Da barbaro a barbiturico, il Matteo Salvini di lotta lascia spazio a quello di governo. Sono le 18 e 30 di ieri e il leader della Lega, appena uscito dalla consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della quale ha indicato Giuseppe Conte come premier del governo legastellato, si rivolge così ai giornalisti: «Non è possibile che il 20% degli italiani usino psicofarmaci», dice Salvini, «una cosa legata alla precarietà e alla insicurezza. Contiamo di lasciare ai nostri figli un mondo migliore. Siamo pronti a partire». Salvini, per l'occasione in cravatta verde, ha accanto a sé i capigruppo, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio. La battuta sugli psicofarmaci è tutta da decrittare, il leader della Lega in effetti distribuisce tranquillanti: all'Europa, alla Bce, a Mattarella, ai «mercati», ai governi europei che hanno già scatenato la guerra preventiva contro il governo gialloblu. Non vuole più essere costretto a parlare dopo la chiusura della Borsa di Milano, come se fosse un pericolo pubblico. Le parole di Salvini sono Xanax allo stato puro: sedative.
«Qualcuno all'estero», sottolinea Salvini, «dovrà cambiare la sua prospettiva. Sarà un governo di speranza e prospettiva, non sarà un governo remissivo. Abbiamo fatto il nome del presidente del Consiglio, abbiamo ben chiara squadra e progetto di paese, siamo vogliosi di partire e di far crescere l'economia. Leggiamo con interesse e stupore», aggiunge Salvini, «dichiarazioni di ministri e commissari di altri paesi, preoccupati. Non hanno nulla di cui preoccuparsi: vogliamo fare investimenti, rendere più stabile il lavoro. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l'interesse nazionale italiano al centro, rispettando nel limite del possibile tutte le normative e i vincoli, però facendo crescere il paese. Non c'è nulla da temere», sottolinea ancora Salvini, «dalle nostre politiche economiche che saranno molto diverse da quelle degli ultimi cinque anni che hanno fatto aumentare il debito di 300 miliardi: la ricetta del passato è stata fallimentare». Il leader della Lega, uscito dal Quirinale, risponde a chi gli chiede se Giuseppe Conte non sia da considerarsi un «tecnico»: «Tutti i premier sono politici». E aggiunge: «Conte, il premier, immagino, incaricato è esperto di semplificazione, sburocratizzazione e snellimento della macchina amministrativa, quello che tante aziende ci chiedono». C'è spazio anche per i primi avvertimenti all'Ue: «Sarà il governo della libertà di andare a Bruxelles, Berlino e Parigi a dire signornò, questo fa male all'Italia e agli italiani. Di precarietà si muore, di austerity si muore, di immigrazione fuori controllo si muore, di vincoli europei si muore».
Poco più di mezz'ora prima, era toccato a Luigi Di Maio incontrare il capo dello Stato. «Siamo di fronte a momento storico. Abbiamo indicato al capo dello Stato il nome migliore, che può portare avanti, con una leadership solida, il contratto di governo». Di Maio, con accanto i capigruppo del M5s, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, è raggiante. Ha appena ufficializzato a Mattarella l'indicazione di Giuseppe Conte come premier del governo targato Lega-M5s. Di Maio ha sperato fino all'ultimo di poter diventare presidente del Consiglio, ma i numeri, implacabili, gli hanno sbarrato la porta di Palazzo Chigi. La Lega non poteva dare il via libera al capo politico del M5s.
«Nel contratto di governo», scandisce Di Maio, «ci sono le cinque stelle, i 20 punti indicati in campagna elettorale e tante soluzioni alle sofferenze degli italiani, dal reddito di cittadinanza alla legge Fornero, a più spazi di bilancio in Europa; dalla lotta al gioco d'azzardo al superamento della buona scuola, alla sanità, con la meritocrazia per chi è a capo degli ospedali. Ci sono le grandi battaglie storiche del M5s, come l'acqua pubblica. Se il presidente Mattarella», sottolinea Di Maio, «valuta giusto il nome, allora sarà un governo politico che mette al centro le questioni politiche».
«Giuseppe Conte», aggiunge Di Maio, all'uscita dal Quirinale, «sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate. No ai cambi di casacca, no a persone che vengono dal gruppo Misto e che entrano in altri gruppi». «Sono molto orgoglioso di questo nome», conclude Di Maio, «perché è la sintesi del M5s. Non vesserà il popolo italiano. Non è stato eletto? Era nella mia squadra, lo hanno votato 11 milioni di italiani».
Di Maio pensa che Mattarella non dovrebbe avere alcun problema a conferire l'incarico a Giuseppe Conte, già indicato come ministro del fantomatico governo M5s, uomo ben inserito nei circoli internazionali che contano. Il professore fiorentino ha un curriculum che dovrebbe essere considerato soddisfacente dal Quirinale. Ma problemi inaspettati potrebbero essere dietro l'angolo. Intanto il Colle non ha rilasciato dichiarazioni, salvo annunciare che stamani provvederà a consultare i presidenti di Camera e Senato, il grillino Roberto Fico alle 10 e l'azzurra Maria Casellati alle 12. Secondo alcune fonti, Mattarella avrebbe fatto presente a Salvini e Di Maio il ruolo che la Costituzione assegna al premier con l'articolo 95, ovvero la direzione della politica generale del governo e l'unità dell'indirizzo amministrativo.
Carlo Tarallo
«Non sono dei nostri». Base pentastellata spiazzata dai ministri
C'è un pensiero oscuro, quasi un malessere, che turba la soddisfazione di andare al governo della nazione dei 5 stelle: e se fosse tutta una trappola per bruciare il Movimento, con la Lega che tra pochi mesi fa saltare il banco e loro che si «bruciano» e pagano dazio alle urne? «E se Silvio Berlusconi fosse in realtà d'accordo con Matteo Salvini?», aggiunge un mancato ministro del M5s.
Lo scherzaccio del Carroccio lo temono in tanti, tra gli adepti di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. E la colpa del cattivo presentimento sono i nomi dei ministri, che non piacciono, che deludono, che sembrano degli infiltrati. Ed è anche colpa del primo ministro «investito» da Luigi Di Maio a mezzo Ansa e poi Blog delle Stelle, ovvero il barone universitario Giuseppe Conte.
Nomi come quelli di Giampiero Massolo, Paolo Savona, Enzo Moavero Milanesi, crescono di ora in ora ma che cosa facevano quando Grillo lanciava il Vaffa-day? Chi il ministro, chi il capo delle spie, chi l'alto funzionario a Bruxelles. Elio Lannutti, tra i più anziani dei 5 stelle, a metà pomeriggio ha dato la stura al malcontento sui social: «Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotto, legati a cricche, combriccole, faccendieri, logge coperte, grembiulini». Come lui, la pensano in molti in entrambe le sfere del nuovo governo.
Se il presidente Sergio Mattarella darà effettivamente l'incarico all'azzimato Conte, vi sarà la prima, plastica, sconfitta di Di Maio. Che quel posto l'ha desiderato per sé fino all'ultimo minuto. Ma in cambio, dovrebbe avere ben due ministeri con tanto portafoglio e un potenziale di voti da futuro viceré: lo Sviluppo economico e il Lavoro. In pancia al primo dicastero c'è quella delega alle Comunicazioni che può fare la gioia, o la disperazione, dell'odiato Berlusconi e di Telecom Italia. L'altro leader, Salvini (che secondo i media americani starebbe per ricevere una visita da Steve Bannon, l'ex stratega di fiducia di Donald Trump), dopo aver stoppato Giggino si accontenterà del Viminale. Ed entrambi dovrebbero essere anche vicepremier (il grillino ieri sera ha parlato a nome del duo: «Saremo in squadra»), per dare un chiaro segno che sono gli azionisti di maggioranza del governo e di Conte. Chiunque se lo sia inventato come «figura terza». E anche un po' quarta, vista la stima e l'amicizia che lo lega a Maria Etruria Boschi.
Alla presidenza del Consiglio, come sottosegretario forte, è tutto pronto per Giancarlo Giorgetti, il leghista dall'aria soft che forse, con il senno di poi, i malpancisti del Movimento 5 stelle avrebbero fatto bene ad accettare come premier. Alcuni lo vorrebbero ancora all'Economia, ma pare che l'interessato tutto farebbe nella vita meno che candidarsi a nuovo san Sebastiano del governo «no coperture». In Via XX Settembre potrebbe planare l'economista ed ex politico sardo Paolo Savona, 81 primavere, in quota Aspen Institute e Fondazione La Malfa. Il suo nome girava anche per Palazzo Chigi, con i leghisti che l'avevano riscoperto per via di certe sue (tardive) posizioni contro l'euro, ma i grillini si sono spaccati come un'anguria su di lui, per via dei tanti - troppi - trascorsi tra banche e think tank.
Agli Affari europei potrebbe essere ripescato Enzo Moavero Milanesi, ex alto burocrate europeo, poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Carlo Azeglio Ciampi e ministro con Mario Monti ed Enrico Letta, sempre ai rapporti con Bruxelles. «Non c'entra nulla con noi e non c'entra nulla con i grillini», sibila un esponente postpadano, ma la Costituzione, sulla scelta dei ministri, è quello che è. E Mattarella, giustamente, non intende abdicare. Anche Massolo, ambasciatore ed ex capo del Dis, il coordinamento dei servizi segreti, non ha molto a che fare con ruspe e piattaforme da consenso, ma il Colle lo apprezza tanto e quindi la Farnesina lo attende con un sospiro di sollievo: con lui, niente avventure e tanti contatti privilegiati con i nostri storici alleati.
La Lega invece vuole la penalista Giulia Bongiorno, già avvocato difensore di Giulio Andreotti, amica di Gianfranco Fini e legale di mille Vip, per le Riforme e i rapporti con il Parlamento. Insomma, sarà lei la nuova Boschi, se i pentastellati passeranno sopra la sua scarsa propensione alle manette. La delega ai Servizi, invece, dovrebbe finire nelle mani del grillino Vito Crimi, il talent scout di Rocco Casalino. Forze fresche, invece, sarebbero quelle della grillina Laura Castelli, 31 anni, no Tav dura e pura, destinata alle (non) Infrastrutture, ma che finirà più probabilmente all'Istruzione, dove almeno si dovrebbe evitare un altro ministro senza laurea. Per la Difesa Matterella vorrebbe un tecnico, anche se fino alla fine la speranza di molti è che Guido Crosetto, competentissimo, si sganci da Fratelli d'Italia (le ultime danno infatti una Giorgia Meloni ancora molto combattuta sulla posizione da assumere rispetto alla nascente creatura grilloleghista) e faccia lui «il tecnico». In lizza ci sono però anche Riccardo Fraccaro del M5s e Lorenzo Fontana della Lega. Poi, tra le voci divertenti, quella del grillino Vincenzo Spadafora alla Famiglia. Dove però sarebbe un po' sprecato (è il braccio destro di Di Maio) e infatti è dato anche alla Cultura, dove almeno il Vaticano non si turberebbe. Mentre il leghista pavese Gian Marco Centinaio, che lavora per il tour operator «Il Viaggio», andrebbe giustamente al Turismo. Chissà se Salvini e Di Maio riusciranno a spacciarlo come tecnico, quando andranno da Mattarella con la lista. Anzi, con le liste.
Francesco Bonazzi
Savona all’Economia porterebbe credibilità

LaPresse
Non si sa se Paolo Savona sarà davvero membro del nuovo governo, e per l'esattezza ministro dell'Economia (lui stesso ieri non ha zittito le voci: «Sono disponibile per il Paese, com'è sempre stato, però non entro nei dettagli e nei conflitti»). Si sanno però altre cose: che è probabilmente il più autorevole economista italiano, che è ben difficile appiccicargli addosso l'immagine dell'esagitato, che pochissime personalità italiane possono vantare un cursus honorum paragonabile al suo, e che - nel consenso o nel dissenso - è una voce rispettata dentro e fuori i confini nazionali.
Per questo, comunque la si pensi su Lega e M5s, su Di Maio e Salvini, sul contratto di governo, su pregi e difetti della nuova maggioranza, la candidatura Savona scompagina i giochi. E va letta così la piccola raffica di retroscena che da domenica sera circolano in fotocopia, come se provenissero da un'unica matrice.
Savona mette in crisi la «narrazione» cara alle élites politiche e mediatiche, che prevede solo due parti in commedia: o l'europeista serio (competente, ineccepibile, inattaccabile) o l'antieuropeista urlante (possibilmente impresentabile, confuso, selvatico). Una terza ipotesi non sembra possibile. E invece c'è: una rete, piccola ma qualificata, di personalità di matrice liberale, liberaldemocratica, riformatrice, per nulla nemiche «a prescindere» dell'Europa ma fortemente critiche - questo sì - della piega presa dall'Ue. Paolo Savona è la figura più autorevole di questa scuola di pensiero.
La costruzione europea doveva europeizzare la Germania, non germanizzare l'Europa. E Savona da anni spiega - con argomenti e moderazione - esattamente questo: le regole e le rigidità dell'Ue l'hanno resa poco democratica, e l'hanno pure trasformata nel giardino di casa della Germania.
Nonostante la loro abilità manipolatoria, è dura per i campioni del politically correct descrivere Savona come un ululante populista: per questo, da anni, preferiscono riservargli una morbida ma ferrea censura. Ci sono un paio di suoi lavori che vanno riletti in queste ore: due eleganti, serie, ma intellettualmente acuminate Lettere agli amici tedeschi.
Nella prima, di qualche anno fa ormai, Savona ricorda alla Germania l'inquietante ambizione di Walter Funk (sintetizzo: la Germania come paese dedito alla produzione industriale, con gli altri paesi a occuparsi di agricoltura e allevamento…). Nella seconda (in libreria da qualche mese per le edizioni Rubbettino), Savona compie un'operazione ancora più raffinata. Trascrive e commenta due superclassici del pensiero tedesco, cioè La Germania di Heine e Per una pace perpetua di Kant. Savona annota subito che una vera pace deve essere anche economica, non solo militare: e già da questa chiosa comprendiamo l'approccio dell'autore, che non ha paura di violare autentici tabù come il «carattere» tedesco e il Dna della Germania.
Intendiamoci bene. Da intellettuale rigoroso, Savona non fa certo il piagnone a favore dell'Italia, e fa osservazioni scomode anche sul nostro Dna: la propensione a non rispettare le regole, l'idea che si possa con una mano firmare un trattato e con l'altra prepararsi a stracciarlo. I tedeschi, ovviamente, sono esposti a rischi diversi: una scarsa disponibilità a tollerare le diversità altrui, e una certa tendenza a preferire l'omogeneità e l'uniformità. Su questa base non sempre tranquilizzante, Savona domanda agli amici tedeschi: «Cosa vi proponete di fare oggi? Volete porre problemi o volete risolverli?».
Da qui Savona parte per una critica radicale (ma preoccupata, non compiaciuta) dell'architettura europea esistente: e sottolinea i vantaggi competitivi ricavati dalla Germania a scapito di troppi altri paesi. Per queste ragioni, era ovvio che molti elettori cercassero rifugio in partiti anti sistema: le politiche dettate da Bruxelles e Francoforte hanno imposto enormi costi ai cittadini. Ue e governi nazionali non sono stati efficaci né tempestivi nell'evitare la disoccupazione e una sensibile riduzione del tenore di vita dei cittadini. Adesso è troppo comodo girare la colpa sui «populisti», spesso effettivamente inadeguati: ma se c'è la febbre, la colpa non è del termometro.
Le domande e i ragionamenti pacati di Paolo Savona sono la migliore risposta a chi ripete meccanicamente: «Ci vuole più Europa». Al contrario, Savona predica due interventi: nel metodo, superare il fastidio delle élites verso la democrazia, il popolo, i cittadini; nel merito, sostituire i parametri rigidi (modello Maastricht) con nuove e più ragionevoli regole di convivenza. Ci sarà - in Italia, nelle istituzioni e nei partiti, nei media e nel palazzo - la robustezza intellettuale e il coraggio per affrontare questo tipo di discussione?
Daniele Capezzone
Gli sfasciagoverno esultano: Fitch ci boccia
L'esecutivo gialloblu non è ancora nato, ma all'estero c'è già atmosfera da funerale. Domenica, il ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, aveva paventato rischi per l'eurozona legati al contratto tra Lega e 5 stelle: «Se il nuovo governo non rispetterà i suoi impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche», spiegava Le Maire nel corso di una trasmissione televisiva, «l'intera stabilità finanziaria della zona euro sarà minacciata».
Da Oltremanica è arrivata un'analisi persino più fosca: secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, il caso italiano «indica la strada verso la fine della democrazia liberale». La crisi contemporanea delle élite europee ricorderebbe infatti la «caduta della Repubblica di Weimar», l'inferno tedesco naufragato su un'inflazione a più del 600% e una disoccupazione al 40%, che portarono Adolf Hitler al cancellierato.
In Germania serpeggiano malumori tra chi teme che i populisti italiani si sottraggano alla morsa dell'austerità. Ieri, Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo al Parlamento di Strasburgo e leader della Csu, ha dichiarato che «azioni irrazionali o populiste potrebbero provocare una nuova crisi dell'euro». Secondo il cristiano-democratico bavarese, il quale ha tuttavia riconosciuto che bisogna «dare una possibilità» a leghisti e grillini (ci mancherebbe solo che i tedeschi sospendessero la democrazia in Italia, giusto per restare in tema hitleriano), il nostro Paese starebbe «giocando col fuoco».
Non che i pulpiti da cui provengono le prediche siano immacolati. La Francia, ad esempio, è stata decisamente meno in linea con i trattati europei rispetto all'Italia. Nel 2008, il rapporto deficit/Pil transalpino viaggiava sopra il 7% (da noi era di poco al di sopra del 5%). Da allora, Parigi ha avviato una ristrutturazione della finanza pubblica, ma a un ritmo molto più blando a paragone del nostro Paese. Nel 2012, l'Italia è rientrata nei parametri di Maastricht e ormai da 20 anni vanta un avanzo primario che la rende persino più virtuosa della Germania. I francesi, invece, hanno riportato il rapporto deficit/Pil entro il 3% solo a marzo 2018 e i tedeschi, dal 2006, sforano costantemente il tetto del 6% nel surplus delle partite correnti. Che è poi uno dei nodi della guerra dei dazi con gli Stati Uniti, stanchi di pagare per l'imperialismo commerciale di Berlino, specialmente nel settore automobilistico. In parole povere, Francia e Germania sono i classici buoi che danno del cornuto all'asino.
A proposito di America, anche l'economista premio Nobel Paul Krugman, che un tempo esortava Barack Obama a intraprendere misure keynesiane, ha puntato il dito contro il governo voluto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: in un tweet, il premio Nobel ha sottoscritto la diagnosi del Financial Times sulla fine dell'ordine liberale, paragonando l'alleanza tra leghisti e pentastellati a Donald Trump (magari) e aggiungendo che «la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana».
Nell'elenco dei detrattori di un governo che non si è neppure insediato, figura naturalmente l'agenzia di rating Fitch. Nel suo bersaglio ci sono le proposte della coalizione gialloblu, che aumenterebbero «i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia». E sebbene non si sbottoni sulle future stime di affidabilità, Fitch evoca una possibile «valutazione creditizia più debole» per l'Italia.
Lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi, al di là del terrorismo mediatico cui i media ci avevano già abituati in occasione della Brexit e dell'elezione di Trump, al momento si attesta a quota 180 punti base. È il record da ottobre 2017, tuttavia ben lontano dai quei 576 punti che causarono la caduta di Silvio Berlusconi nel 2011. È vero che il Quantitative easing della Bce funge da calmiere. Ma intanto la Borsa tiene. Il lieve calo di Piazza Affari registrato ieri, in effetti, dipendeva dalla distribuzione delle cedole da parte di 19 società del listino principale. L'indice Ftse Mib ha infatti chiuso in calo dell'1,52% «apparente» a 23.092 punti, mentre se si fosse calcolato depurato dell'impatto del pagamento dei dividendi sarebbe stato di fatto poco sopra la parità.
Una delle poche voci fuori dal coro è arrivata da Londra. Il Guardian, quotidiano che non può essere sospettato di coltivare simpatie populiste, ha pubblicato un editoriale firmato da Larry Elliott, in cui in fondo si affermava l'ovvio: cioè che il programma del governo italiano, risolutamente anticiclico, ha senso nell'attuale situazione di stagnazione. A essere «assurde» sono le regole europee, congegnate per prolungare l'agonia e portare alla lenta morte del paziente.
Si deve ammettere che l'ossessione per i pareri provenienti dall'estero è un vezzo tipicamente nostrano. Difficile che Oltreconfine si preoccupino per le eventuali esternazioni di un politico o di un opinionista straniero, come dimostra proprio l'applicazione tutt'altro che rigida di Maastricht da parte di Francia e Germania. Il confine tra ingerenze e autolesionismo, pertanto, è labile. I nostri media vanno a caccia di qualunque virgolettato possa rinvigorire il loro arcinoto repertorio: panico dei mercati, spread in risalita, conti pubblici a rischio, impegni internazionali, tenuta dell'euro, stranieri che ci deridono. A leggere i giornali, pare di essere tornati al 2011. La differenza è che gli italiani non si bevono più le frottole concepite per depauperarli.
Alessandro Rico