«Più dottrina sociale e sussidiarietà per tornare al reale»
Francesco Giubilei (Imagoeconomica)

Francesco Giubilei (Cesena, 1992) è un attivissimo promotore della cultura conservatrice, identitaria, patriottica, alternativa al pensiero unico woke. Nel 2008 e nel 2013 ha fondato le case editrici Historica e Giubilei Regnani, con cui ha diffuso decine di opere letterarie, sociologiche e politiche, dirette in primis ai giovani e gli universitari affinché prendano atto dell’esistenza di un filone minoritario ma crescente di saggistica libera, non sottomessa al laicismo e al progressismo delle sinistre. Intellettuale engagé, dal 2017 Giubilei edita la rivista trimestrale Nazione futura in cui dà voce a pensatori di nicchia o comunque autonomi rispetto ai diktat e alle mode del momento: dell’euro-latrìa al neo-antifascismo (in assenza di fascismo), dall’ecologismo catastrofista al trans-femminismo, dall’islamo-goscismo alle ideologie malthusiane, darwiniste o arcobaleno. Docente universitario, tra le sue pubblicazioni, tradotte in vari idiomi, ricordiamo Storia del pensiero conservatore, Gli intellettuali di destra e l’organizzazione della cultura e Follie ecologiste. Alcuni anni fa, Forbes lo ha inserito tra i giovani under 30 più influenti d’Italia. Lo abbiamo intervistato a proposito delle Tavole di Assisi, la due giorni cattolica e identitaria, che si terrà il 5-6 settembre nella patria di san Francesco.

Prof. Giubilei, qual è lo specifico delle Tavole di Assisi, tra le tantissime altre manifestazioni estive in qualche modo simili e comparabili, come ad esempio il Meeting di Rimini, onorato quest’anno dal santo Padre in persona?

«Le tavole di Assisi sono un appuntamento ormai fisso che si svolge ogni anno a settembre con centinaia di persone che arrivano da tutta Italia nella città di San Francesco per discutere di radici, tradizione, fede e cultura. L’edizione di quest’anno assume un valore particolare sia per la qualità dei relatori sia perché ricorre l’ottavo centenario della scomparsa di San Francesco che verrà ricordato nel corso delle Tavole. In un contesto sociale e mediatico sempre più veloce e superficiale momenti di riflessione e approfondimento come le Tavole di Assisi rappresentano un’importante occasione in particolare per il mondo cattolico che si trova ad affrontare sfide epocali (penso a quella sull’intelligenza artificiale) e deve essere in grado di coniugarle con i propri valori».

Esiste un legame tra le Tavole e le sue tante attività culturali ed editoriali, penso in primis a Nazione futura, sia la rivista, sia il movimento da lei fondato nel 2017 «per migliorare l’Italia attraverso idee e proposte concrete»?

«Nazione Futura ha contribuito a fondare le Tavole di Assisi insieme a Simone Pillon e a Pro Vita e crediamo fortemente in questo progetto. I prossimi mesi saranno molto importanti per lo sviluppo di Nazione Futura e ci aspettano numerose sfide. A livello internazionale siamo partner dei due principali eventi dei conservatori europei e americani come il Cpac e la National Conservatism Conference, mentre il primo fine settimana di ottobre si svolgerà a Roma il nostro evento annuale “L’Italia dei conservatori”. In quell’occasione lanceremo un tour in tutta Italia che coinvolgerà i nostri circoli territoriali (che hanno da poco superato i 100) per raccogliere proposte da sottoporre alla coalizione di centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2027 a cui intendiamo dare un contributo tanto di idee, quanto di persone».

Perché iniziare la due giorni con un ricordo di Vittorio Messori un apologeta di altissimo profilo e un giornalista di razza, che però era piuttosto cauto in fatto di scelte politiche ed anche di alleanze partitiche, culturali e strategiche?

«L’omaggio a Messori è doveroso, non solo è stato un grande studioso del cattolicesimo, ma ha avuto la capacità di arrivare al grande pubblico in particolare con il suo libro Ipotesi su Gesù. Si tratta di una lezione che oggi i cattolici dovrebbero riscoprire, ovvero come rendere popolare la fede in una società sempre più secolarizzata in cui il nichilismo e il relativismo sono diventati anti-valori imperanti. Non a caso per Messori la fede viene prima di tutto e sosteneva: “Senza il chiodo della fede, l’attaccapanni della morale non può star su”».

Lei parlerà all’interno della Tavola III sul tema avvincente delle «Radici cristiane e Bene comune, la sfida per il futuro dell’Europa». Per i lettori della Verità, co-organizzatrice dell’evento, può fare una brevissima sintesi della sua prolusione?

«L’Europa nasce su due radici: la cultura classica e il cristianesimo. L’errore più grande che si possa fare è confondere il concetto politico di Unione europea con quello storico e culturale di Europa. Le politiche dell’Ue vanno in una direzione spesso contraria al senso comune e non solo non tengono in considerazione le nostre radici, ma le mettono in discussione o addirittura le negano. Basti pensare all’attenzione per la fantomatica islamofobia o a temi come il gender inversamente proporzionale alle politiche di sostegno alla famiglia, alla natalità o alla difesa dei cristiani perseguitati nel mondo. La sfida per il futuro dell’Europa è perciò rivedere completamente l’attuale modello di governo, non “più Europa” ma “un’altra Europa”».

Qual è, secondo lei, l’apporto che la dottrina sociale della Chiesa e il magistero pontificio possono offrire alla soluzione dei problemi della contemporaneità: dalla scuola che non forma, alla famiglia che non educa, dalla violenza sociale sino a quel nichilismo valoriale che sembra dominare dall’alto al basso le nostre società?

«Dottrina Sociale della Chiesa e principio di sussidiarietà sono due aspetti che dovrebbero rappresentare un cardine della nostra società e che, al contrario, abbiamo dimenticato. Una visione economica che contempli la proprietà privata e il profitto, ma con un’attenzione concreta ai poveri, insieme a una concezione del potere vicina ai cittadini e alle loro esigenze sono i migliori antidoti al nichilismo in ogni sua forma».

Una obiezione che vi viene fatta non raramente, a destra come a sinistra, è questa. Spesso, lei e i suoi sodali, vi ponete nel dibattito pubblico come «difensori tetragoni dell’Occidente». Ma non è proprio l’Occidente che almeno a partire dalla Rivoluzione francese, se non da Martin Lutero, ha desacralizzato la cultura, il pensiero e la società, ponendo così i presupposti di quello scientismo e di quel relativismo etico che paiono oggi tra le fondamenta più evidenti della dissoluzione?

«L’Occidente ha senza dubbio le proprie responsabilità attraverso quella che Roger Scruton definiva oicofobia, odio verso se stessi e la propria casa. Prima la rivoluzione francese con le derive del giacobinismo, poi il 1968 hanno inflitto duri colpi ai valori tradizionali tra cui il principio di autorità. Più di recente sono poi arrivati politicamente corretto, woke e cancel culture per cui sì l’Occidente ha le sue immense responsabilità. Detto ciò l’Occidente storico è anche Sant’Agostino, Dante, San Benedetto, De Maistre, Chateaubriand, Goethe e non condivido la visione di chi si avvicina a visioni anti occidentali in nome della tradizione. Altre civiltà conservano valori tradizionali più di noi? È probabile, ma non rappresentano la nostra tradizione, il discrimine è tutto qui. L’identità italiana ed europea è cristiana ed è questa che intendiamo difendere».

La due giorni di Assisi è dichiaratamente cattolica e si rifà ai maestri del pensiero cristiano come Agostino, Tommaso, Newman ed altri. Qual è il rapporto suo personale e quello della sua associazione con la gerarchia ecclesiastica, visto che a volte, ad esempio in materia di gestione del problema migratorio, sembra che vi collochiate su posizioni contrapposte?

«Giudico positivamente il pontificato di Leone XIV che su tanti temi si è riavvicinato alla tradizione, così come la sua riscoperta della dottrina sociale della Chiesa nel dibattito pubblico. La Magnifica Humanitas è inoltre un’enciclica che ci aiuta ad affrontare con la giusta chiave di lettura le principali sfide del nostro tempo tra cui l’IA, ribadendo la centralità dell’uomo rispetto alla tecnica».

Tenendo conto dello scenario internazionale, per il futuro dell’Italia e dell’Europa lei è piuttosto ottimista o pessimista?

«Sono ottimista solo se l’Europa riscoprirà i suoi valori originari, altrimenti siamo destinati a un declino nemmeno troppo lento. Occorre recuperare quei principi enunciati nella dichiarazione di Parigi Un’Europa in cui possiamo credere, un manifesto realizzato nel 2017 da tredici pensatori conservatori tra cui Roger Scruton, Chantal Delsol, Rémi Brague in cui viene fatta una distinzione tra il concetto di vera Europa e di falsa Europa. «La vera Europa. Identità e Missione» è anche il titolo di una raccolta di saggi di Benedetto XVI. Solo conservando la nostra identità potremo salvarci, se invece intendiamo abbracciare un modello basato su multiculturalismo, secolarizzazione, relativismo saremo destinati a soccombere».

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