Wanda Ferro: «Nell’ultimo anno abbiamo quasi raddoppiato i rimpatri»
La sottosegretaria al Ministero dell’Interno, Wanda Ferro (Ansa)

Wanda Ferro, sottosegretario agli Interni, che cosa sta succedendo in Europa? Sale la tensione sulla gestione dei migranti. E dopo Spagna e Germania, anche Austria, Svezia e altri Paesi annunciano il trasferimento dei «dublinanti» verso l’Italia. Quanti ne riprenderemo?

«Le cosiddette regole di Dublino hanno sempre previsto che i migranti tornassero al Paese di primo ingresso. Non si comprende dunque la strumentalizzazione della sinistra. Così è sempre avvenuto, anche e soprattutto con governi sostenuti dalla sinistra».

E oggi?

«Il governo Meloni con il ministro Piantedosi ha imposto lo stop in questi anni fino all’entrata in vigore del nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo. In questo modo dal 2023 ad oggi abbiamo evitato 80.000 ritorni di irregolari, un successo che rivendichiamo e che è un dato di fatto. Riprenderemo soltanto quelli dovuti».

E cioè quali?

«Gli accordi raggiunti in sede europea prevedevano la riattivazione degli impegni di Dublino soltanto per i richiedenti asilo arrivati successivamente all’entrata in vigore del nuovo Patto, il 12 giugno. È un risultato importante, ottenuto dopo che Giorgia Meloni è riuscita a portare l’immigrazione irregolare al centro dell’agenda europea, superando l’idea che fosse un problema esclusivo degli Stati di frontiera».

L’opposizione dice che vi siete messi in trappola da soli. Elly Schlein e Giuseppe Conte sostengono che la sospensione di Schengen con la Spagna si è trasformata in un boomerang per il nostro Paese. Cosa risponde?

«È una sinistra ormai a corto di argomenti, isolata nel contesto internazionale e nella stessa famiglia dei socialisti europei. Pensano di fare propaganda mettendo insieme due questioni completamente diverse. Proprio non riescono ad ammettere l’efficacia dell’azione del governo Meloni, e arrivano a santificare Sánchez persino sui respingimenti massivi, contro i quali avrebbero fatto le barricate se fossero avvenuti in Italia».

Quindi il comportamento degli Stati europei sui dublinanti non c’entra nulla con il blocco italiano di Schengen?

«Il ripristino temporaneo dei controlli alla frontiera con la Spagna è una misura di sicurezza prevista dal Codice frontiere Schengen, mentre le riammissioni riguardano l’applicazione delle regole di Dublino dopo l’entrata in vigore del nuovo Patto europeo. Non esiste alcun collegamento tra le due cose. L’Italia aveva già dichiarato la propria disponibilità alle riammissioni nei termini previsti dagli accordi europei e per i casi successivi al 12 giugno».

Il governo sta valutando di prorogare a settembre la chiusura dello spazio Schengen con la Spagna?

«Il provvedimento rimarrà in vigore per il tempo necessario. In ogni caso non c’è alcun braccio di ferro con la Spagna. Provvedimenti analoghi sono stati adottati oltre 500 volte da venti Paesi europei, compresi Spagna, Francia e Germania, senza che questo sia mai stato considerato un atteggiamento ostile. La stessa Spagna vi ha fatto ricorso 22 volte dal 2009. Attualmente Francia, Austria, Germania, Danimarca, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Norvegia applicano forme di controllo alle frontiere interne. La decisione italiana va letta esclusivamente alla luce della situazione straordinaria che si è determinata a Ceuta e delle conseguenti esigenze di sicurezza».

Come giudica il comportamento del governo Sánchez in questa vicenda?

«Nel momento in cui loro stessi hanno parlato di una “ritorsione”, tutto si commenta da solo. Noi abbiamo approvato il provvedimento per la situazione straordinaria che si è venuta a creare a Ceuta, nulla di ideologico o pretestuoso da parte nostra. Presentarlo come una misura diretta contro la Spagna non corrisponde alle ragioni per cui è stato adottato».

Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi verso Ceuta è ancora alto?

«Mi sembra oggettivo ed evidente, così come evidenziato da fonti di stampa e da analisi dell’intelligence. Il controllo delle frontiere è una componente essenziale della sicurezza nazionale ed europea. Dall’ottobre 2022 al 13 agosto di quest’anno sono state disposte in Italia 256 espulsioni per motivi di sicurezza nazionale. È un dato che spiega perché davanti a situazioni di questo tipo ogni rischio debba essere valutato con la massima attenzione».

Anche il governo austriaco ha comunicato che sono già ripresi i trasferimenti verso il nostro Paese: qual è la posizione del governo italiano? Accetterete questi trasferimenti? Quali sono i margini di trattativa?

«Vedremo. Per ora si tratta di numeri irrisori. Al momento ne risulta rientrato uno solo. Valuteremo caso per caso la fondatezza di ogni richiesta. Il punto fondamentale resta l’equilibrio raggiunto a livello europeo: il ritorno alle regole di Dublino si accompagna, ripeto, a strumenti più efficaci per ridurre gli ingressi irregolari e aumentare concretamente i rimpatri».

La Germania nei giorni scorsi ha annunciato il trasferimento verso l’Italia di tre richiedenti asilo: è possibile giungere a un accordo per accoglierli, e su quali basi?

«Non sono arrivati. A settembre si terrà un bilaterale tra il ministro Piantedosi e il suo omologo Dobrindt e avremo un quadro più chiaro. Prima di allora non avrebbe senso anticipare valutazioni su richieste che dovranno comunque essere esaminate puntualmente».

Come considera il ruolo svolto dalle Ong tedesche?

«Le Ong rappresentano un pull factor che favorisce gli ingressi irregolari sul nostro territorio nazionale. Queste imbarcazioni battono la bandiera di Paesi partner dell’Unione europea e questo rappresenta un dato di fatto ineludibile. La stragrande maggioranza di chi arriva non ha diritto a entrare e rimanere nell’Unione europea».

Coglie un’ipocrisia nella gestione di certe pratiche da parte di certi Paesi europei?

«Sono tutti solidali con i porti degli altri, ma questo è inaccettabile. Una politica europea credibile deve assumersi fino in fondo la responsabilità della gestione delle proprie frontiere e impedire che l’attività dei trafficanti determini di fatto chi entra nel territorio dell’Unione».

Insomma, il Patto siglato nel 2025 che «sana» tutti i dublinanti arrivati in precedenza non sta funzionando?

«L’azzeramento dei dublinanti precedenti è una conquista diplomatica del nostro governo. Non era scritto nei regolamenti europei. Ora si tratta di far funzionare il complesso di misure introdotte nel nuovo Patto per stroncare il fenomeno dell’immigrazione irregolare. Siamo di fronte anche a un business dell’accoglienza che sfrutta ogni migrante per lucrare. A questo si somma l’ideologia immigrazionista della sinistra italiana che per la verità, e per fortuna, è sempre più minoritaria in Europa».

Dunque?

«Il nuovo quadro deve soprattutto dimostrare di saper rendere effettive le decisioni di rimpatrio. Al 13 agosto, nel corso del 2026, ne abbiamo effettuati già circa 5.300, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2024 e del 2025. Un sistema di asilo credibile deve garantire protezione a chi ne ha diritto e rendere effettivo il rimpatrio di chi non possiede i requisiti per rimanere».

Come si sta comportando l’Europa di fronte a questi problemi, e che cosa si aspetta per il futuro?

«Una politica europea che si limita a stabilire in quale Paese debbano essere trasferiti i migranti dopo il loro ingresso nell’Unione non risolve il problema: si limita a gestirne le conseguenze. Bisogna ridurre gli ingressi irregolari, proteggere le frontiere esterne e rendere effettivi i rimpatri. La sfida è evitare che i Paesi vadano in ordine sparso e fare in modo che l’Europa esprima una politica comune e ferma a tutela del proprio confine esterno».

Siete stati accusati di fare propaganda elettorale sul tema dei migranti. Cosa risponde?

«Nessuna propaganda. Stiamo ottenendo risultati. Nel 2023 l’Italia affrontava una pressione migratoria straordinaria, con un sistema che per troppo tempo aveva rincorso l’emergenza anziché governare un fenomeno strutturale. Oggi il quadro è profondamente diverso. Dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e, confrontando i primi sette mesi del 2023 con lo stesso periodo di quest’anno, il calo raggiunge l’82 per cento. Resta ancora molto da fare, perché il fenomeno migratorio è strutturale e cambia rapidamente. Ma i numeri dimostrano che governarlo è possibile».

Da non perdere