Un commentatore, un opinionista, un direttore di giornale (anche se fa numeri da bollettino parrocchiale e prende soldi dallo Stato), prima di azzardare delle ipotesi – tipo sul fatto che Matteo Salvini sia finito politicamente – farebbe bene ad aspettare, e ad esprimersi dando un occhio a dei dati.

Ieri, la trasmissione In Onda, condotta dai colleghi Marianna Aprile e Luca Telese, trasmessa su una rete non certo catalogabile nel salvinismo radicale come La7, ci ha fatto sapere che all’interno della Lega la base, per esempio, è di tutt’altra convinzione. Sono numeri, non farneticazioni – o fornicazioni, che ledono il sesto comandamento del Decalogo – né «masturbatio mentis», ragionamenti che più che alla linea retta assomigliano all’arabesco.

Ebbene, vediamo questi dati. Partiamo dal giudizio dei leghisti su Salvini segretario, rispettivamente nel 2024 e nel 2026 (fonte Analisi Politica del 2 luglio 2026): molto positivamente dal 43% del 2024 al 55% del 2026, abbastanza positivamente dal 27% al 38%, abbastanza negativamente dal 28% all’1%, molto negativamente dall’1% al 2%, non so dall’1% al 4%. Che questi commentatori si forniscano di pallottoliere, altrimenti si facciano aiutare da un’assistente fornito di calcolatrice (basta anche l’antica «Divisumma Olivetti» del 1956) per sommare le risposte molto o abbastanza positive e ottenere il risultato di 93% con un incremento sostanzioso dal 70% del 2024. Se poi passiamo a vedere chi i leghisti vorrebbero come leader vediamo che il 62% vorrebbe Matteo Salvini, il 21% qualcuno diverso da Salvini e il 10% sempre diverso da Salvini ma dopo le elezioni. Il 7% dichiara di non saperne un tubo: non so, se amarti potrò.

È evidente la schiacciante superiorità di Salvini. Ma è molto interessante quel 10% che sostiene che vorrebbe un leader diverso da Salvini ma dopo le elezioni. Cosa significa è evidente, almeno a una mente non invasata di sé stessa (qui più che il vaso di Pandora sembra l’antico orinale o vaso da notte), e cioè la convinzione che qualsiasi diverso da Salvini porrebbe maggiori problemi di raccolta del consenso che non Salvini stesso. Il realismo della base è sempre superiore al realismo della dirigenza politica. Salvo per qualche ex comunista che si rifà al compagno Pjatakov, il quale sosteneva «che se il partito dice che il bianco è nero, allora bisogna convincersi che è nero».

Le baruffe chiozzotte che hanno caratterizzato le discussioni dei vertici della Lega ultimamente ci hanno fatto tornare alla mente proprio il compagno Pjatakov: se i massimi dirigenti dicono che Salvini è finito, allora Salvini è finito. Peccato che sia arrivato proprio dalla rete più filo sinistrorsa d’Italia una smentita sulla impopolarità del ministro all’interno della Lega.

Le baruffe chiozzotte sono una confusione, una specie di mischia da rugby, simili a quelle descritte da Carlo Goldoni che si riferiva agli alterchi e ai battibecchi tra i poveri pescatori di Chioggia, spesso per motivi inesistenti e destinati a chiudersi in una bettola a bere tutti insieme del vino, che da quelle parti non è mai mancato: ecco, sono molto simili a quelli dei vertici della Lega.

L’ho scritto ieri e lo ripeto oggi: non è che i problemi non ci siano e che non si possa discutere sull’operato di Matteo Salvini. Quello che chi commenta i fatti politici, però, dovrebbe evitare è quel trappolone per cui si va dietro a ciò che dicono i big del partito e ci si fotte mirabilmente di ciò che pensa la base di quel partito, e più in generale chi vota Lega.

Non ci meraviglia questo modo ideologico di affrontare le questioni. Del resto il centrodestra in Italia è forte per i suoi contenuti, ma anche perché la sinistra è totalmente divisa sulle linee programmatiche e soprattutto si è ampiamente distaccata dalla sua base elettorale classica, inseguendo la chimera che si potesse vincere puntando solo sui diritti civili (che sono ovviamente diritti inviolabili anche nel campo omosessuale e transgender, la galassia Lgbtq+), a scapito dei diritti sociali che hanno dato origine alla sinistra stessa, nelle sue varie forme e che ha caratterizzato la storia della sinistra anche nel ‘900. Sempre bene ricordare che la maggioranza degli operai votano a destra e non più a sinistra.

Io non so come andrà a finire nella Lega, però so quanto mi basta: e cioè che questo sondaggio dimostra una distanza tra i massimi esponenti della Lega a livello nazionale e la base stessa della Lega che, quanto a opinioni, va in senso contrario a quella dei suoi capi. E che Salvini, stante questo sondaggio, riscuote ancora molto consenso nella sua base, anche se nei sondaggi è calato.

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