Savino Balzano, saggista, ha da poche settimane pubblicato per Paper First un nuovo libro dal titolo Romanzo Quirinale. Come il colle ha abbandonato la Costituzione per Washington, Bruxelles e il partito della guerra.
L’argomento, va da sé, è il ruolo che la presidenza della Repubblica ha incarnato in questi ultimi vent’anni. Un ruolo molto politico, spiega Balzano, soprattutto ad opera degli ultimi due inquilini del grande palazzo romano: Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella.
Balzano, perché adesso un libro sul Quirinale? Che c’è di tanto urgente da dire?
«Smetterà di essere urgente quando il presidente della Repubblica tornerà davvero a essere una figura di garanzia, unificante, garante della Costituzione. Finché il suo ruolo – e sono i fatti, a mio avviso, a dimostrarlo – resterà quello di garante dell’agenda dell’Unione europea e di chi la orienta, quell’urgenza non verrà meno. Smetterà di essere urgente quando calerà il velo di ipocrisia che avvolge questa figura, quando politica e informazione cesseranno di assumere la postura servile che siamo costretti a osservare ormai da troppi anni. Solo allora il tema non sarà più urgente. Oggi, invece, lo è più che mai: è fondamentale infrangere il muro di silenzio costruito attorno al Quirinale e contrastare il coro che, fantozzianamente e senza alcuna dignità, continua a ripetere: “È un bel presidente!”».
Possiamo dire che il suo libro è una controstoria degli ultimi anni della nostra Repubblica?
«Diciamo che, a parte il libro di Travaglio del 2013 su Napolitano, non esiste un altro volume che osi mettere in discussione l’immagine sacralizzata del capo dello Stato. E, infatti, Travaglio è stato l’unico ad aprirmi la porta. L’unico, perché gli altri se la facevano sotto: basta leggere la prefazione di Mario Giordano, che ringrazio ancora, per comprendere le ragioni di certi comportamenti. Chi critica il Colle viene isolato, ostracizzato, dipinto come un complottista o un folle. L’infallibilità non è più riconosciuta nemmeno ai Papi, sembra essere rimasta solo quella del Quirinale. Sono pochissime le realtà editoriali che osano muovere critiche al Colle e tra queste va certamente menzionata La Verità e il suo direttore. Il semplice fatto, però, che per criticare Mattarella occorra coraggio è già la prova dello stato pietoso in cui versa la nostra democrazia. La gente, ad ogni modo, non è sciocca, tanto che il libro è già in ristampa nonostante il silenzio dei grandi media».
Nove anni di presidenza Napolitano e quattordici di presidenza Mattarella. Oltre un ventennio nel segno di una continuità politica che ha pochi eguali in Europa.
«Sì. Qualcuno, poche settimane fa, forse dopo aver abusato durante un aperitivo, in una nota trasmissione televisiva ha perfino ipotizzato un Mattarella-ter, senza peraltro destare eccessivo scandalo nei conduttori. Ma una permanenza tanto lunga al Quirinale è in netto contrasto con lo spirito della nostra Costituzione, che non è più tutelata da chi dovrebbe farlo».
In entrambe le rielezioni, quella di Napolitano e quella di Mattarella, si parlò di emergenza (guarda caso) e di stallo. Ma in passato abbiamo avuto presidenti eletti dopo oltre venti votazioni, dunque perché non insistere ancora?
«Quanto a Mattarella, non ho mai creduto alla narrazione del sacrificio. A mio avviso voleva essere rieletto e, con la storia della ricerca della casa, innescò volutamente il dibattito sul successore. I giornali si riempirono di quella favoletta e tutti guardarono immediatamente a Draghi, che ci cascò con tutte le scarpe, dichiarandosi a disposizione. Politicamente non è mai stato una volpe. Si aprì così un dibattito surreale sulla successione a Palazzo Chigi e Draghi ne rimase invischiato. Mattarella, invece, si blindò».
Nel suo libro parla di monarchia quirinalizia. Non è eccessivo?
«È riduttivo, semmai. Per Mattarella io penso a un vero e proprio pontificato. Non lo ha scritto Giannini su Il Venerdì di Repubblica qualche settimana fa? “Nel sacro rispetto dell’istituzione più sacra del Paese (e che dio o chi per lui ci conservi sempre Mattarella)”. Si noti, peraltro, “dio” scritto in minuscolo: gerarchicamente, forse, anche lui viene dopo il presidente. Ma in quale democrazia compiuta si riserva al capo dello Stato un racconto che ricorda quello che l’Istituto Luce riservava a Mussolini? L’effetto Mattarella sulle medaglie olimpiche, la storia del tram per accreditarne l’immagine di uomo umile e via di questo passo. Lo si descrive come un taumaturgo, arrecandogli, secondo me, più di qualche imbarazzo. Ricorda la solidarietà che gli venne riservata quando si parlava di un presunto elenco dei russofobi redatto da Mosca? Ebbene, quell’elenco non esiste, è una bufala. Mosca ha pubblicato una raccolta di dichiarazioni considerate russofobe e vi ha inserito anche la famosa uscita di Mattarella che paragonava l’aggressione russa all’Ucraina al progetto di conquista del Terzo Reich. Ma se una frase del genere non viene considerata russofoba nei confronti di un Paese che ha pagato la Seconda guerra mondiale con circa 25 milioni di morti, allora io non ci capisco più niente. Eppure, tutti si raccolsero attorno a Mattarella, come se fosse vittima di un’aggressione personale da parte di Mosca. Questo non dovrebbe accadere in una democrazia seria e compiuta».
A sinistra si nota un gran movimento in vista delle prossime elezioni, poiché il parlamento che ne risulterà dovrà eleggere il prossimo presidente della Repubblica. Come mai tanta agitazione?
«Perché, per il Pd, il Colle è la chiave per andare al governo quando perde le elezioni. Semplice».
C’è chi vorrebbe candidare Pierluigi Bersani.
«Figura sopravvalutata. Lilli Gruber lo ripropone ossessivamente come leader storico della sinistra, come se per esserlo bastassero un toscano tra le labbra e una birra alle feste dell’Unità. Va in televisione ad ammorbarci con le sue paternali sul lavoro e sull’antifascismo, si dipinge come un alfiere della Costituzione, ma ha votato alcune delle peggiori porcate che si ricordino: il pareggio di bilancio in Costituzione, la riforma delle pensioni Fornero, la demolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori da parte del governo Monti e la legge delega del Jobs Act di Renzi. Senza contare le lenzuolate e la liberalizzazione delle licenze, che hanno provocato sfaceli. Però, in cambio, non paghiamo più i due euro quando ricarichiamo il credito telefonico. Che sia una brava persona, magari anche pentita delle schifezze che ha votato, non lo metto in dubbio. Ma, per favore, non ci faccia la morale».
Giorgia Meloni ha detto giorni fa che un presidente di destra non è un tabù ma fa paura all’establishment. Che cosa intendeva dire secondo lei? Quale establishment? In fondo Giorgia Meloni è il presidente del Consiglio, non fa parte dell’establishment?
«Parliamo della stessa Meloni che si vanta dei conti in ordine, dello spread basso e delle promozioni delle agenzie di rating? Domando solo per capire. Anche la Schlein, di recente, ha detto qualcosa di simile. Lei che incontra Draghi – come fece Meloni poco prima di andare a Palazzo Chigi – e Prodi per chiedere consigli. Non illudiamoci, magari bastasse avere un presidente della Repubblica di destra per mettere in discussione il sistema. Non credo che Crosetto o Mantovano farebbero la differenza, sarebbe come avere Bindi o Bersani. Con La Russa, probabilmente avremmo un po’ più di folclore e un po’ meno grigiore. Ma sarebbe tutta sovrastruttura».
Però le parole della Meloni hanno avviato un dibattito surreale su un possibile prossimo Presidente della Repubblica di destra, come se ciò fosse un vulnus alla stessa Costituzione. Cosa ne pensa?
«Che sia un vulnus è una sciocchezza. Dopotutto a dirlo sono i soliti ipocriti, che per anni hanno farneticato di fascismo e antifascismo e poi non hanno avuto nulla da dire sul green pass, che impediva a comuni cittadini di salire su un tram, andare a scuola o perfino lavorare per portare il pane a casa. Sono gli stessi che applaudono all’introduzione del Chat Control in sede europea. Ma non sarebbe nemmeno una rivoluzione. Non ci serve un Mattarella di destra. Ci serve un presidente che sappia rispettare certi limiti, la Costituzione e la sovranità popolare. Uno che non osi bocciare un ministro designato per le sue idee politiche, che non imponga una guerra, come accaduto con la Libia, che non ci costringa a governi tecnici di lacrime e sangue e che non prometta sostegno eterno a Zelensky dal Quirinale. Ha sentito il recente discorso del presidente della Repubblica in occasione della cerimonia del Ventaglio? A dir poco surreale: dopo aver premesso di non lasciarsi trascinare nello scontro tra i partiti, ha fatto l’apoteosi delle politiche imposte da Bruxelles ai Paesi membri. Valutazioni del genere spetterebbero esclusivamente alla politica, non al Quirinale. Abbiamo disperatamente bisogno di un capo dello Stato che sappia stare al suo posto, al fianco dell’Italia e del suo popolo. A lei viene in mente qualcuno?».
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