Claudio Borghi ha scaldato subito la platea all’inizio della due giorni «A tua difesa – Verso la finanziaria 2027» organizzata dalla Lega a Roma. Una specie di pre-Pontida con vista legge di bilancio, ma soprattutto con l’orizzonte delle elezioni. Anticipate o no. E il tema che potrebbe riservare sorprese è quello della tassa sugli extra profitti delle banche, divenuto ormai una bandiera del Carroccio.
A costo di… Fra la platea composta da amministratori, militanti e rappresentanti dei territori, cresce l’insofferenza verso i continui «no» di alcuni alleati di governo, che rischiano di rallentare riforme e misure attese da famiglie e imprese. In particolare, viene giudicata incomprensibile la contrarietà di Forza Italia a un contributo da parte delle banche, a fronte di oltre 50 miliardi di utili: un contributo del 5% potrebbe garantire tra i 2 e i 3 miliardi di euro di risorse da destinare al sostegno di famiglie e imprese e al rafforzamento della sicurezza.
«Sono convinto che davanti ai numeri gli alleati non potranno che dire di sì a un contributo» da parte della banche alla manovra, ha sottolineato Matteo Salvini. La Lega è già al lavoro su un documento da presentare in Aula, prendendo come riferimento anche il precedente spagnolo.
Senatore Borghi, ma visto che parliamo di percentuali, che percentuale di successo dà all’introduzione di una tassa sugli extra profitti delle banche?
«In una coalizione a tre, le cose si fanno se due sono d’accordo: se Fdi sarà d’accordo finisce lì, se Fi mette veti allora noi non possiamo tollerare che quelle stesse cifre vengano prelevate ai cittadini…».
Siete pronti a tutto?
«Saremo intransigenti… cioè, i soldi per le armi sì ma un contributo dalle banche no? Allora basta… Quante volte per il bene della coalizione abbiamo dovuto adattarci? Ripeto, ora basta, siamo un po’ un stanchi».
Scusi, ma lo scorso anno il governo aveva siglato un accordo triennale con il mondo del credito. Ora volete cambiare…
«Lo posso capire che qualcuno sia infastidito, ma allora lo stesso discorso dovrebbe valere anche per le pensioni o per qualsiasi cosa… Ho sempre presente il valore della stabilità, ma anche della decenza. Il Parlamento non ha avuto parte in quell’accordo triennale con gli istituti. Il Parlamento aveva fatto una proposta forte, poi si è chiuso con un’intesa sull’anticipo delle detrazioni fiscali».
Il governo sostenuto anche da lei però aveva deciso…
«Questo perché per prassi l’esecutivo interloquisce con le banche più facilmente, mentre io parlamentare interloquisco con il cittadino».
Il governo porta avanti una proposta di tassa sugli extra profitti sull’energia a livello europeo, non si può seguire questa strada anche per le banche?
«Ma l’Europa si basa sulla concorrenza sleale… Olanda, Lussemburgo direbbero di sì secondo lei? Se volesse la Ue potrebbe abolire i trattamenti fiscali di favore, ma figuriamoci se lo fa».
Tajani quando sente la vostra proposta parla di idea sovietica…
«A Tajani chiederei: ma 50 miliardi di utili sono 50 miliardi di utili? La ragioneria è scienza arida, ma in un sistema che è a bilancio pareggiato, che non mi piace ma è quello consegnatoci dall’Europa amica di Tajani, se non paga uno paga l’altro: meglio che paghi chi fa tanti profitti o una famiglia? Bisogna scegliere la categoria che meglio può sopportare un lieve aggravio».
Lei parla di «lieve aggravio», però sono pur sempre 2 miliardi circa di tasse…
«Non mettiamo in ginocchio nessuno. Se il mondo del credito dovesse fare utili per 48 e non 50 miliardi, sarebbero quelli dello scorso anno considerati comunque utili record».
Scusi, ma cos’è l’extra profitto? Come lo calcola?
«Quando non deriva dall’ingegno del singolo… Nell’auto ad esempio c’è concorrenza, nel settore bancario tutti fanno soldi perché il business dipende dai tassi».
Nel concreto, qual è la proposta?
«Adattiamo la legge spagnola, che ha già passato il vaglio della Bce: 5% di prelievo sulla differenza su margine di interesse e commissioni. Non va a impattare sul trading dove emerge magari la bravura di un gestore. Si interviene sui costi pagati dai cittadini che versano magari il 7% di interessi su un prestito e ricevono l’1% di interessi sul conto in banca».
Non c’è il rischio che le banche taglino poi l’aiuto a famiglie e imprese?
«Le banche, anche quando vanno male, ricevono cifre inimmaginabili. Nel 2011, mentre agli italiani venivano imposti Monti, Fornero, l’Imu e l’aumento della benzina, la Bce di Draghi lanciava il programma Ltro: prestiti praticamente illimitati agli istituti all’1%. In quel momento lo Stato italiano si finanziava con Btp che rendevano circa il 7%. La prima operazione fu di 489 miliardi, fino ad arrivare a circa 1.000 miliardi complessivi. Le banche potevano quindi finanziarsi all’1% e acquistare titoli che rendevano molto di più. Poi arrivarono il “Whatever it takes” e il Qe, che fecero crollare i rendimenti e salire il prezzo dei Btp, consentendo alle banche di rivenderli con forti guadagni. Nel frattempo, con il bail-in, il costo delle crisi bancarie è stato scaricato anche sui risparmiatori: decine di migliaia di famiglie persero i propri risparmi. È uno dei tanti esempi di un sistema in cui le banche sembrano avere sempre una rete di protezione, tra interventi della Bce e legislazioni favorevoli».
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