non si è mai sentita come questa estate la mancanza di Silvio Berlusconi. Perché tra gli azzurri ci si ricorda bene come un tempo ad Arcore quelle liste non erano mai veramente chiuse.

Dai territori arrivavano i nomi, passavano attraverso i coordinatori regionali e il vertice nazionale, poi finivano davanti al Cavaliere. E fino all’ultimo momento poteva arrivare il suo «ritocchino»: c’è chi saliva, qualcuno scendeva, spesso altri sparivano. Berlusconi teneva conto delle diverse anime del partito, ma, soprattutto, dei suoi personali desiderata.

Una cosa, di sicuro, non cambiava mai: alla fine decideva lui. È quello che manca oggi a Forza Italia. E che in tanti fuori dai microfoni raccontano con un pizzico di nostalgia. Del resto la macchina è rimasta per molti versi la stessa, molti segretari regionali sono i dirigenti di prima e Antonio Tajani ha voluto fortemente il nuovo Statuto e la stagione dei congressi. Ma senza Berlusconi tutti pensano di poter contare qualcosa in più.

Tajani tra mediazione e controllo del partito

Ed è qui che i giudizi sul segretario si dividono. Per alcuni Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, è probabilmente il miglior segretario che gli azzurri potessero avere: moderato e mediatore. Per altri sono proprio queste caratteristiche a mostrarne il limite, sa conciliare, molto meno comandare, non riuscendo nemmeno a controllare gli stessi coordinatori regionali.

Così sempre più spesso si fanno sentire Stefania Craxi, capogruppo al Senato; Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e vicesegretario nazionale; Deborah Bergamini, anche lei vicesegretaria; Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, che non ha nascosto le proprie divergenze con alcune scelte del vertice. Personalità e sensibilità che esistevano anche prima, ma che Berlusconi riusciva a tenere dentro un perimetro preciso.

Ora quel vertice non c’è più. E il problema diventerà appunto sempre più evidente quando bisognerà compilare le candidature per le prossime Politiche.

I segretari regionali oggi vengono eletti nei congressi, anche se nella maggior parte dei casi non rappresentano una rivoluzione rispetto al passato. Ma senza Berlusconi rivendicano inevitabilmente maggiore autonomia. Gli uscenti vogliono restare in Parlamento, i territori vogliono proporre i propri uomini e il nazionale vuole conservare il diritto di intervenire. Lo Statuto stabilisce che le liste siano definite dalla Segreteria nazionale «sentiti i Segretari regionali». Finché esisteva un arbitro superiore funzionava. Ora bisognerà capire chi sarà davvero capace di pronunciare l’ultima parola.

Liste elettorali, territori e il nodo delle candidature

Anche perché sullo sfondo c’è la riforma elettorale e il tentativo di Forza Italia di reintrodurre le preferenze. Se passassero, la battaglia si sdoppierebbe: da una parte i posti più protetti, dall’altra i candidati capaci di raccogliere consenso personale. E non è affatto detto che il sistema favorisca automaticamente i nuovi e i migliori: potrebbe premiare soprattutto chi possiede già amministratori, reti locali e pacchetti di voti.

Poi c’è Arcore. Ed è qui che compare Fabio Roscioli, amministratore nazionale di Forza Italia, storico avvocato Fininvest e soprattutto uomo di fiducia della famiglia Berlusconi.

Il suo nome circola con insistenza anche per le elezioni suppletive del 27 e 28 settembre a Reggio Calabria, per sostituire Francesco Cannizzaro, diventato sindaco della città. La candidatura non è ancora stata ufficializzata, ma a spingerla è soprattutto Occhiuto. Se l’operazione andasse in porto, Roscioli aggiungerebbe al controllo della macchina amministrativa del partito anche un peso politico personale alla Camera.

Arcore, Roscioli e il peso della famiglia Berlusconi

Formalmente non è Roscioli a scegliere i candidati. Ma il suo ruolo diventa sensibile proprio perché rappresenta il punto di contatto più evidente fra via in Lucina e la famiglia.

Per di più Forza Italia deve ancora oltre 90 milioni di euro agli eredi del Cavaliere, debiti nati dalle fideiussioni con cui il fondatore garantiva il partito. (A giugno non sono arrivati i consueti 600.000 euro)

Per questo un’eventuale sostituzione di Roscioli non basterebbe a Tajani per risolvere la partita. Potrebbe rafforzare il suo controllo sulla macchina nazionale, non cancellare il peso dei territori né quello della famiglia. Marina e Pier Silvio non hanno incarichi nel partito, ma nessuno immagina che possano essere semplici spettatori quando verrà scelta la prima vera classe parlamentare azzurra del dopo Silvio.

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