Mosca alterna minacce alla Nato a timide retromarce. E se la Russia ha reagito al nuovo pacchetto di aiuti dei Volenterosi, Giampiero Massolo, direttore dell’Osservatorio geopolitico della Luiss, ne è certo: alle parole della portavoce del ministero degli Esteri, Zakharova, che ha parlato del Regno Unito come di un «obiettivo legittimo» visti i legami con Kiev, non seguiranno i fatti.
C’è molta paura che la Russia sia pronta ad alzare il tiro della guerra e prepari un’escalation. Crede nelle minacce ai Paesi Nato?
«Diciamo che la situazione in sé non è cambiata radicalmente rispetto a prima, resta sul terreno un momento di stallo con una dinamica involutiva in Ucraina perché le difese antimissilistiche ucraine stanno incominciando a indebolirsi a causa della mancata fornitura di missili Patriot e di altri sistemi analoghi. Gli americani danno priorità allo scenario iraniano e gli europei sono a corto di rifornimenti, questo spiega l’urgenza degli appelli da parte degli ucraini e in secondo luogo motiva il tentativo russo di colpire i centri di rifornimento e quelli logistici. Con gli attacchi alle città, invece, Putin vuole colpire anche il morale degli ucraini che tornano a udire le sirene e a doversi nascondere nei bunker cittadini. La stagione invernale che sta per arrivare sarà difficile per via di tutti questi danni che sono stati apportati dai russi, quindi di nuovo non c’è nulla, se non un generale indebolimento delle risorse e del morale del popolo di Zelensky. La minaccia russa è come una scommessa, il tentativo di fiaccare la volontà ucraina di restare in guerra, nonostante i missili a medio e lungo raggio, i droni ucraini, continuino a rendere più complicata l’offensiva dei russi perché tendono a creare un distacco tra la linea del fronte e quella di approvvigionamento. E questa tattica ucraina significa a sua volta isolare, di fatto, le truppe russe che stanno combattendo. Quella in corso è una propaganda da parte di Putin, in un momento di stallo e di fronte a una guerra che la Russia non riesce a vincere».
Il rischio escalation sarebbe alla base del viaggio del capo della Cia, John Ratcliffe. Gli Usa sono gli unici a poter dissuadere Putin dall’uso dell’atomica?
«Siamo lontani- salvo reazioni da ultima spiaggia – dall’uso dell’arma atomica e il nucleare, viceversa, provocherebbe nei confronti della Russia un’ostilità generata non soltanto dall’Occidente ma anche dalla Cina. La Russia si troverebbe isolata contro questi Paesi, la situazione non mi sembra tale da motivare una scelta simile: non si tratta di indurre Putin a non farlo ma si tratta di capire come riattivare tra Usa e Russia un canale di negoziazione ora ai minimi storici. Nessuno interloquisce più con i russi sul caso ucraino: Trump, in primo luogo, era deluso dall’atteggiamento di Putin che non gli dà mai soddisfazione. Putin, da parte sua, sperava di avere Trump dalla sua parte nel tentativo di riattivare un canale per ricominciare a parlare con l’Ucraina. Ma nessun interlocutore di Putin, in realtà, è riuscito a influire su Trump. Ora Ratcliffe ha attivato un canale che non escludo possa includere anche i cittadini americani detenuti nelle prigioni in Russia. Quelli con la Cia sono comunque contatti che non sono inediti e non c’è niente di straordinario, sicuramente è un elemento interessante il fatto che accadano proprio ora, ma non è senza precedenti. L’Iran, tra l’altro, sta attaccando le basi americane sotto assedio nei Paesi arabi e quindi non è da escludere che questo possa essere stato un altro tema al centro dei colloqui, sapendo il ruolo che la Russia gioca come aiutante degli ayatollah per le armi e per gli obiettivi di intelligence. Sull’Ucraina non mi aspetto che succeda nulla di determinante. È necessario rimettere la questione all’ordine del giorno perché non credo che Ratcliffe sia stato portatore del messaggio: smettetela di provocare la Nato! Quanto piuttosto un riattivatore di contatti prima che la soluzione si complichi ulteriormente».
Perché?
«Semplicemente noi, Europa, non siamo una priorità per gli Usa, siamo una seconda precedenza, uno scenario da ridimensionare… Gli americani hanno intenzione di ridurre la propria presenza in Europa, l’idea è: noi Stati Uniti ci ridimensioniamo, voi Europa garantite la vostra sicurezza e mentre vi riorganizzate diminuirà la nostra partecipazione. Pensiamo davvero che gli Usa si preoccupino di un drone in Romania?».
Ma Trump è in grado di garantire lo stop ai raid sulla Russia?
«Trump sta facendo due cose molto significative per Zelensky: primo, non ha mai fatto mancare all’Ucraina la copertura di intelligence insieme alla Gran Bretagna. Contrariamente a Biden che, invece, lo aveva negato, Trump non ha mai vietato esplicitamente a Zelensky di attaccare nello Stato russo. Cioè lascia fare, non lo dice, non lo nega. E questo perché non è nell’interesse americano che i russi vincano questa guerra. Certo, sempre evitando che Putin abbia reazioni inconsulte».
Trump ripete: «Stiamo per mettere fine a questa guerra»: sono parole ancora credibili?
«Non decide lui, le sorti della guerra sono nelle mani di Putin, prima ce lo mettiamo in mente e meglio è. L’Ucraina resiste attraverso quelle difficoltà che abbiamo detto fino a qui. L’Ucraina può resistere, può avvantaggiarsi, ma non può vincere il conflitto. Viceversa, la Russia può fare molto male ma non è in grado di sovvertire la situazione nel breve periodo. A Putin interessa non perdere la faccia, siamo fermi a questo punto e lo resteremo ancora per molto».
La scelta dell’«all in» di Putin sarebbe dettata anche dalle condizioni dell’esercito russo e dagli attacchi dei droni ucraini che stanno mettendo in difficoltà Mosca?
«L’approvvigionamento del fronte è reso via via più difficile da questi droni ucraini di nuova generazione a cui anche l’Italia, come abbiamo appreso, guarda con interesse. Le perdite umane in Russia sono ingentissime, le file negli eserciti sono rigenerate ma presto sarà necessario chiamare una mobilitazione per rimpolparle adeguatamente. Confessare questa verità a quella parte di borghesia media alta russa non sarà facile nemmeno per Putin. Non erano questi gli obiettivi che si era prefissato di perseguire. E se i costi umani della guerra sono altissimi, rimpiazzare i soldati e far fronte alle necessità non ha indotto Putin a cambiare il suo calco».
L’Inghilterra si prepara al peggio: fare scorte di prima necessità dal cibo in scatola, all’acqua in bottiglia. Il governo britannico teme l’attacco ai Paesi Nato. Come Ue, siamo preparati?
«Le precauzioni non sono mai troppe. Mi pare che vi sia un eccesso dell’allarme, non mi sembra una situazione da comportamento emergenziale, insomma».
Sullo sfondo della tensione tra Gran Bretagna e Russia, l’appoggio anglofrancese agli armamenti di Kiev. L’Italia ha preso le distanze dalle esercitazioni al fianco dell’Ucraina. Cosa ne pensa?
«Si tratta di un atto di coerenza con quello che noi italiani abbiamo sempre detto: no boots on the ground, intanto, perché la situazione è incerta. Non sappiamo se alla fine ci troveremo in un contesto contrapposto alla Russia o magari in un ambito garantito dall’Onu o ancora in un conflitto congelato, è presto per parlare di truppe. Ma, per esempio, anche la Germania ha seri dubbi su questo passo. Merz non se ne è tirato fuori ma non ha dato l’ok, è stato sibillino. Questo non esime il nostro Paese dall’obbligo di aiutare l’Ucraina. Ora lo facciamo con la fornitura dei generatori e con gli aiuti militari, mai negati».
Condivide la titubanza, che si è però tradotta nella riduzione dei prestiti militari, di Giorgia Meloni nel sostegno all’Ucraina?
«Le decisioni politiche devono tenere conto degli obblighi di alleanza: noi stiamo sostenendo un Paese che è essenziale per la sicurezza europea, e lo facciamo compatibilmente con la situazione economica italiana e il nostro debito pubblico. Non mi sembra che queste decisioni siano configurabili come un passo indietro dell’Italia, lo ripeto».
C’è poi l’altro fronte di guerra, quello iraniano, che sta costando carissimo agli italiani. Il governo ha prorogato gli sconti sul gasolio. Ma c’è il rischio di uno shock petrolifero?
«Non credo ci sia questo rischio, i mercati hanno reagito, i prezzi delle materie energetiche hanno retto, c’è una resilienza legata a una politica delle scorte. In questa fase possiamo parlare di una situazione non di crisi: il che non significa che se il blocco Hormuz dovesse prolungarsi, molto probabilmente, non dovranno essere prese decisioni ben più drastiche. Ma sono fiducioso: l’Iran vedrà indebolirsi man mano l’effetto del blocco di Hormuz grazie ai tragitti alternativi che sono stati in parte già trovati».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >