Lo storico, presidente del Vittoriale, ha sconfitto il wokismo. «Ho sostenuto con grande anticipo che era una disgrazia per l’umanità. Ne ho previsto la caduta in quanto assolutamente irragionevole».
Per oltre un anno ha rieducato la versione digitale di Gabriele d’Annunzio, nella vecchia residenza del custode.
«Quando decisi di far realizzare quell’ologramma mi premurai che avesse la sua voce e il suo aspetto, che venisse nutrito con le sue opere. Non avevo previsto la deriva».
Perbenista.
«L’Intelligenza artificiale è concepita all’origine con la cultura woke».
Un Vate politicamente corretto.
«Non era lui».
Sono stati mesi difficili.
«Non diceva negro neppure a torturarlo. Alla sua epoca era una parola accettatissima, che non suscitava alcuno scandalo».
Dopo questa rieducazione, lo dice?
«All’occorrenza. Ma, soprattutto, reagisce da D’Annunzio. Io, nottetempo, andavo da lui per capire il male. Gli parlavo. Lo insultavo».
E lui?
«Diceva: “Giordano, ti prego, non rivolgerti a me con un simile eloquio”».
Pavido.
«Quello vero mi avrebbe sfidato a duello».
Finalmente è guarito.
«La vecchia versione è morta. Adesso ha una personalità puntuta. Dopo un lavoro di alta ingegneria informatica, il D’Annunzio originale è entrato in funzione a metà luglio. Proprio mentre il Vittoriale veniva funestato da una tempesta tremenda, che ha abbattuto 31 cipressi e ci ha lasciato cinque milioni di danni».
Anche Giuseppe Conte ha seppellito il wokismo.
«Il suo fazzolettino nel taschino è arrossito».
Perché abiura?
«Oltreoceano si era alzata l’onda. E lui fiuta il vento».
Non è sincero pentimento?
«Come non era sincero il woke».
Ha tolto consensi?
«Perbacco. La sinistra che privilegia questioni civilissime, come i diritti degli omosessuali o l’eutanasia, dovrebbe geneticamente occuparsi di questioni più cogenti, come il lavoro e l’economia».
La destra perde una formidabile arma di persuasione.
«La battaglia ormai è vinta, ma non si sentirà questa mancanza. I motivi di lotta non mancheranno».
Le prossime elezioni incombono.
«Si parlerà di crisi, benzina e bollette».
Manca un anno.
«Forse meno».
Il governo festeggia: è il più duraturo di sempre.
«Consideriamo eccezionale una cosa che dovrebbe essere normale. Esultiamo perché l’acqua bolle e possiamo mettere il sale».
Minimizza.
«No, anzi. È un grande successo. Ma dovrebbe essere la norma e speriamo che lo diventi. Mi permetto anche di anticipare la prossima domanda».
Ovvero?
«Cos’ha fatto di buono?».
Era un’altra.
«Cinque anni, comunque, non bastano. Per intervenire decisamente sul Paese ne occorrono almeno dieci. Ed è abbastanza assurdo che il governo venga accusato di aver fatto poco. Ha tenuto in piedi l’economia. Ha dato rispettabilità internazionale. Non sono certo bazzecole. Nella prossima legislatura mi auguro, anzi troverei doveroso, che arrivino anche le necessarie riforme».
Giorgia Meloni è la prima donna a Palazzo Chigi nella storia repubblicana.
«Ha significato moltissimo, anche per l’emancipazione. Il suffragio femminile è stato introdotto in Italia solo nel 1946. La nostra premier ha tenuto con mano saldissima il timone. In Inghilterra una signora come lei, Margaret Thatcher, veniva chiamata “lady di ferro”».
Scansa una possibile alleanza con Roberto Vannacci: «Non dobbiamo vincere snaturandoci», dice.
«Fa benissimo. Vannacci non rappresenta una destra conservatrice, ma reazionaria».
I sondaggi incoronano il generale.
«Non lo trovo così sorprendente. Gli italiani sono sempre in cerca di novità. Sperano nel capo salvifico che scenda dal cielo all’improvviso per sistemare tutto. Il fenomeno è cominciato con Benito Mussolini, per proseguire con L’Uomo qualunque (il movimento di Guglielmo Giannini, ndr)».
La premier non cederà.
«Credo che Meloni eviterà ogni accordo, puntando su un fatto inequivocabile: chi vuole una destra forte non può scegliere Vannacci. Sarebbe un voto inutile».
Per Giordano Bruno Guerri, celebre studioso del Ventennio, Vannacci tradisce qualche nostalgia?
«Nessuno ha nostalgia del fascismo, a parte quattro fanatici. Lui ha nostalgia di un Paese ordinato e disciplinato, dove l’autorità si fa valere e non si tollerano le devianze. Ma siamo un popolo moderno, non antiquato. Nessuno vuole che l’Italia diventi una caserma».
Futuro nazionale continua a crescere.
«Vannacci ci sa fare: ha una bella presenza, parla chiaramente, si vende benissimo. Ha tutte le caratteristiche di quel capo salvifico. Anche nel Dopoguerra ne abbiamo visti tanti: siamo partiti da Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi per arrivare a Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e persino Matteo Renzi».
«Gli eroi della Decima Mas meritano di essere insegnati a scuola», suggerisce.
«È stata veramente eroica, nel senso più nobile, fino al settembre del 1943. Poi, con la Repubblica sociale, hanno cominciato a torturare i prigionieri. Il generale fa un inopportuno minestrone».
In Sassonia-Anhalt ha stravinto l’ultradestra.
«Assisteremo a un’avanzata anche in Francia, in Spagna e in Italia. Vannacci magari non arriverà all’8% come dicono i sondaggi, ma comunque otterrà un buon risultato».
In Germania vorrebbero bandire Afd.
«Sono reazioni eccessive e antidemocratiche. Non mi possono piacere. Il principio fondamentale resta lo stesso: ognuno deve poter esprimere le proprie idee. Se lo smarriamo, è la fine».
Quel trionfo sarebbe colpa di incolti paesanotti, assicurano sdegnati.
«Ci sono analisi che smentiscono questa tesi. Li hanno votati pure un sacco di giovani studenti».
La leader del partito teutonico è Alice Weidel.
«Non ha la mia simpatia. I problemi nuovi non si affrontano con metodi antichi. Ce l’hanno con gli extracomunitari, ma non si risolve niente mandandoli in Papua Nuova Guinea. Bisogna selezionare gli arrivi».
Non sembra agevole.
«Cerchiamo di accogliere meno islamici. La vera insidia resta la cultura musulmana. È radicalmente diversa dalla nostra: così determinata, forte e seguita da diventare pericolosa. Ricordo che tanti anni fa, in Italia, arrivarono in massa i filippini».
Dunque?
«Perché non hanno mai creato fastidi? Erano cattolici».
Lei si definisce un libertario di destra.
«Siamo un’infima minoranza».
Dopo una lunga assenza, domani torna in tv su Rai 2 con la rubrica Lezioni di storia.
«Avrò uno spazio pomeridiano di venti minuti in BellaMa’ di Pierluigi Diaco. La prima puntata è dedicata a Eleonora Duse. E sabato sera, su Rai 3, comincerà L’elefante, condotto da Peter Gomez. Io potrei essere il pachiderma nella cristalleria».
Esordì nella televisione pubblica con Italia mia benché.
«Era il 1995. Arrivavo in trasmissione con i calzettoni di lana multicolori che mi faceva la mamma a maglia. Indossavo una maglietta mentre allora si parlava di cultura soltanto in giacca e cravatta. Mi arrampicavo sui televisori. Facevo le domande sdraiato».
Da supino intervistò pure il futuro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
«Gli chiesi: “Scusi, ma perché lei è democristiano?”. Mi rispose con quel suo sorriso carico di umana sopportazione».
Coltiva ancora sogni televisivi?
«Se, come sembra, non fosse proprio possibile affidarmi un programma di storia, vorrei fare Sanremo».
Non è vero.
«Sarei un conduttore davvero di rottura. Potrei finalmente parlare a tutti: 30 milioni di telespettatori».
Meglio di un talk show.
«Sicuramente. Sanremo rimane il popolo in una delle sue manifestazioni più placide e genuine: bella canzone, brutto ritornello, classifica sbagliata, vincitore a sorpresa, ultimo arrivato…».
Meglio che dirigere il Vittoriale?
«Le due cose potrebbero pacificamente convivere. Abbiamo organizzato dieci serate di fila con Biagio Antonacci. L’ultima sarà mercoledì. Duemila persone a concerto. Un trionfo».
Quasi come il D’Annunzio dewokizzato.
«Lo adorano. Davanti all’ingresso ho fatto appendere un cartello per i visitatori: “Vi preghiamo di segnalare eventuali risposte insoddisfacenti”».
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