Malleus, all’anagrafe Enrico Ragni
Malleus, all’anagrafe Enrico Ragni (iStock)

«Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno». Per raccontare la fenomenologia d’un’anima inquieta, profonda e profondamente creativa, ripartiamo da qui; da Albert Einstein. Dall’immensa facciata a vetri del suo castello filtra una luce d’infinito – del resto siamo a Recanati – e qui Malleus – solo per l’anagrafe è Enrico Ragni da Albacina: paese che si cita per la ferrovia, appendice di Fabriano dove nacque la carta-filigrana; con la tecnologia ha conosciuto il boom delle lavatrici e oggi guarda di nuovo ai fogli come prodotto unico – ha costituito la sua Bottega di amanuense, l’ultima rimasta in Italia, la migliore d’Europa. Qui si pratica la teologia della calligrafia tra alchimia e passione, perizia e pazienza, dando forma e parola a un futuro remoto.

Perché Malleus, il martello, se lei usa la penna d’oca?

«Era il nome del mio gruppo musicale. Da ragazzino suonavo di tutto: dalla chitarra alla batteria, sentivo la forza propulsiva della musica e noi facevamo un rock duro, martellante. Quando il gruppo si è sciolto mi sono tenuto il nome: mi piaceva».

E la penna d’oca, la calligrafia?

«Anche quella è una storia antica! Sono passati tantissimi anni e sono debitore per questa dedizione alla parola scritta al mio maestro. Quando facevo le elementari io, ancora si scriveva col pennino, e calligrafia era una valutazione del merito scolastico. Siccome mi piaceva fare quei segni armonici, ritmati, quasi musicali appunto come se il quaderno fosse un pentagramma, il mio maestro per premiarmi mi dette il compito di preparare con le bustine e l’acqua gli inchiostri e riempire i calamai dei miei compagni, e lì cominciai a pensare di farne un futuro: ero inebriato dal profumo di quel liquido che dava forma ai pensieri».

«Io rimetterei calligrafia come materia di studio»

Ha ragione il ministro Valditara a dire che bisogna tornare a scrivere a mano a scuola e che la scrittura è la ginnastica del pensiero?

«Ha ragione da vendere! Quando va bene i nostri ragazzini scrivono in stampatello, sovente in maniera sguaiata. Si capisce perché poi non sopportano la disciplina: il disordine della scrittura è una spia. Se si scrive in corsivo si consente al pensiero di fluire libero, si hanno i ripensamenti, le correzioni, le riflessioni che ti guardano in faccia e ti interrogano. Io rimetterei calligrafia come materia di studio!».

In che senso? Non è una sorta di Cicero pro domo, anzi nel suo caso, pro castro suo?

«No di certo, o forse sì nel senso che avrei meno problemi a reclutare le mie amanuensi. Con alcuni docenti universitari, tra cui psicologi dell’età infantile, pedagogisti, storici e sociologi, abbiamo scritto una proposta di legge per far tornare la calligrafia materia di studio. Accanto alla bella scrittura io ho sviluppato la conoscenza grafologica, sono anche perito. Da come scrivi si capisce chi sei. I bambini che scrivono in stampatello hanno un dannoso distacco dalla loro personalità, chi lascia tanto spazio tra una parola e l’altra vuol dire che non ha fluidità di pensiero. Dall’altezza delle lettere, da come tagli una “t” si leggono gli strati profondi della psiche. E che la calligrafia sia una sorta di riscatto del proprio modo d’essere me lo confermano mille esempi. Una signora che è venuta da me a imparare – noi qui facciamo tanti corsi per chi vuole iniziare o semplicemente per chi ha piacere di esprimersi direi in bella copia – si è scritta la lista della spesa in carattere gotico: quando è andata al supermercato l’hanno accerchiata con meraviglia. E lei era felicissima».

Lei è attento all’educazione dei bambini attraverso la scrittura.

«È fondamentale: è nella prima età scolare che dai loro l’opportunità di diventare pianta rigogliosa. E forse conta anche il mio vissuto: io da quell’odore d’inchiostro delle elementari sono diventato anche perito chimico per potermi fare gli inchiostri da solo. E questa è una caratteristica che anche gli altri amanuensi d’Europa un po’ m’invidiano perché mi riporta alla dimensione dello scriptorium monastico. Quanto ai bimbi, quando vengono qui in visita – e ne vengono migliaia – osservo come tengono la penna in mano: è sempre una postura sbagliata, che va corretta. Come si fa con la schiena per la scoliosi. Con la Regione Marche quest’anno siamo andati alla Fiera del Libro e i bambini mi facevano fiumi di domande. Io dicevo loro di scrivere una cosa: osservavo come tenevano la penna, la grafia. Poi scrivevo il loro nome e restavano incantati: con l’esempio si corregge l’errore e la scuola deve essere esempio».

Da ingegnere del suono ad amanuense

Ma Malleus non nasce amanuense, anzi lei ha usato fino a stressarli i computer!

«È vero: sono nato come ingegnere del suono. Nei primi anni Settanta avevamo ad Albacina il miglior studio di registrazione del Centro Italia. Io sapevo suonare tanti strumenti, con mio fratello facevamo le basi. Poi facemmo un salto di qualità: comprai un computer che incideva fino a 8 piste, poi 16. 53 milioni di allora! Ci si comprava un appartamento. Ma quel computer mi proiettò nell’olimpo della musica. Ho inciso con Renato Zero, sono stato da Zucchero, tutti i grandi hanno inciso con me. Col maestro Roberto Cacciapagli abbiamo fatto centinaia di gingle. Il Comune di Recanati – qui c’era allora un distretto dello strumento musicale: la Eko, Farfisa per citarne due – mi dette villa Colloredo: facemmo un mega studio di registrazione con mio fratello che faceva la parte creativa e io l’ingegneria del suono. Sintetizzai una tromba con Ennio Morricone, lui rimase incantato: stetti un mese a casa sua a Roma a registrare. Poi è cambiato tutto ed è rinato Malleus l’amanuense».

Come e perché?

«Il come per me è tragico. Mio fratello, agente di polizia, morì in un incidente stradale: io non mi riprendevo, poi alla fine degli anni Ottanta ci fu una crisi spaventosa della discografia. Sentivo che dovevo cambiare. Come ho detto non avevo mai abbandonato l’idea di coltivare la calligrafia. Nell’80 mi sono sposato e ho scritto a mano 160 partecipazioni di nozze. Qualcuno ci ha fatto un quadretto! Avevo messo nel terzo cassetto della mia scrivania un progetto folle: quello della bottega di amanuense. Dopo la morte di mio fratello decisi di andare in un eremo sopra Albacina a pensare. Avevo con me solo un po’ di cibo. Ripensai a quell’appunto e dopo dieci giorni mi dissi: se la vita, il cielo, mi dà un segno scelgo. Tornai e di lì a poco mi venne a trovare un amico che stava a Francoforte e mi regalò una penna col pennino piatto, quello che usano i calligrafi. Ecco il segno! Tirai fuori il progetto della bottega di amanuense: quello sarebbe stato il mio futuro. Mi presero per matto: ora che ci sono i computer, una bottega per scrivere a mano? Invece ci credevo. Contattai per imparare, affinare le tecniche, conoscere tutti i caratteri – strano eh? si dice carattere per le lettere e carattere per gli uomini: vedi la grafologia? – i grandi amanuensi d’Europa e ora sono qui».

«L’Intelligenza artificiale non vincerà»

Ma forse chi le diceva: la tecnologia ti schiaccerà, non aveva a tutti i torti. Pensi all’IA: che se ne fa di un amanuense?

«Sono convinto che l’Intelligenza artificiale non vincerà, se la vogliamo metter giù in maniera elementare. Potranno inventare un robot che scrive, ma gli mancherà sapere perché scrive. Gli amanuensi tremarono il 23 febbraio 1455 quando Johannes Gutenberg terminò la stampa della prima Bibbia a caratteri mobili, invece siamo ancora qui. Racconterò un episodio. Andai da Michael Harvey, forse il più famoso incisore al mondo, che ha fatto insegne enormi tipo quella del Louvre, per imparare. Era durissimo. Poi mi sono accorto che oggi con un plotter possono incidere in un attimo quello che io farei in giorni. Ma una differenza c’è: il mio incidere ha dei difetti umani! È come con le pergamene: se vogliono se le stampano, ma le mie, le nostre sono uniche. Tuttavia io non demonizzo la tecnologia. È un ottimo ausilio. Sono convinto che se gli amanuensi benedettini avessero avuto i computer avrebbero fatto delle meraviglie. Io nasco con la tecnologia, non la rifiuto, né la temo, ma la lascio al suo posto: quella di uno strumento. Per questo vorrei che nelle scuole s’insegnasse calligrafia: per tenere separato il grano uomo dal loglio tecnologia. Per capirci: la tecnologia può riprodurre un capolettera miniato come quelli che faccio io che ho imparato dagli amanuensi medievali, ma non gli darà mai l’anima. Che sia filigrana d’oro, porpora o lapislazzulo, quel capolettera non saprà mai perché esiste se non è opera dell’uomo».

E l’Antica bottega amanuense, Castello Malleus, com’è nato?

«Da una intuizione. Io sul mio stemma araldico ho scritto: In te ipso veritatem quare…».

Non vale! Ha copiato Sant’Agostino: in interiore homine habitat veritas! Dentro l’uomo è la verità! Oddio lei è un amanuense dunque ha ragione a essere un copista…

«Come ho detto ho cercato dentro di me e mi sono detto: chi ha bisogno di diplomi? Le università. Sono partito con Macerata, poi Bologna, poi tutta Europa. Dal Castello Malleus sono usciti più di due milioni di diplomi di laurea. E poi trattati internazionali, inviti. Non potevo fare tutto da solo, così ho creato una scuola. Sapevo di poterlo fare perché, per dirne una, Donald Jackson che è il più famoso amanuense d’Europa e lavora per Buckingham Palace, quando doveva fare la pergamena per l’incoronazione di Carlo III ha chiesto a me quell’inchiostro di prima del Mille che ho riprodotto e quelle penne d’oca che io ho imparato ad appuntire. Ho seguito la strada dei maestri antichi con una variazione. Negli scriptorium c’erano solo monaci, io ho 12 ragazze: solo femmine! Sono l’Abate di Castello Malleus e mi sono dato una nuova regola».

Dunque l’amanuense è una religione che esclude la modernità?

«Ma quando mai! L’amanuense si dà una disciplina interiore, ma noi i computer li usiamo eccome, così come usiamo i tavoli luminosi. Coi computer facciamo le brutte copie. Essere amanuensi vuol dire conoscere: dare forma al sapere».

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