urso green deal
Adolfo Urso (Imagoeconomica)

Il ministro: «Soprattutto gli operai si sentono traditi, sale quindi la domanda di sicurezza. Contro il caro energia è necessario procedere, anche senza l’autorizzazione dell’Unione, con il reperire risorse dalle compagnie».

Ministro Urso, c’è grande attesa per il voto a Berlino e in un altro land in Germania. Un altro boom di Afd farebbe cadere il governo Merz?

«Mi auguro di no, perché abbiamo raggiunto una sintonia con il cancelliere Merz e, per quanto mi riguarda, con il ministro dell’Economia Katherina Reiche sulla necessità di realizzare riforme europee davvero efficaci per salvare industria e lavoro. Spero che serva a superare le resistenze interne che ancora vi sono e che la Commissione comprenda l’urgenza dell’azione. È necessario sgretolare il Muro dell’ideologia eretto a Bruxelles, che ha imprigionato le imprese europee, mettendo a rischio milioni di lavoratori».

Il voto per Afd è un voto contro la gestione degli immigrati o contro le politiche Ue?

«È in gran parte un voto contro l’inerzia europea, che si manifesta in forme diverse nei vari Paesi dell’Unione, come dimostrano anche i sondaggi in Francia e in Spagna, così come l’esito del referendum islandese che ha respinto la ripresa dei negoziati per l’ingresso nell’Ue. Sono soprattutto gli operai a sentirsi traditi, abbandonati da chi ha posto altre priorità nella sua azione politica: anche nella cosiddetta “Via Maestra” di Landini non si riscontra più il bagaglio valoriale della classe operaia. Prevale ormai la paura del domani, senza più quella identità sociale che si manifestava nel lavoro e sul territorio, nella propria comunità. E sale quindi la domanda di sicurezza».

Anche Spagna e Francia sembrano in crisi: Sánchez per Ceuta, Macron per il maxi deficit. La Ue sta facendo male agli Stati nazionali?

«L’epicentro della crisi è sempre nel sottosuolo di Bruxelles, comunque si esprima nei diversi territori: se non presidi il confine del lavoro, perdi la ragione d’essere, se non riconosci la tua comunità perdi la fiducia nel futuro. Il resto è fuffa, che va bene solo per qualche salotto all’interno della Ztl, sempre più vissuta dai più come esclusiva, contrapposta alla vita reale. Nel linguaggio di un tempo si potrebbe dire che “si è esaurita la spinta propulsiva della sinistra europea in tutte le sue forme”. Resta solo il ribellismo alla Mélenchon, sulle ceneri del riformismo francese. Ancora poche settimane fa Sánchez aspirava a diventare il nuovo leader mondiale della sinistra occidentale e sulla sua immagine si stava configurando anche l’alternativa in Italia. Tutto svanito in poche settimane».

Il presidente di Confindustria ripete che questa Ue ha fallito. Perché ci si è accorti di questo fallimento solo ora?

«Noi ce n’eravamo accorti da subito e per questo ora in Europa ci guardano come quelli da seguire o imitare. La sinistra recupera se imita la destra, in Danimarca come in Svezia, con la priorità della sicurezza».

La Ue può ancora rimediare agli errori? Ma in che tempi?

«Facendo subito quello che ha negato per anni. Senza più infingimenti. Non è tempo di palliativi né di tamponi, ma di riforme radicali, organiche e strutturali. Noi abbiamo indicato la via e ora tutti ce lo riconoscono. Basta con il feticcio del Green deal che ha spalancato la porta all’invasione asiatica».

Possiamo aiutarci da soli? Le regioni e le Confindustrie del Nord chiedono una Zona economica speciale come al Centro-Sud. Si può fare?

«Sì, per quanto riguarda la semplificazione, cioè le procedure accelerate previste nella Zes unica del Mezzogiorno che ne hanno decretato il successo. È questo che davvero interessa alle imprese. Non si può invece utilizzare la stessa intensità di incentivi perché in contrasto con le regole europee sugli aiuti di Stato, in quanto destinati alle aree più svantaggiate».

L’export vola comunque ma il caro-energia rischia di rovinare tutto. È utile un price cap sulle bollette come propone la Regione Lombardia?

«L’export vola malgrado tutto perché il Sistema Italia è più resiliente e dinamico, ormai lo riconoscono tutti. Più 3,3% lo scorso anno, più 4,6% nei primi sei mesi di quest’anno, malgrado guerre, conflitti armati e commerciali. E crescono anche gli investimenti esteri in Italia e i turisti nel nostro Paese. I gufi in servizio permanente effettivo dovranno farsene una ragione. In ogni caso, per intervenire sul fronte del caro energia credo sia necessario procedere anche senza l’autorizzazione della Commissione nel reperire le risorse dalle compagnie energetiche. Poche ore fa si sono sollevati i pescatori francesi, non solo gli elettori tedeschi: non capisco cosa si aspetti a prendere atto che siamo in una situazione emergenziale, con conflitti che circondano l’Europa».

Il governo elimina il bollo auto ma il gasolio è a 2,3 e la benzina a 2,2 euro. Non c’è il rischio che il risparmio sul bollo sarà mangiato dai rincari alla pompa? La Germania è pronta a un tetto al prezzo del carburante, possiamo farlo anche noi?

«L’abolizione del bollo auto è una misura strutturale, che gradualmente si può estendere: prescinde dalle misure contingenti ed emergenziali che comunque dovremo prendere ove il conflitto prosegua. Insieme al ministro Pichetto abbiamo convocato una riunione con le raffinerie presenti in Italia, consapevoli che la raffinazione è l’anello debole della filiera. Ben prima della crisi di Hormuz abbiamo difeso l’Isab di Priolo, la prima raffineria italiana, anche con provvedimenti speciali, proprio perché comprendevamo quanto importante fosse».

Veniamo all’Ilva. Gozzi (Federacciai) dice che i giudici lavorano contro l’industria. Condivide?

«Non esprimo valutazioni. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Siamo finiti in un labirinto giuridico tra sentenze di chiusura e ricorsi, con sequestri probatori infiniti, con regole che valgono in una provincia e non nell’altra; esattamente il contrario di ciò di cui necessitano le imprese: la certezza su come operare, per poter programmare e investire».

Caso Ducati. Volkswagen potrebbe vendere… sogna una cordata italiana per creare un polo dei motori con Lamborghini, magari guidato da Ferrari?

«La nostra posizione l’ho espressa subito e senza infingimenti: Ducati è e resterà un orgoglio del made in Italy e siamo pronti a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione. Domani mattina sarò in azienda per ribadirlo anche ai sindacati e ai lavoratori».

Un’ultima domanda: Intelligenza artificiale. I big americani a parole frenano e puntano a inserirsi al tavolo delle regole. Intanto la Cina va avanti. Noi abbiamo già perso questo treno?

«No. Stiamo recuperando, rispetto a un contesto che appariva compromesso. Abbiamo creato la fondazione AI4Industry, l’istituto italiano di Intelligenza artificiale di Torino, e un consorzio italiano si è candidato a ospitare una delle gigafactory europee. Negli ultimi mesi abbiamo approvato sette progetti di data center di grandi dimensioni, in Lombardia, in Piemonte e in Sardegna. La prossima settimana ne approveremo un altro che sarà localizzato in una regione del Sud. La più avanzata azienda mondiale nel campo del calcolo quantistico ha deciso di realizzare a Roma il suo centro europeo. E stiamo lavorando a un nuovo pacchetto di intervento straordinario per fare dell’Italia la fabbrica europea nel campo della robotica avanzata, cioè dell’IA fisica, per l’industria, lo spazio, l’agricoltura, cioè per il sistema produttivo».

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