Riccardo Cotarella: «Il vino torni democratico o perderà identità e mercati»
Il presidente nazionale di Assoenologi Riccardo Cotarella (Ansa)

È una delle vendemmie più difficili dell’ultimo mezzo secolo. Non solo o non tanto per il clima, quanto per la situazione di mercato del nostro vino che resta una delle eccellenze dell’agricoltura, dell’economia, della cultura italiana. Più o meno 800.000 ettari di filari da cui l’Italia ricava oltre 14 miliardi di euro. Solo Riccardo Cotarella, presidente mondiale degli enologi, l’uomo che ha «firmato» centinaia di etichette di assoluto prestigio può aiutarci a capire.

Per questa vendemmia che prospettive di raccolto ci sono?


«È difficile fare previsioni prima che le uve siano in cantina: la situazione cambia molto da territorio a territorio. Dove il clima è stato più aggressivo, soprattutto per le alte temperature, la vite ha certamente sofferto. Tuttavia, le condizioni sanitarie delle uve sono generalmente molto buone e ci sono le premesse per una vendemmia di qualità molto alta, con punte di eccellenza. Nelle tante cantine che seguo personalmente, sparse in tutt’Italia, sulle varietà precoci già raccolte abbiamo riscontrato anche un consistente calo delle quantità. E in questo momento può essere persino un fatto positivo. Una minore produzione, se accompagnata da una grande qualità, può contribuire a riequilibrare il mercato e a ridare slancio al vino in una fase certamente non facile».

Al congresso Assoenologi che l’ha rieletta presidente per acclamazione ha proposto una sorta di decalogo anti crisi.

«Il primo punto è prendere atto che il mondo è cambiato e che non possiamo limitarci ad aspettare che torni quello di prima. Occorre riequilibrare domanda e offerta, anche attraverso una gestione più attenta delle rese e del potenziale produttivo. Bisogna poi evitare nuovi impianti laddove non siano giustificati dal mercato e ragionare, soltanto dove realmente necessario, su interventi mirati sul vigneto. Dobbiamo rendere il vino nuovamente accessibile, soprattutto ai giovani, e quindi lavorare anche sui prezzi e sui ricarichi. Serve una comunicazione completamente nuova: meno autoreferenziale. Dobbiamo difendere il vino sul terreno scientifico quando si parla di salute, distinguendo nettamente consumo responsabile e abuso. Occorre poi rafforzare l’internazionalizzazione, semplificare gli strumenti di promozione, conoscere realmente i mercati e sostenere le aziende. Infine il vino italiano ha bisogno di una strategia comune».


Il presidente dell’Unione Italia Vini Lamberto Frescobaldi ha aperto alla possibilità dell’espianto di vigna, come già in Francia. È una strada percorribile?

«Non sono contrario per principio, ma considero l’espianto l’ultima soluzione, non la prima. Togliere una vigna non significa semplicemente cancellare qualche ettaro da una statistica. Per un agricoltore può significare distruggere il lavoro di generazioni, interrompere un rapporto affettivo con la terra, modificare un paesaggio e, soprattutto nelle aree interne, favorire ulteriormente l’abbandono delle campagne. Ci sono inoltre terreni nei quali il vigneto rappresenta una delle poche coltivazioni realmente praticabili e l’espianto può comportare anche una perdita di biodiversità varietale. Prima dobbiamo utilizzare altri strumenti, a cominciare dalla riduzione delle rese e da una gestione più razionale del potenziale viticolo. Se poi esistono aree nelle quali c’è strutturalmente molta più produzione di quanta il mercato possa assorbire, si potrà ragionare su interventi selettivi. Una vigna si distrugge in poche ore, per ricostruire una cultura viticola servono generazioni».


L’attacco al vino è anche il voler colpire un simbolo della civiltà occidentale? Leone XIV nella Magnifica Humanitas glorifica come esempio Neemia, il coppiere di Artaserse e costruttore della nuova Gerusalemme. C’è un woke del vino?

«Credo che il problema sia prima di tutto culturale. Il vino non è semplicemente una bevanda contenente alcol. È uno dei prodotti che più profondamente raccontano la storia della civiltà mediterranea e occidentale. Il vino nasce per essere condiviso. Non so se la definirei una cultura “woke” del vino, perché le etichette rischiano di semplificare problemi complessi. Vedo però una tendenza culturale a cancellare le differenze e a ridurre il vino esclusivamente ai grammi di alcol che contiene. Ed è una visione profondamente sbagliata. Mi ha molto colpito proprio il richiamo di papa Leone XIV in Magnifica Humanitas alle due immagini di Babele e della Gerusalemme ricostruita da Neemia. Da una parte una società dominata dalla potenza, dall’omologazione e dalla tecnica che rischia di perdere l’uomo; dall’altra una comunità che ricostruisce insieme, pietra dopo pietra, recuperando relazioni e responsabilità. Senza voler forzare il pensiero del Pontefice, penso che anche il vino appartenga a questa seconda dimensione: custodisce territori, comunità, memoria, diversità e rapporti umani. Per questo difendere la cultura del vino significa anche difendere una parte importante della nostra umanità».

Si vuol colpire il consumo di alcol, ma si fa riferimento solo al vino. In Europa contano di più le lobby dei superalcolici e della birra?


«Non ho elementi per affermare che esista una regia delle lobby della birra o dei superalcolici contro il vino e credo che dobbiamo stare molto attenti a non trasformare una battaglia scientifica e culturale in una guerra tra categorie. Una cosa però è evidente: troppo spesso nel dibattito pubblico quando si parla dei danni dell’alcol il vino diventa immediatamente il principale imputato. Non è accettabile. Se il problema è l’alcol, le valutazioni e le regole devono riguardare tutte le bevande alcoliche. Noi non chiediamo privilegi e non neghiamo i danni provocati dall’abuso. Chiediamo semplicemente correttezza scientifica. Un bicchiere di vino consumato durante un pasto da una persona adulta non può essere raccontato culturalmente nello stesso modo dell’abuso di alcol».


Si dice che i giovani hanno voltato le spalle al vino. È così?


«Dovremmo rovesciare la domanda. Non sono soltanto i giovani a essersi allontanati dal vino: per anni è stato il vino a allontanarsi dai giovani. Abbiamo utilizzato un linguaggio troppo complesso, abbiamo trasformato il vino quasi in una materia per iniziati, abbiamo raccontato etichette, punteggi e tecnicismi dimenticando il piacere, la convivialità e la semplicità di un bicchiere bevuto insieme. Nel frattempo altre bevande hanno saputo comunicare con linguaggi più immediati. Non dobbiamo convincere i giovani a bere alcol. Dobbiamo invece spiegare loro che, quando decideranno di bere, il vino rappresenta un modo consapevole, culturale e responsabile di avvicinarsi a una bevanda alcolica. E dobbiamo farlo senza paternalismi».


I corsi di enologia, ma anche di sommelier, sono molto frequentati da giovani. Come spiega questa contraddizione?

«È appunto la dimostrazione che i giovani non hanno affatto voltato le spalle al vino. Migliaia di ragazzi frequentano corsi universitari di viticoltura ed enologia, scuole specializzate e corsi da sommelier perché sono affascinati da questo mondo. Vogliono conoscere i territori, le varietà, le tecniche, le storie che stanno dietro una bottiglia. La contraddizione apparente sta nel fatto che i giovani bevono meno frequentemente, ma sono spesso più curiosi e attenti a ciò che scelgono».


Lei ha proposto una sorta di moratoria sui prezzi.

«Ho chiesto a tutta la filiera un contributo di solidarietà in un momento difficile. Non significa negare il diritto delle imprese, dei distributori o dei ristoratori ad avere il proprio margine. Significa domandarsi se oggi non sia opportuno rinunciare tutti a qualcosa per riportare più persone al vino. La ristorazione ha un ruolo fondamentale perché il ristorante è uno dei luoghi nei quali il consumatore scopre un vino. Ma quando una bottiglia arriva al tavolo a un prezzo tre o quattro volte superiore a quello di partenza, per molte famiglie il vino diventa inevitabilmente la prima voce da eliminare. Dobbiamo ricreare una fascia di vini accessibili. Possiamo avere grandi bottiglie da centinaia di euro, ed è giusto che esistano, ma dobbiamo poter bere bene anche senza spendere cifre importanti. Il vino è nato come prodotto popolare e democratico: se diventa esclusivamente un bene di lusso perde parte della propria identità e restringe il proprio mercato».


Non c’è una responsabilità anche degli enologi che hanno convinto i produttori che ovunque si possono fare i vini-mito?


«L’enologo ha il dovere professionale di mettere la stessa competenza e la stessa attenzione in ogni bottiglia, indipendentemente dal suo prezzo. Non credo sia giusto attribuire agli enologi la responsabilità di avere spinto indiscriminatamente verso i cosiddetti vini-mito. Molto spesso sono proprio gli enologi a consigliare alle aziende di osservare con attenzione l’evoluzione del mercato. Il punto è trovare un equilibrio. Non dobbiamo rinunciare ai grandi vini, perché rappresentano la bandiera di un territorio, costruiscono reputazione internazionale e trascinano l’immagine di un’intera denominazione. Ma non possiamo neppure pensare che ogni bottiglia debba essere un vino da meditazione, costoso, complesso e destinato a essere bevuto nelle grandi occasioni».


In ultimo: il vino è ancora un valore per l’Italia? Come vede la situazione francese?


«Il vino è uno dei patrimoni più importanti che l’Italia possiede. Non conosco un altro Paese che possa vantare la nostra biodiversità viticola, la quantità di varietà autoctone, la diversità dei territori e una storia del vino così profondamente intrecciata con quella delle comunità. Dovremmo imparare dai francesi la capacità di essere orgogliosi e di raccontare il valore di ciò che possediamo. Quanto alla Francia, sta attraversando difficoltà paragonabili alle nostre e in alcuni territori anche più profonde, come dimostrano gli interventi molto consistenti sugli espianti. Questo dovrebbe insegnarci una cosa: non esistono rendite di posizione. Il mercato sta cambiando per tutti. Ma l’Italia ha risorse straordinarie per affrontarlo. A condizione che per primi siamo noi a crederci».

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