Simone Lenzi, ex assessore alla Cultura del comune di Livorno (tuttora cantautore, sceneggiatore e autore televisivo) giubilato dal Pd locale per un post su X in cui ironizzava su una statua della Biennale arte 2024 di una «donna con fallo», lei è una delle vittime più conclamate della cultura woke in Italia. Eppure, conclude uno strepitoso articolo sul Foglio che riassume questi anni di ubriacatura politicamente corretti, con tout est pardonné: perché?
«Perché io non ho alcuna aspirazione a fare il maître à penser: alla fine, più modestamente, giudico le cose soprattutto sulla base dell’impatto che hanno sulla mia vita. E la mia vita è infinitamente migliorata da quando non faccio più l’assessore. Per cui, non solo li perdono, ma li ringrazio».
Questi anni le hanno aperto gli occhi sulle patologie del bel mondo gauchiste (mantenendo il francesismo)?
«È un periodo storico di narcisismo patologico. A sinistra, come ho detto più volte, questa malattia epocale si declina sotto forma di narcisismo etico, di segnalazione continua di virtù che spesso non si hanno. Ma alla fine è tutto marketing social: ci sono prodotti etici che ti piazzano immediatamente fra i buoni e i giusti, funzionano per un po’, poi vengono dismessi e finiscono col riempire i magazzini dell’invendibile. Nel frattempo però nessuno ha davvero discusso di nulla, si sono solo bastonati gli eretici».
Come chiamarli i contorcimenti della sinistra americana rappresentati da Alexandria Ocasio-Cortez? Autocritica, revisione, ripensamento, sconfessione, pentimento… come?
«Hanno compreso che una piattaforma politica basata sull’isteria dei pronomi, i trigger warnings (allarmi di contenuti sensibili ndr) e la lettura compulsiva di Judith Butler difficilmente li porterà a parlare a una maggioranza possibile di elettori. Ora cercano di correre ai ripari».
È un’operazione superficiale, troppo comoda, solo elettorale?
«Non conosco abbastanza bene il dibattito negli Stati Uniti per dirlo. Ma guardo in casa nostra. C’è una cosa che mi ha colpito particolarmente e che trovo emblematica: con la sua lettera a Repubblica, Giuseppe Conte ha fatto un assist a Renzi proprio sul tema del woke, che Renzi, con la sua indubbia scaltrezza politica, ha colto al volo. Insieme hanno gettato il woke giù dai carri del Pride per trovare qualcosa che tenesse insieme il campo largo e giustificasse il fatto di correre insieme alle elezioni. Renzi ha così ottenuto il diritto e far parte del campo largo, Conte, in cambio, ha ottenuto l’incoronazione a leader. Win win per entrambi».
La lettera di Conte è una scrollatina di mano sulla forfora della giacca o qualcosa di più?
«È un’abile mossa politica per intestarsi la leadership del campo largo. Elly Schlein non può smarcarsi con altrettanta disinvoltura e quindi la subisce. Da qui la scompostezza delle reazioni sulle primarie che la vedrebbero sconfitta. Roberto Speranza ha proposto il diciottenne o l’anziano partigiano come candidato simbolico alla primarie. Una cosa fantastica questa dell’anziano partigiano, anche perché un ragazzo che aveva 15 anni nel ’43 a occhio oggi ne avrebbe 99. Speriamo ce la facciano a trovarne uno ancora vivo entro le prossime elezioni! Quanto al resto, il M5s è a favore e contro qualunque cosa a giorni alterni, per cui su questo ha gioco facile e parte decisamente avvantaggiato».
C’è il pericolo di scambiare la cultura woke con la difesa dei diritti civili?
«Il wokismo è paradossalmente la pietra tombale delle lotte per i diritti civili. O si riesce a riportare queste lotte sotto l’ombrello di principi universalistici, quelli cioè per cui il diritto di uno è davvero diritto di tutti, compresi quelli che non lo dovranno esercitare, o quelle aspirazioni verranno esasperate e carezzate sempre e solo per fini elettorali, secondo utili strategie di segmentazione del mercato, per poi essere dismesse quando non fanno più comodo. Proprio come sta accadendo adesso».
Cosa serve per sradicare il narcisismo etico di questi mondi? Anzi, rettifico la domanda: è possibile sradicarlo?
«In generale, servirebbe frequentare di più i bar di paese, farsi amici fuori dalla bolla. Andare alla Sagra del Cinghiale, per esempio. Se poi hai ambizioni intellettuali, magari servirebbe stare meno sui social e leggere quel tanto che basta per storcere il naso ogni volta che ti vendono una parola d’ordine».
Andrea Minuz ha scritto che, siccome Conte propone come cura la riduzione delle diseguaglianze, molto meglio un po’ di schwa che il ritorno dei superbonus e di altri assistenzialismi. Concorda?
«Andrea ha il gusto del paradosso, e in questo paradosso c’è un quintale di ragione. Penso che il superbonus sia stata la più grossa scemenza del dopoguerra. Una cosa inutile, disutile e dannosa, che ha minato i conti dello Stato avendo come contropartita soprattutto il rincaro dei materiali da costruzione».
Dopo quella lettera alcuni leader Pd si sono discolpati, come mai non si è ancora udita sillaba da Elly Schlein?
«Non saprei. Mi pare però che, più in generale, la Schlein stia adottando una strategia di mimetizzazione coi muri di via Sant’Andrea delle Fratte. Intanto però è la segretaria più longeva, e già questo è un ottimo risultato: soprattutto per Conte».
Non le sembra che Schlein incarni proprio il wokismo di asterischi, pronomi, genderismo e che quindi il ripensamento rischi di archiviare anche lei?
«Non ne farei una questione personale, la politica raramente lo è. Piuttosto farei un salto indietro. Ricordo molto bene l’ironia saputella che girava negli ambienti di centrosinistra sulle parole della Meloni che si definiva “Giorgia, madre, e cristiana”. In realtà, si trattava di tre affermazioni identitarie che partivano dalla centralità dell’individuo, Giorgia, per poi ribadire altre due cosette su cui c’era ben poco da scherzare.
In un paese in cui lo Stato funziona poco, e in cui ci sono tante madri che si fanno in quattro per tenere in piedi la baracca, un paese in cui tanta della bellezza di cui andiamo così fieri ci viene proprio dal tesoro spirituale e materiale dell’eredità cristiana, la Meloni aveva scelto la narrazione vincente. Pensarono di combatterla mostrandole la foto in negativo. E la Meloni, che è una politica di razza, lo comprese subito e riconobbe immediatamente la Schlein come antagonista ideale. Ma da sempre l’antiqualcosa porta voti a ciò di cui, nei fatti, è parassita. Lo stesso identico errore dell’antiberlusconismo. E così si fecero portare a spasso per mesi su questioni irrilevanti di cui non frega nulla a nessuno come l’articolo maschile davanti a “presidente del consiglio”».
Per il resto, tutto dimenticato: i conduttori tv che s’inginocchiano in studio per George Floyd, la richiesta di decolonizzare lo sguardo e quello che lei ha chiamato il «preservativo sulla lingua» per purificare il linguaggio?
«Ancora una volta, il narcisismo etico e la sinistra delle classi agiate. Le faccio un esempio facile facile che capiscono tutti, a parte alcuni intellettuali: mia nonna contadina aveva un paio di scarpe. Una volta se le mise in un giorno lavorativo perché aveva una ferita al piede, invece di serbarle per la domenica come si usava. Il padrone del latifondo la rimproverò dal calesse: chi si credeva di essere? Come osava? Ecco, spero sia chiaro come esempio. Qualcuno mi spiega di cosa dovrei sentirmi in colpa? Qualcuno mi spiega in cosa consiste il mio privilegio di uomo bianco, ancorché nipote di servi della gleba? Infine, le do una notizia che la sconvolgerà: per un americano wasp noi italiani non siamo bianchi».
La frase primigenia, «Woke 1.0 was crazy», significa che magari ci saranno una fase due o tre e che saranno migliori?
«Spero di no. Lo ripeto, spero che si tornino a declinare le sacrosante aspirazioni di riscatto e progresso sociale in termini universalistici».
Il woke 2.0 è l’islamocomunismo?
«È un rischio, e credo sia l’ultimo portato dell’intersezionalismo. Fra due anni toccherà leggere una lettera su Repubblica in cui se ne prendono le distanze. Io non sono islamofobo, perché in generale non ho paura di nulla che riguardi le idee, le fedi o gli stili di vita. Ci sono migliaia di musulmani che lavorano, pagano le tasse e hanno tutto il diritto a piantare radici in Italia. Credo però sia saggio comprendere che l’Islam politico esiste e ha ambizioni che non possono convivere con i nostri ordinamenti civili. Che, ripeto, non so se sono i migliori in assoluto e non me ne importa nulla: sono i nostri e tanto mi basta. Credo che l’islam politico sia una forma di colonialismo che molti qui non riconoscono come tale perché, paradossalmente, sono dei suprematisti a loro insaputa: pensano cioè che noi occidentali siamo i migliori anche nel male, che abbiamo il copyright su ogni stortura del mondo e che gli altri siano sempre e solo nostre vittime. Un’altra declinazione del narcisismo etico».
A proposito di islamismo politico, che cosa pensa della comunità bengalese veneziana che minaccia scioperi se non verrà costruita la moschea?
«Non conosco la questione. In generale penso che professare una religione alla luce del sole, in luoghi riconoscibili e deputati, sia sempre meglio che relegarne il culto nelle cantine, dove magari è più facile che attecchiscano spinte alla radicalizzazione».
L’emergenza climatica e ambientale, che pure esiste, può essere il nuovo fronte di sperimentazione ideologica, un’altra forma di woke 2.0?
«Non ho competenze scientifiche abbastanza solide per parlare di emergenza climatica e mi rimetto a chi ne sa più di me. Che qualcosa sia cambiato però mi pare assolutamente evidente. Abbiamo passato un’estate di caldo insopportabile: a mia memoria una cosa così non si era mai vista. Oramai ogni estate si accumula un geopotenziale enorme che poi si traduce in disastri e inondazioni all’arrivo dell’autunno. Questo mi pare chiaro per tutti. L’unica cosa che so è che continuo ad avere fiducia nell’uomo e nella possibilità di trovare soluzioni adattive quando l’ambiente diventa ostile. La cultura è la nostra natura: non credo si possa vagheggiare un ritorno ai bei vecchi tempi quando non c’era l’aria condizionata o ci si scaldava al fuoco del camino, che era inquinantissimo. Credo si debbano trovare soluzioni tecnologiche più avanzate. Con buona volontà e, se possibile, senza isterismi».
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