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2018-05-22
Di Maio e Salvini presentano Conte. Mattarella lo mette sotto ghiaccio
ANSA
Da barbaro a barbiturico, il Matteo Salvini di lotta lascia spazio a quello di governo. Sono le 18 e 30 di ieri e il leader della Lega, appena uscito dalla consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della quale ha indicato Giuseppe Conte come premier del governo legastellato, si rivolge così ai giornalisti: «Non è possibile che il 20% degli italiani usino psicofarmaci», dice Salvini, «una cosa legata alla precarietà e alla insicurezza. Contiamo di lasciare ai nostri figli un mondo migliore. Siamo pronti a partire». Salvini, per l'occasione in cravatta verde, ha accanto a sé i capigruppo, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio. La battuta sugli psicofarmaci è tutta da decrittare, il leader della Lega in effetti distribuisce tranquillanti: all'Europa, alla Bce, a Mattarella, ai «mercati», ai governi europei che hanno già scatenato la guerra preventiva contro il governo gialloblu. Non vuole più essere costretto a parlare dopo la chiusura della Borsa di Milano, come se fosse un pericolo pubblico. Le parole di Salvini sono Xanax allo stato puro: sedative.
«Qualcuno all'estero», sottolinea Salvini, «dovrà cambiare la sua prospettiva. Sarà un governo di speranza e prospettiva, non sarà un governo remissivo. Abbiamo fatto il nome del presidente del Consiglio, abbiamo ben chiara squadra e progetto di paese, siamo vogliosi di partire e di far crescere l'economia. Leggiamo con interesse e stupore», aggiunge Salvini, «dichiarazioni di ministri e commissari di altri paesi, preoccupati. Non hanno nulla di cui preoccuparsi: vogliamo fare investimenti, rendere più stabile il lavoro. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l'interesse nazionale italiano al centro, rispettando nel limite del possibile tutte le normative e i vincoli, però facendo crescere il paese. Non c'è nulla da temere», sottolinea ancora Salvini, «dalle nostre politiche economiche che saranno molto diverse da quelle degli ultimi cinque anni che hanno fatto aumentare il debito di 300 miliardi: la ricetta del passato è stata fallimentare». Il leader della Lega, uscito dal Quirinale, risponde a chi gli chiede se Giuseppe Conte non sia da considerarsi un «tecnico»: «Tutti i premier sono politici». E aggiunge: «Conte, il premier, immagino, incaricato è esperto di semplificazione, sburocratizzazione e snellimento della macchina amministrativa, quello che tante aziende ci chiedono». C'è spazio anche per i primi avvertimenti all'Ue: «Sarà il governo della libertà di andare a Bruxelles, Berlino e Parigi a dire signornò, questo fa male all'Italia e agli italiani. Di precarietà si muore, di austerity si muore, di immigrazione fuori controllo si muore, di vincoli europei si muore».
Poco più di mezz'ora prima, era toccato a Luigi Di Maio incontrare il capo dello Stato. «Siamo di fronte a momento storico. Abbiamo indicato al capo dello Stato il nome migliore, che può portare avanti, con una leadership solida, il contratto di governo». Di Maio, con accanto i capigruppo del M5s, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, è raggiante. Ha appena ufficializzato a Mattarella l'indicazione di Giuseppe Conte come premier del governo targato Lega-M5s. Di Maio ha sperato fino all'ultimo di poter diventare presidente del Consiglio, ma i numeri, implacabili, gli hanno sbarrato la porta di Palazzo Chigi. La Lega non poteva dare il via libera al capo politico del M5s.
«Nel contratto di governo», scandisce Di Maio, «ci sono le cinque stelle, i 20 punti indicati in campagna elettorale e tante soluzioni alle sofferenze degli italiani, dal reddito di cittadinanza alla legge Fornero, a più spazi di bilancio in Europa; dalla lotta al gioco d'azzardo al superamento della buona scuola, alla sanità, con la meritocrazia per chi è a capo degli ospedali. Ci sono le grandi battaglie storiche del M5s, come l'acqua pubblica. Se il presidente Mattarella», sottolinea Di Maio, «valuta giusto il nome, allora sarà un governo politico che mette al centro le questioni politiche».
«Giuseppe Conte», aggiunge Di Maio, all'uscita dal Quirinale, «sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate. No ai cambi di casacca, no a persone che vengono dal gruppo Misto e che entrano in altri gruppi». «Sono molto orgoglioso di questo nome», conclude Di Maio, «perché è la sintesi del M5s. Non vesserà il popolo italiano. Non è stato eletto? Era nella mia squadra, lo hanno votato 11 milioni di italiani».
Di Maio pensa che Mattarella non dovrebbe avere alcun problema a conferire l'incarico a Giuseppe Conte, già indicato come ministro del fantomatico governo M5s, uomo ben inserito nei circoli internazionali che contano. Il professore fiorentino ha un curriculum che dovrebbe essere considerato soddisfacente dal Quirinale. Ma problemi inaspettati potrebbero essere dietro l'angolo. Intanto il Colle non ha rilasciato dichiarazioni, salvo annunciare che stamani provvederà a consultare i presidenti di Camera e Senato, il grillino Roberto Fico alle 10 e l'azzurra Maria Casellati alle 12. Secondo alcune fonti, Mattarella avrebbe fatto presente a Salvini e Di Maio il ruolo che la Costituzione assegna al premier con l'articolo 95, ovvero la direzione della politica generale del governo e l'unità dell'indirizzo amministrativo.
Carlo Tarallo
«Non sono dei nostri». Base pentastellata spiazzata dai ministri
C'è un pensiero oscuro, quasi un malessere, che turba la soddisfazione di andare al governo della nazione dei 5 stelle: e se fosse tutta una trappola per bruciare il Movimento, con la Lega che tra pochi mesi fa saltare il banco e loro che si «bruciano» e pagano dazio alle urne? «E se Silvio Berlusconi fosse in realtà d'accordo con Matteo Salvini?», aggiunge un mancato ministro del M5s.
Lo scherzaccio del Carroccio lo temono in tanti, tra gli adepti di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. E la colpa del cattivo presentimento sono i nomi dei ministri, che non piacciono, che deludono, che sembrano degli infiltrati. Ed è anche colpa del primo ministro «investito» da Luigi Di Maio a mezzo Ansa e poi Blog delle Stelle, ovvero il barone universitario Giuseppe Conte.
Nomi come quelli di Giampiero Massolo, Paolo Savona, Enzo Moavero Milanesi, crescono di ora in ora ma che cosa facevano quando Grillo lanciava il Vaffa-day? Chi il ministro, chi il capo delle spie, chi l'alto funzionario a Bruxelles. Elio Lannutti, tra i più anziani dei 5 stelle, a metà pomeriggio ha dato la stura al malcontento sui social: «Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotto, legati a cricche, combriccole, faccendieri, logge coperte, grembiulini». Come lui, la pensano in molti in entrambe le sfere del nuovo governo.
Se il presidente Sergio Mattarella darà effettivamente l'incarico all'azzimato Conte, vi sarà la prima, plastica, sconfitta di Di Maio. Che quel posto l'ha desiderato per sé fino all'ultimo minuto. Ma in cambio, dovrebbe avere ben due ministeri con tanto portafoglio e un potenziale di voti da futuro viceré: lo Sviluppo economico e il Lavoro. In pancia al primo dicastero c'è quella delega alle Comunicazioni che può fare la gioia, o la disperazione, dell'odiato Berlusconi e di Telecom Italia. L'altro leader, Salvini (che secondo i media americani starebbe per ricevere una visita da Steve Bannon, l'ex stratega di fiducia di Donald Trump), dopo aver stoppato Giggino si accontenterà del Viminale. Ed entrambi dovrebbero essere anche vicepremier (il grillino ieri sera ha parlato a nome del duo: «Saremo in squadra»), per dare un chiaro segno che sono gli azionisti di maggioranza del governo e di Conte. Chiunque se lo sia inventato come «figura terza». E anche un po' quarta, vista la stima e l'amicizia che lo lega a Maria Etruria Boschi.
Alla presidenza del Consiglio, come sottosegretario forte, è tutto pronto per Giancarlo Giorgetti, il leghista dall'aria soft che forse, con il senno di poi, i malpancisti del Movimento 5 stelle avrebbero fatto bene ad accettare come premier. Alcuni lo vorrebbero ancora all'Economia, ma pare che l'interessato tutto farebbe nella vita meno che candidarsi a nuovo san Sebastiano del governo «no coperture». In Via XX Settembre potrebbe planare l'economista ed ex politico sardo Paolo Savona, 81 primavere, in quota Aspen Institute e Fondazione La Malfa. Il suo nome girava anche per Palazzo Chigi, con i leghisti che l'avevano riscoperto per via di certe sue (tardive) posizioni contro l'euro, ma i grillini si sono spaccati come un'anguria su di lui, per via dei tanti - troppi - trascorsi tra banche e think tank.
Agli Affari europei potrebbe essere ripescato Enzo Moavero Milanesi, ex alto burocrate europeo, poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Carlo Azeglio Ciampi e ministro con Mario Monti ed Enrico Letta, sempre ai rapporti con Bruxelles. «Non c'entra nulla con noi e non c'entra nulla con i grillini», sibila un esponente postpadano, ma la Costituzione, sulla scelta dei ministri, è quello che è. E Mattarella, giustamente, non intende abdicare. Anche Massolo, ambasciatore ed ex capo del Dis, il coordinamento dei servizi segreti, non ha molto a che fare con ruspe e piattaforme da consenso, ma il Colle lo apprezza tanto e quindi la Farnesina lo attende con un sospiro di sollievo: con lui, niente avventure e tanti contatti privilegiati con i nostri storici alleati.
La Lega invece vuole la penalista Giulia Bongiorno, già avvocato difensore di Giulio Andreotti, amica di Gianfranco Fini e legale di mille Vip, per le Riforme e i rapporti con il Parlamento. Insomma, sarà lei la nuova Boschi, se i pentastellati passeranno sopra la sua scarsa propensione alle manette. La delega ai Servizi, invece, dovrebbe finire nelle mani del grillino Vito Crimi, il talent scout di Rocco Casalino. Forze fresche, invece, sarebbero quelle della grillina Laura Castelli, 31 anni, no Tav dura e pura, destinata alle (non) Infrastrutture, ma che finirà più probabilmente all'Istruzione, dove almeno si dovrebbe evitare un altro ministro senza laurea. Per la Difesa Matterella vorrebbe un tecnico, anche se fino alla fine la speranza di molti è che Guido Crosetto, competentissimo, si sganci da Fratelli d'Italia (le ultime danno infatti una Giorgia Meloni ancora molto combattuta sulla posizione da assumere rispetto alla nascente creatura grilloleghista) e faccia lui «il tecnico». In lizza ci sono però anche Riccardo Fraccaro del M5s e Lorenzo Fontana della Lega. Poi, tra le voci divertenti, quella del grillino Vincenzo Spadafora alla Famiglia. Dove però sarebbe un po' sprecato (è il braccio destro di Di Maio) e infatti è dato anche alla Cultura, dove almeno il Vaticano non si turberebbe. Mentre il leghista pavese Gian Marco Centinaio, che lavora per il tour operator «Il Viaggio», andrebbe giustamente al Turismo. Chissà se Salvini e Di Maio riusciranno a spacciarlo come tecnico, quando andranno da Mattarella con la lista. Anzi, con le liste.
Francesco Bonazzi
Savona all’Economia porterebbe credibilità

LaPresse
Non si sa se Paolo Savona sarà davvero membro del nuovo governo, e per l'esattezza ministro dell'Economia (lui stesso ieri non ha zittito le voci: «Sono disponibile per il Paese, com'è sempre stato, però non entro nei dettagli e nei conflitti»). Si sanno però altre cose: che è probabilmente il più autorevole economista italiano, che è ben difficile appiccicargli addosso l'immagine dell'esagitato, che pochissime personalità italiane possono vantare un cursus honorum paragonabile al suo, e che - nel consenso o nel dissenso - è una voce rispettata dentro e fuori i confini nazionali.
Per questo, comunque la si pensi su Lega e M5s, su Di Maio e Salvini, sul contratto di governo, su pregi e difetti della nuova maggioranza, la candidatura Savona scompagina i giochi. E va letta così la piccola raffica di retroscena che da domenica sera circolano in fotocopia, come se provenissero da un'unica matrice.
Savona mette in crisi la «narrazione» cara alle élites politiche e mediatiche, che prevede solo due parti in commedia: o l'europeista serio (competente, ineccepibile, inattaccabile) o l'antieuropeista urlante (possibilmente impresentabile, confuso, selvatico). Una terza ipotesi non sembra possibile. E invece c'è: una rete, piccola ma qualificata, di personalità di matrice liberale, liberaldemocratica, riformatrice, per nulla nemiche «a prescindere» dell'Europa ma fortemente critiche - questo sì - della piega presa dall'Ue. Paolo Savona è la figura più autorevole di questa scuola di pensiero.
La costruzione europea doveva europeizzare la Germania, non germanizzare l'Europa. E Savona da anni spiega - con argomenti e moderazione - esattamente questo: le regole e le rigidità dell'Ue l'hanno resa poco democratica, e l'hanno pure trasformata nel giardino di casa della Germania.
Nonostante la loro abilità manipolatoria, è dura per i campioni del politically correct descrivere Savona come un ululante populista: per questo, da anni, preferiscono riservargli una morbida ma ferrea censura. Ci sono un paio di suoi lavori che vanno riletti in queste ore: due eleganti, serie, ma intellettualmente acuminate Lettere agli amici tedeschi.
Nella prima, di qualche anno fa ormai, Savona ricorda alla Germania l'inquietante ambizione di Walter Funk (sintetizzo: la Germania come paese dedito alla produzione industriale, con gli altri paesi a occuparsi di agricoltura e allevamento…). Nella seconda (in libreria da qualche mese per le edizioni Rubbettino), Savona compie un'operazione ancora più raffinata. Trascrive e commenta due superclassici del pensiero tedesco, cioè La Germania di Heine e Per una pace perpetua di Kant. Savona annota subito che una vera pace deve essere anche economica, non solo militare: e già da questa chiosa comprendiamo l'approccio dell'autore, che non ha paura di violare autentici tabù come il «carattere» tedesco e il Dna della Germania.
Intendiamoci bene. Da intellettuale rigoroso, Savona non fa certo il piagnone a favore dell'Italia, e fa osservazioni scomode anche sul nostro Dna: la propensione a non rispettare le regole, l'idea che si possa con una mano firmare un trattato e con l'altra prepararsi a stracciarlo. I tedeschi, ovviamente, sono esposti a rischi diversi: una scarsa disponibilità a tollerare le diversità altrui, e una certa tendenza a preferire l'omogeneità e l'uniformità. Su questa base non sempre tranquilizzante, Savona domanda agli amici tedeschi: «Cosa vi proponete di fare oggi? Volete porre problemi o volete risolverli?».
Da qui Savona parte per una critica radicale (ma preoccupata, non compiaciuta) dell'architettura europea esistente: e sottolinea i vantaggi competitivi ricavati dalla Germania a scapito di troppi altri paesi. Per queste ragioni, era ovvio che molti elettori cercassero rifugio in partiti anti sistema: le politiche dettate da Bruxelles e Francoforte hanno imposto enormi costi ai cittadini. Ue e governi nazionali non sono stati efficaci né tempestivi nell'evitare la disoccupazione e una sensibile riduzione del tenore di vita dei cittadini. Adesso è troppo comodo girare la colpa sui «populisti», spesso effettivamente inadeguati: ma se c'è la febbre, la colpa non è del termometro.
Le domande e i ragionamenti pacati di Paolo Savona sono la migliore risposta a chi ripete meccanicamente: «Ci vuole più Europa». Al contrario, Savona predica due interventi: nel metodo, superare il fastidio delle élites verso la democrazia, il popolo, i cittadini; nel merito, sostituire i parametri rigidi (modello Maastricht) con nuove e più ragionevoli regole di convivenza. Ci sarà - in Italia, nelle istituzioni e nei partiti, nei media e nel palazzo - la robustezza intellettuale e il coraggio per affrontare questo tipo di discussione?
Daniele Capezzone
Gli sfasciagoverno esultano: Fitch ci boccia
L'esecutivo gialloblu non è ancora nato, ma all'estero c'è già atmosfera da funerale. Domenica, il ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, aveva paventato rischi per l'eurozona legati al contratto tra Lega e 5 stelle: «Se il nuovo governo non rispetterà i suoi impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche», spiegava Le Maire nel corso di una trasmissione televisiva, «l'intera stabilità finanziaria della zona euro sarà minacciata».
Da Oltremanica è arrivata un'analisi persino più fosca: secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, il caso italiano «indica la strada verso la fine della democrazia liberale». La crisi contemporanea delle élite europee ricorderebbe infatti la «caduta della Repubblica di Weimar», l'inferno tedesco naufragato su un'inflazione a più del 600% e una disoccupazione al 40%, che portarono Adolf Hitler al cancellierato.
In Germania serpeggiano malumori tra chi teme che i populisti italiani si sottraggano alla morsa dell'austerità. Ieri, Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo al Parlamento di Strasburgo e leader della Csu, ha dichiarato che «azioni irrazionali o populiste potrebbero provocare una nuova crisi dell'euro». Secondo il cristiano-democratico bavarese, il quale ha tuttavia riconosciuto che bisogna «dare una possibilità» a leghisti e grillini (ci mancherebbe solo che i tedeschi sospendessero la democrazia in Italia, giusto per restare in tema hitleriano), il nostro Paese starebbe «giocando col fuoco».
Non che i pulpiti da cui provengono le prediche siano immacolati. La Francia, ad esempio, è stata decisamente meno in linea con i trattati europei rispetto all'Italia. Nel 2008, il rapporto deficit/Pil transalpino viaggiava sopra il 7% (da noi era di poco al di sopra del 5%). Da allora, Parigi ha avviato una ristrutturazione della finanza pubblica, ma a un ritmo molto più blando a paragone del nostro Paese. Nel 2012, l'Italia è rientrata nei parametri di Maastricht e ormai da 20 anni vanta un avanzo primario che la rende persino più virtuosa della Germania. I francesi, invece, hanno riportato il rapporto deficit/Pil entro il 3% solo a marzo 2018 e i tedeschi, dal 2006, sforano costantemente il tetto del 6% nel surplus delle partite correnti. Che è poi uno dei nodi della guerra dei dazi con gli Stati Uniti, stanchi di pagare per l'imperialismo commerciale di Berlino, specialmente nel settore automobilistico. In parole povere, Francia e Germania sono i classici buoi che danno del cornuto all'asino.
A proposito di America, anche l'economista premio Nobel Paul Krugman, che un tempo esortava Barack Obama a intraprendere misure keynesiane, ha puntato il dito contro il governo voluto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: in un tweet, il premio Nobel ha sottoscritto la diagnosi del Financial Times sulla fine dell'ordine liberale, paragonando l'alleanza tra leghisti e pentastellati a Donald Trump (magari) e aggiungendo che «la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana».
Nell'elenco dei detrattori di un governo che non si è neppure insediato, figura naturalmente l'agenzia di rating Fitch. Nel suo bersaglio ci sono le proposte della coalizione gialloblu, che aumenterebbero «i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia». E sebbene non si sbottoni sulle future stime di affidabilità, Fitch evoca una possibile «valutazione creditizia più debole» per l'Italia.
Lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi, al di là del terrorismo mediatico cui i media ci avevano già abituati in occasione della Brexit e dell'elezione di Trump, al momento si attesta a quota 180 punti base. È il record da ottobre 2017, tuttavia ben lontano dai quei 576 punti che causarono la caduta di Silvio Berlusconi nel 2011. È vero che il Quantitative easing della Bce funge da calmiere. Ma intanto la Borsa tiene. Il lieve calo di Piazza Affari registrato ieri, in effetti, dipendeva dalla distribuzione delle cedole da parte di 19 società del listino principale. L'indice Ftse Mib ha infatti chiuso in calo dell'1,52% «apparente» a 23.092 punti, mentre se si fosse calcolato depurato dell'impatto del pagamento dei dividendi sarebbe stato di fatto poco sopra la parità.
Una delle poche voci fuori dal coro è arrivata da Londra. Il Guardian, quotidiano che non può essere sospettato di coltivare simpatie populiste, ha pubblicato un editoriale firmato da Larry Elliott, in cui in fondo si affermava l'ovvio: cioè che il programma del governo italiano, risolutamente anticiclico, ha senso nell'attuale situazione di stagnazione. A essere «assurde» sono le regole europee, congegnate per prolungare l'agonia e portare alla lenta morte del paziente.
Si deve ammettere che l'ossessione per i pareri provenienti dall'estero è un vezzo tipicamente nostrano. Difficile che Oltreconfine si preoccupino per le eventuali esternazioni di un politico o di un opinionista straniero, come dimostra proprio l'applicazione tutt'altro che rigida di Maastricht da parte di Francia e Germania. Il confine tra ingerenze e autolesionismo, pertanto, è labile. I nostri media vanno a caccia di qualunque virgolettato possa rinvigorire il loro arcinoto repertorio: panico dei mercati, spread in risalita, conti pubblici a rischio, impegni internazionali, tenuta dell'euro, stranieri che ci deridono. A leggere i giornali, pare di essere tornati al 2011. La differenza è che gli italiani non si bevono più le frottole concepite per depauperarli.
Alessandro Rico
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Colloqui separati al Quirinale per i due leader, che fanno il nome del professore. Il presidente si prende una pausa e oggi convocherà i presidenti delle Camere. Il capo leghista: «Liberi di dire “signornò" all'Ue».Ma nomi come Enzo Moavero Milanesi (Affari europei) o Giulia Bongiorno (Giustizia) non vanno giù ai grillini duri e puri: «Estranei a valori del M5s».Paolo Savona all'Economia potrebbe essere l'uomo giusto per dare serietà alle lotte strillate contro l'Ue.Nel plotone di esecuzione non poteva mancare l'agenzia di rating Fitch: «Con i populisti aumento del rischio creditizio». Tiene bordone il tedesco Manfred Weber, capogruppo del Ppe: «Crisi euro vicina». Il Ft evoca i nazisti: «Democrazia liberale finita come dopo Weimar».Lo speciale contiene quattro articoli.Da barbaro a barbiturico, il Matteo Salvini di lotta lascia spazio a quello di governo. Sono le 18 e 30 di ieri e il leader della Lega, appena uscito dalla consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della quale ha indicato Giuseppe Conte come premier del governo legastellato, si rivolge così ai giornalisti: «Non è possibile che il 20% degli italiani usino psicofarmaci», dice Salvini, «una cosa legata alla precarietà e alla insicurezza. Contiamo di lasciare ai nostri figli un mondo migliore. Siamo pronti a partire». Salvini, per l'occasione in cravatta verde, ha accanto a sé i capigruppo, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio. La battuta sugli psicofarmaci è tutta da decrittare, il leader della Lega in effetti distribuisce tranquillanti: all'Europa, alla Bce, a Mattarella, ai «mercati», ai governi europei che hanno già scatenato la guerra preventiva contro il governo gialloblu. Non vuole più essere costretto a parlare dopo la chiusura della Borsa di Milano, come se fosse un pericolo pubblico. Le parole di Salvini sono Xanax allo stato puro: sedative.«Qualcuno all'estero», sottolinea Salvini, «dovrà cambiare la sua prospettiva. Sarà un governo di speranza e prospettiva, non sarà un governo remissivo. Abbiamo fatto il nome del presidente del Consiglio, abbiamo ben chiara squadra e progetto di paese, siamo vogliosi di partire e di far crescere l'economia. Leggiamo con interesse e stupore», aggiunge Salvini, «dichiarazioni di ministri e commissari di altri paesi, preoccupati. Non hanno nulla di cui preoccuparsi: vogliamo fare investimenti, rendere più stabile il lavoro. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l'interesse nazionale italiano al centro, rispettando nel limite del possibile tutte le normative e i vincoli, però facendo crescere il paese. Non c'è nulla da temere», sottolinea ancora Salvini, «dalle nostre politiche economiche che saranno molto diverse da quelle degli ultimi cinque anni che hanno fatto aumentare il debito di 300 miliardi: la ricetta del passato è stata fallimentare». Il leader della Lega, uscito dal Quirinale, risponde a chi gli chiede se Giuseppe Conte non sia da considerarsi un «tecnico»: «Tutti i premier sono politici». E aggiunge: «Conte, il premier, immagino, incaricato è esperto di semplificazione, sburocratizzazione e snellimento della macchina amministrativa, quello che tante aziende ci chiedono». C'è spazio anche per i primi avvertimenti all'Ue: «Sarà il governo della libertà di andare a Bruxelles, Berlino e Parigi a dire signornò, questo fa male all'Italia e agli italiani. Di precarietà si muore, di austerity si muore, di immigrazione fuori controllo si muore, di vincoli europei si muore». Poco più di mezz'ora prima, era toccato a Luigi Di Maio incontrare il capo dello Stato. «Siamo di fronte a momento storico. Abbiamo indicato al capo dello Stato il nome migliore, che può portare avanti, con una leadership solida, il contratto di governo». Di Maio, con accanto i capigruppo del M5s, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, è raggiante. Ha appena ufficializzato a Mattarella l'indicazione di Giuseppe Conte come premier del governo targato Lega-M5s. Di Maio ha sperato fino all'ultimo di poter diventare presidente del Consiglio, ma i numeri, implacabili, gli hanno sbarrato la porta di Palazzo Chigi. La Lega non poteva dare il via libera al capo politico del M5s. «Nel contratto di governo», scandisce Di Maio, «ci sono le cinque stelle, i 20 punti indicati in campagna elettorale e tante soluzioni alle sofferenze degli italiani, dal reddito di cittadinanza alla legge Fornero, a più spazi di bilancio in Europa; dalla lotta al gioco d'azzardo al superamento della buona scuola, alla sanità, con la meritocrazia per chi è a capo degli ospedali. Ci sono le grandi battaglie storiche del M5s, come l'acqua pubblica. Se il presidente Mattarella», sottolinea Di Maio, «valuta giusto il nome, allora sarà un governo politico che mette al centro le questioni politiche». «Giuseppe Conte», aggiunge Di Maio, all'uscita dal Quirinale, «sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate. No ai cambi di casacca, no a persone che vengono dal gruppo Misto e che entrano in altri gruppi». «Sono molto orgoglioso di questo nome», conclude Di Maio, «perché è la sintesi del M5s. Non vesserà il popolo italiano. Non è stato eletto? Era nella mia squadra, lo hanno votato 11 milioni di italiani». Di Maio pensa che Mattarella non dovrebbe avere alcun problema a conferire l'incarico a Giuseppe Conte, già indicato come ministro del fantomatico governo M5s, uomo ben inserito nei circoli internazionali che contano. Il professore fiorentino ha un curriculum che dovrebbe essere considerato soddisfacente dal Quirinale. Ma problemi inaspettati potrebbero essere dietro l'angolo. Intanto il Colle non ha rilasciato dichiarazioni, salvo annunciare che stamani provvederà a consultare i presidenti di Camera e Senato, il grillino Roberto Fico alle 10 e l'azzurra Maria Casellati alle 12. 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Chi il ministro, chi il capo delle spie, chi l'alto funzionario a Bruxelles. Elio Lannutti, tra i più anziani dei 5 stelle, a metà pomeriggio ha dato la stura al malcontento sui social: «Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotto, legati a cricche, combriccole, faccendieri, logge coperte, grembiulini». Come lui, la pensano in molti in entrambe le sfere del nuovo governo. Se il presidente Sergio Mattarella darà effettivamente l'incarico all'azzimato Conte, vi sarà la prima, plastica, sconfitta di Di Maio. Che quel posto l'ha desiderato per sé fino all'ultimo minuto. Ma in cambio, dovrebbe avere ben due ministeri con tanto portafoglio e un potenziale di voti da futuro viceré: lo Sviluppo economico e il Lavoro. In pancia al primo dicastero c'è quella delega alle Comunicazioni che può fare la gioia, o la disperazione, dell'odiato Berlusconi e di Telecom Italia. L'altro leader, Salvini (che secondo i media americani starebbe per ricevere una visita da Steve Bannon, l'ex stratega di fiducia di Donald Trump), dopo aver stoppato Giggino si accontenterà del Viminale. Ed entrambi dovrebbero essere anche vicepremier (il grillino ieri sera ha parlato a nome del duo: «Saremo in squadra»), per dare un chiaro segno che sono gli azionisti di maggioranza del governo e di Conte. Chiunque se lo sia inventato come «figura terza». E anche un po' quarta, vista la stima e l'amicizia che lo lega a Maria Etruria Boschi. Alla presidenza del Consiglio, come sottosegretario forte, è tutto pronto per Giancarlo Giorgetti, il leghista dall'aria soft che forse, con il senno di poi, i malpancisti del Movimento 5 stelle avrebbero fatto bene ad accettare come premier. Alcuni lo vorrebbero ancora all'Economia, ma pare che l'interessato tutto farebbe nella vita meno che candidarsi a nuovo san Sebastiano del governo «no coperture». In Via XX Settembre potrebbe planare l'economista ed ex politico sardo Paolo Savona, 81 primavere, in quota Aspen Institute e Fondazione La Malfa. Il suo nome girava anche per Palazzo Chigi, con i leghisti che l'avevano riscoperto per via di certe sue (tardive) posizioni contro l'euro, ma i grillini si sono spaccati come un'anguria su di lui, per via dei tanti - troppi - trascorsi tra banche e think tank. Agli Affari europei potrebbe essere ripescato Enzo Moavero Milanesi, ex alto burocrate europeo, poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Carlo Azeglio Ciampi e ministro con Mario Monti ed Enrico Letta, sempre ai rapporti con Bruxelles. «Non c'entra nulla con noi e non c'entra nulla con i grillini», sibila un esponente postpadano, ma la Costituzione, sulla scelta dei ministri, è quello che è. E Mattarella, giustamente, non intende abdicare. Anche Massolo, ambasciatore ed ex capo del Dis, il coordinamento dei servizi segreti, non ha molto a che fare con ruspe e piattaforme da consenso, ma il Colle lo apprezza tanto e quindi la Farnesina lo attende con un sospiro di sollievo: con lui, niente avventure e tanti contatti privilegiati con i nostri storici alleati. La Lega invece vuole la penalista Giulia Bongiorno, già avvocato difensore di Giulio Andreotti, amica di Gianfranco Fini e legale di mille Vip, per le Riforme e i rapporti con il Parlamento. Insomma, sarà lei la nuova Boschi, se i pentastellati passeranno sopra la sua scarsa propensione alle manette. La delega ai Servizi, invece, dovrebbe finire nelle mani del grillino Vito Crimi, il talent scout di Rocco Casalino. Forze fresche, invece, sarebbero quelle della grillina Laura Castelli, 31 anni, no Tav dura e pura, destinata alle (non) Infrastrutture, ma che finirà più probabilmente all'Istruzione, dove almeno si dovrebbe evitare un altro ministro senza laurea. Per la Difesa Matterella vorrebbe un tecnico, anche se fino alla fine la speranza di molti è che Guido Crosetto, competentissimo, si sganci da Fratelli d'Italia (le ultime danno infatti una Giorgia Meloni ancora molto combattuta sulla posizione da assumere rispetto alla nascente creatura grilloleghista) e faccia lui «il tecnico». In lizza ci sono però anche Riccardo Fraccaro del M5s e Lorenzo Fontana della Lega. Poi, tra le voci divertenti, quella del grillino Vincenzo Spadafora alla Famiglia. Dove però sarebbe un po' sprecato (è il braccio destro di Di Maio) e infatti è dato anche alla Cultura, dove almeno il Vaticano non si turberebbe. Mentre il leghista pavese Gian Marco Centinaio, che lavora per il tour operator «Il Viaggio», andrebbe giustamente al Turismo. Chissà se Salvini e Di Maio riusciranno a spacciarlo come tecnico, quando andranno da Mattarella con la lista. Anzi, con le liste. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-e-salvini-presentano-conte-mattarella-lo-mette-sotto-ghiaccio-2570819945.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="savona-alleconomia-porterebbe-credibilita" data-post-id="2570819945" data-published-at="1770748271" data-use-pagination="False"> Savona all’Economia porterebbe credibilità LaPresse Non si sa se Paolo Savona sarà davvero membro del nuovo governo, e per l'esattezza ministro dell'Economia (lui stesso ieri non ha zittito le voci: «Sono disponibile per il Paese, com'è sempre stato, però non entro nei dettagli e nei conflitti»). Si sanno però altre cose: che è probabilmente il più autorevole economista italiano, che è ben difficile appiccicargli addosso l'immagine dell'esagitato, che pochissime personalità italiane possono vantare un cursus honorum paragonabile al suo, e che - nel consenso o nel dissenso - è una voce rispettata dentro e fuori i confini nazionali. Per questo, comunque la si pensi su Lega e M5s, su Di Maio e Salvini, sul contratto di governo, su pregi e difetti della nuova maggioranza, la candidatura Savona scompagina i giochi. E va letta così la piccola raffica di retroscena che da domenica sera circolano in fotocopia, come se provenissero da un'unica matrice. Savona mette in crisi la «narrazione» cara alle élites politiche e mediatiche, che prevede solo due parti in commedia: o l'europeista serio (competente, ineccepibile, inattaccabile) o l'antieuropeista urlante (possibilmente impresentabile, confuso, selvatico). Una terza ipotesi non sembra possibile. E invece c'è: una rete, piccola ma qualificata, di personalità di matrice liberale, liberaldemocratica, riformatrice, per nulla nemiche «a prescindere» dell'Europa ma fortemente critiche - questo sì - della piega presa dall'Ue. Paolo Savona è la figura più autorevole di questa scuola di pensiero. La costruzione europea doveva europeizzare la Germania, non germanizzare l'Europa. E Savona da anni spiega - con argomenti e moderazione - esattamente questo: le regole e le rigidità dell'Ue l'hanno resa poco democratica, e l'hanno pure trasformata nel giardino di casa della Germania. Nonostante la loro abilità manipolatoria, è dura per i campioni del politically correct descrivere Savona come un ululante populista: per questo, da anni, preferiscono riservargli una morbida ma ferrea censura. Ci sono un paio di suoi lavori che vanno riletti in queste ore: due eleganti, serie, ma intellettualmente acuminate Lettere agli amici tedeschi. Nella prima, di qualche anno fa ormai, Savona ricorda alla Germania l'inquietante ambizione di Walter Funk (sintetizzo: la Germania come paese dedito alla produzione industriale, con gli altri paesi a occuparsi di agricoltura e allevamento…). Nella seconda (in libreria da qualche mese per le edizioni Rubbettino), Savona compie un'operazione ancora più raffinata. Trascrive e commenta due superclassici del pensiero tedesco, cioè La Germania di Heine e Per una pace perpetua di Kant. Savona annota subito che una vera pace deve essere anche economica, non solo militare: e già da questa chiosa comprendiamo l'approccio dell'autore, che non ha paura di violare autentici tabù come il «carattere» tedesco e il Dna della Germania. Intendiamoci bene. Da intellettuale rigoroso, Savona non fa certo il piagnone a favore dell'Italia, e fa osservazioni scomode anche sul nostro Dna: la propensione a non rispettare le regole, l'idea che si possa con una mano firmare un trattato e con l'altra prepararsi a stracciarlo. I tedeschi, ovviamente, sono esposti a rischi diversi: una scarsa disponibilità a tollerare le diversità altrui, e una certa tendenza a preferire l'omogeneità e l'uniformità. Su questa base non sempre tranquilizzante, Savona domanda agli amici tedeschi: «Cosa vi proponete di fare oggi? Volete porre problemi o volete risolverli?». Da qui Savona parte per una critica radicale (ma preoccupata, non compiaciuta) dell'architettura europea esistente: e sottolinea i vantaggi competitivi ricavati dalla Germania a scapito di troppi altri paesi. Per queste ragioni, era ovvio che molti elettori cercassero rifugio in partiti anti sistema: le politiche dettate da Bruxelles e Francoforte hanno imposto enormi costi ai cittadini. Ue e governi nazionali non sono stati efficaci né tempestivi nell'evitare la disoccupazione e una sensibile riduzione del tenore di vita dei cittadini. Adesso è troppo comodo girare la colpa sui «populisti», spesso effettivamente inadeguati: ma se c'è la febbre, la colpa non è del termometro. Le domande e i ragionamenti pacati di Paolo Savona sono la migliore risposta a chi ripete meccanicamente: «Ci vuole più Europa». Al contrario, Savona predica due interventi: nel metodo, superare il fastidio delle élites verso la democrazia, il popolo, i cittadini; nel merito, sostituire i parametri rigidi (modello Maastricht) con nuove e più ragionevoli regole di convivenza. Ci sarà - in Italia, nelle istituzioni e nei partiti, nei media e nel palazzo - la robustezza intellettuale e il coraggio per affrontare questo tipo di discussione? Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-e-salvini-presentano-conte-mattarella-lo-mette-sotto-ghiaccio-2570819945.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-sfasciagoverno-esultano-fitch-ci-boccia" data-post-id="2570819945" data-published-at="1770748271" data-use-pagination="False"> Gli sfasciagoverno esultano: Fitch ci boccia L'esecutivo gialloblu non è ancora nato, ma all'estero c'è già atmosfera da funerale. Domenica, il ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, aveva paventato rischi per l'eurozona legati al contratto tra Lega e 5 stelle: «Se il nuovo governo non rispetterà i suoi impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche», spiegava Le Maire nel corso di una trasmissione televisiva, «l'intera stabilità finanziaria della zona euro sarà minacciata». Da Oltremanica è arrivata un'analisi persino più fosca: secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, il caso italiano «indica la strada verso la fine della democrazia liberale». La crisi contemporanea delle élite europee ricorderebbe infatti la «caduta della Repubblica di Weimar», l'inferno tedesco naufragato su un'inflazione a più del 600% e una disoccupazione al 40%, che portarono Adolf Hitler al cancellierato. In Germania serpeggiano malumori tra chi teme che i populisti italiani si sottraggano alla morsa dell'austerità. Ieri, Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo al Parlamento di Strasburgo e leader della Csu, ha dichiarato che «azioni irrazionali o populiste potrebbero provocare una nuova crisi dell'euro». Secondo il cristiano-democratico bavarese, il quale ha tuttavia riconosciuto che bisogna «dare una possibilità» a leghisti e grillini (ci mancherebbe solo che i tedeschi sospendessero la democrazia in Italia, giusto per restare in tema hitleriano), il nostro Paese starebbe «giocando col fuoco». Non che i pulpiti da cui provengono le prediche siano immacolati. La Francia, ad esempio, è stata decisamente meno in linea con i trattati europei rispetto all'Italia. Nel 2008, il rapporto deficit/Pil transalpino viaggiava sopra il 7% (da noi era di poco al di sopra del 5%). Da allora, Parigi ha avviato una ristrutturazione della finanza pubblica, ma a un ritmo molto più blando a paragone del nostro Paese. Nel 2012, l'Italia è rientrata nei parametri di Maastricht e ormai da 20 anni vanta un avanzo primario che la rende persino più virtuosa della Germania. I francesi, invece, hanno riportato il rapporto deficit/Pil entro il 3% solo a marzo 2018 e i tedeschi, dal 2006, sforano costantemente il tetto del 6% nel surplus delle partite correnti. Che è poi uno dei nodi della guerra dei dazi con gli Stati Uniti, stanchi di pagare per l'imperialismo commerciale di Berlino, specialmente nel settore automobilistico. In parole povere, Francia e Germania sono i classici buoi che danno del cornuto all'asino. A proposito di America, anche l'economista premio Nobel Paul Krugman, che un tempo esortava Barack Obama a intraprendere misure keynesiane, ha puntato il dito contro il governo voluto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: in un tweet, il premio Nobel ha sottoscritto la diagnosi del Financial Times sulla fine dell'ordine liberale, paragonando l'alleanza tra leghisti e pentastellati a Donald Trump (magari) e aggiungendo che «la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana». Nell'elenco dei detrattori di un governo che non si è neppure insediato, figura naturalmente l'agenzia di rating Fitch. Nel suo bersaglio ci sono le proposte della coalizione gialloblu, che aumenterebbero «i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia». E sebbene non si sbottoni sulle future stime di affidabilità, Fitch evoca una possibile «valutazione creditizia più debole» per l'Italia. Lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi, al di là del terrorismo mediatico cui i media ci avevano già abituati in occasione della Brexit e dell'elezione di Trump, al momento si attesta a quota 180 punti base. È il record da ottobre 2017, tuttavia ben lontano dai quei 576 punti che causarono la caduta di Silvio Berlusconi nel 2011. È vero che il Quantitative easing della Bce funge da calmiere. Ma intanto la Borsa tiene. Il lieve calo di Piazza Affari registrato ieri, in effetti, dipendeva dalla distribuzione delle cedole da parte di 19 società del listino principale. L'indice Ftse Mib ha infatti chiuso in calo dell'1,52% «apparente» a 23.092 punti, mentre se si fosse calcolato depurato dell'impatto del pagamento dei dividendi sarebbe stato di fatto poco sopra la parità. Una delle poche voci fuori dal coro è arrivata da Londra. Il Guardian, quotidiano che non può essere sospettato di coltivare simpatie populiste, ha pubblicato un editoriale firmato da Larry Elliott, in cui in fondo si affermava l'ovvio: cioè che il programma del governo italiano, risolutamente anticiclico, ha senso nell'attuale situazione di stagnazione. A essere «assurde» sono le regole europee, congegnate per prolungare l'agonia e portare alla lenta morte del paziente. Si deve ammettere che l'ossessione per i pareri provenienti dall'estero è un vezzo tipicamente nostrano. Difficile che Oltreconfine si preoccupino per le eventuali esternazioni di un politico o di un opinionista straniero, come dimostra proprio l'applicazione tutt'altro che rigida di Maastricht da parte di Francia e Germania. Il confine tra ingerenze e autolesionismo, pertanto, è labile. I nostri media vanno a caccia di qualunque virgolettato possa rinvigorire il loro arcinoto repertorio: panico dei mercati, spread in risalita, conti pubblici a rischio, impegni internazionali, tenuta dell'euro, stranieri che ci deridono. A leggere i giornali, pare di essere tornati al 2011. La differenza è che gli italiani non si bevono più le frottole concepite per depauperarli. Alessandro Rico
Keir Starmer (Ansa)
Nel Regno Unito l’affare Epstein sta assumendo proporzioni talmente imponenti che ieri si sono esposti anche il principe William e la moglie Kate. La famiglia reale è coinvolta per colpa di Andrea Mountbatten-Windsor (zio di William e fratello di Re Carlo III), ora sospettato - in aggiunta agli scandali sessuali già noti - di aver trasmesso documenti riservati all’amico Epstein mentre ricopriva l’incarico di inviato speciale per il Commercio nel 2010. A tal proposito, la polizia britannica ha avviato nuove indagini per esaminare quanto emerso dall’ultima tranche di file pubblicati. «Possiamo confermare che il principe e la principessa di Galles sono profondamente preoccupati per le continue rivelazioni», si legge in un comunicato ufficiale di Palazzo Reale. «I loro pensieri vanno tutti alle vittime». Anche Re Carlo, in una nota separata, si è detto pronto a collaborare nelle indagini sul fratello. Le pressioni contro Starmer, tuttavia, non sembrano diminuire al cadere dei vari capri espiatori, e non provengono solo dalle file dell’opposizione. Da giorni si susseguono voci su un possibile cambio di guardia all’interno del Partito laburista e ieri, a chiedere la testa dell’attuale presidente del Consiglio, si è unito anche il leader dei laburisti scozzesi Anas Sarwa.
È singolare, ma la maggior parte delle figure finora travolte dall’ondata degli Epstein files si trovano in Europa. La polizia norvegese ha aperto un’inchiesta contro la nota diplomatica Mona Juul e il marito Terje Rod-Larsen, sospettati rispettivamente di «corruzione aggravata» e «complicità in corruzione aggravata». Entrambi furono protagonisti dei negoziati segreti tra Israele e l’Olp che portarono agli accordi di Oslo degli anni Novanta. In serata, Juul ha annunciato le sue dimissioni da ambasciatrice della Giordania, ruolo da cui era già stata sospesa nei giorni scorsi. In Francia, dopo le clamorose indagini su Jack Lang (finito sotto scorta insieme alla moglie per via delle minacce subite sui social) e la famiglia Caroline, Emmanuel Macron ha dichiarato che il caso riguarda «soprattutto gli Stati Uniti» e, in questo senso, «la giustizia americana deve fare il suo lavoro e basta». Una frase piuttosto incomprensibile, vista la natura dello scandalo e la fitta corrispondenza del pedofilo. Anche Deutsche Bank ieri ha dovuto rilasciare un comunicato di scuse pubbliche: «Come sottolineato ripetutamente dal 2020, la banca riconosce di aver sbagliato ad accettare Jeffrey Epstein come cliente nel 2013», ha dichiarato un portavoce della più importante banca tedesca. Il magnate avrebbe gestito temporaneamente più di 40 conti presso l’istituto di Francoforte, custodendovi gran parte del proprio patrimonio.
Non che Oltreoceano le acque siano più calme. Ieri, la compagna e complice del pedofilo, Ghislaine Maxwell, è stata convocata dalla commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti, ma la donna si è avvalsa del quinto emendamento e ha rifiutato di rispondere alle domande. I suoi legali giocano sporco e affermano che «la signora Maxwell è pronta a parlare in modo completo e onesto se le sarà data la grazia dal presidente Trump», aggiungendo, inoltre, che soltanto lei può spiegare «perché sia il presidente Trump che il presidente Clinton sono innocenti, non hanno commesso nulla di sbagliato».
Da ieri, inoltre, i membri del Congresso possono consultare i documenti originali non censurati presso il Dipartimento della Giustizia (Doj). «Domani (ieri per chi legge, ndr) andrò al Doj per vedere gli Epstein files non redatti. Che documenti dovrei vedere? Allegate i link originali in risposta», ha scritto domenica sul suo profilo X il deputato repubblicano Thomas Massie. Lo stesso esponente del Gop, non certo uno dei più trumpiani, da giorni chiede le dimissioni del segretario al Commercio, Howard Lutnick, già citato più volte dalla Verità in relazione al suo discorso sulla fine della globalizzazione tenuto a Davos. Lutnick dichiarò di aver interrotto i legami con Epstein nel 2005, ma le recenti email desecretate smentiscono tali affermazioni.
Le risposte degli utenti al post di Massie fanno ben comprendere lo stato di confusione in cui giace l’opinione pubblica mondiale, non solo americana, e la necessità di un atto di trasparenza democratico di cui questo passaggio parlamentare potrebbe costituire un buon inizio. La prima risposta sotto al post allega una mail indirizzata a Epstein il cui mittente, però, è oscurato con una barra nera: «Ti do il permesso di ucciderlo. Dovrebbe essere insieme a [redatto]. Ha mentito a te e ha mentito a me», si legge. Un altro profilo chiede al deputato di visionare un’email inviata dal pedofilo a un destinatario altrettanto oscurato in cui è scritto: «Dove sei? Tutto bene? Mi è piaciuto tantissimo il video delle torture». Di elementi da chiarire, in questa storia, ce ne sono ancora parecchi.
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 febbraio 2026. Il nostro Stefano Graziosi ci illustra gli indici di gradimento di Donald Trump negli Usa in vista delle elezioni di midterm.
(IStock)
Non ci sono ancora i dettagli sulla forma definitiva che assumerà il testo, ma la vecchia bozza che circola ormai da diverse settimane interviene sul differenziale di prezzo del gas tra Italia (mercato Psv) e Olanda (mercato Ttf), introduce 55 euro di sconto per le famiglie con Isee sotto i 15.000 euro e uno sconto sugli oneri di sistema per le pmi. Allo studio anche una norma per evitare la saturazione delle reti. Sulla cartolarizzazione degli oneri di sistema in bolletta (cioè una diluizione nel tempo per diminuirne il peso) c’è invece una discussione aperta con la Commissione Ue e non è certo che alla fine vi sarà.
Nel frattempo, però, l’energia resta costosa. Il Pun index di ieri, cioè il mercato giornaliero, ha quotato ancora l’energia elettrica a 136,83 €/MWh, quello di oggi a 128,18 €/MWh.
Il principale accusato per i prezzi alti è il sistema con cui si stabilisce quanto vale l’energia, cioè il sistema del prezzo marginale. Tale sistema prevede che la fonte più costosa fissi il prezzo per tutti i produttori, ragion per cui sul banco degli imputati viene messo il gas naturale.
Però con i recenti cali del prezzo del gas, che ieri al PSV quotava attorno a 36 euro/MWh, e quelli dei permessi di emissione di CO2, che avevano ieri un prezzo di 80 euro/tonnellata, si otterrebbe un costo di produzione pari a circa 105 euro/MWh, circa 30 euro/MWh in meno del prezzo realizzato.
Qualcuno cioè sta accumulando margini offrendo in borsa a prezzi molto più alti del costo marginale di produzione. Evidentemente le regole attuali lo consentono. Ma non è sempre colpa del gas, che tra l’altro è aumentato di prezzo da quando l’Ue ha deciso di dichiarare guerra ai combustibili fossili. Se si guardano le statistiche del mese di gennaio delle tecnologie che fissano il prezzo nei 96 quarti d’ora di una giornata nella zona Nord, diffusi dal Gestore del mercato elettrico, si vede che solo nel 23% circa dei casi il prezzo elettrico è fissato dagli impianti a gas a ciclo combinato (con un prezzo medio di 127 euro/MWh). Nel 58% dei casi a fissare il prezzo è stato il meccanismo del Market Coupling, che lascia indeterminata la tecnologia con cui si fissa il prezzo (con un prezzo medio superiore pari a 134,9 euro/MWh).
Il Market Coupling è un sistema con cui si determina il valore dell’energia nelle zone di mercato europee, allocando nello stesso momento la capacità di trasporto transfrontaliera tra Paesi europei. Cioè, si stabilisce il prezzo in base alla capacità di trasporto disponibile e non soltanto in base al prezzo offerto dai vari impianti (che offrono la loro energia al costo di produzione marginale). Il prezzo si fissa appena la capacità di trasporto viene saturata, ma non si conosce la tecnologia che ha fissato il prezzo.
Addirittura, risulta che a gennaio gli impianti a gas Ccgt sono stati la fonte con il prezzo medio più basso in tutte le ore in zona Nord, quella a maggiore consumo e produzione. Il prezzo più alto si è registrato sugli impianti idroelettrici a pompaggio (166,45 euro/MWh in 27 quarti d’ora), le batterie di rete (157,5 euro/MWh in 15 quarti d’ora), quelli idroelettrici di modulazione (142 euro/MWh in 70 quarti d’ora) e idroelettrico ad acqua fluente (134 euro/MWh in 194 quarti d’ora). I soli 3 quarti d’ora in cui le centrali turbogas hanno fissato il prezzo valevano in media 172 euro/MWh.
Sorge il sospetto che con il passaggio ai prezzi zonali su base quart’oraria, per armonizzare il sistema italiano a quello europeo, ci sia qualcosa che non torna. Forse i dati trasmessi dal Gme sono incompleti, certamente una indicazione della tecnologia marginale nel caso del Market Coupling aiuterebbe a dipanare la matassa. O il sistema non funziona come dovrebbe, massimizzando i costi anziché minimizzarli, oppure qualcuno ne sta approfittando. O forse sono vere le tre cose insieme.
In Senato intanto proseguono le audizioni legate all’Indagine conoscitiva sullo «stato dell’arte e sullo sviluppo dell’autoproduzione di energia elettrica da fonti rinnovabili». Nell’audizione del 3 febbraio, l’amministratore delegato di Rse (Ricerca sul Sistema Energetico, società controllata dal Ministero dell’Economia attraverso il Gse), Franco Cotana, ha affermato che «una distribuzione delle Fer (fonti di energia rinnovabile, ndr) più sbilanciata verso il Sud e le Isole, in linea con le richieste di connessione ricevute da Terna, comporta un fabbisogno di capacità di accumulo quasi del 50% superiore a quello corrispondente alla distribuzione prevista dal decreto “Aree Idonee”, con relativi extra-costi per il sistema dell’ordine di 5,3 miliardi di euro». Cioè, se Terna accogliesse tutte le richieste di connessione di impianti fotovoltaici così come sono presentate dai produttori, il sistema costerebbe 5,3 miliardi in più, perché la produzione troppo concentrata costringerebbe a tagli della produzione e all’installazione di maggiori accumuli, che hanno un costo. Gli operatori, dice Rse, «puntano a massimizzare i propri ricavi privilegiando le aree con maggiore disponibilità della fonte primaria. In questo scenario, in tali aree si rischia una elevata overgeneration che implica la necessità di un maggior ricorso a sistemi di accumulo e a sviluppi delle reti elettriche, in assenza dei quali i prezzi “catturati” dagli impianti di generazione fotovoltaici sul mercato risulterebbero sempre più bassi, mettendo a rischio la sostenibilità degli investimenti».
È il noto tema della cannibalizzazione degli impianti fotovoltaici, per cui più aumenta l’offerta di questi impianti più aumentano i costi di rete o la necessità di sussidi pubblici. Spesso, entrambe le cose.
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L'ingresso de Le Constellation a Crans Montana (Ansa)
Giustificazioni, apparentemente, da Italietta. Invece a spiegare anni di mancate ispezioni sulle misure antincendio nel locale Le Constellation di Crans-Montana, distrutto dal rogo di capodanno dove hanno perso la vita 41 giovanissimi di cui sei italiani (e altri 115 sono rimasti gravemente feriti), è stato Ken Jacquemoud, ex responsabile della sicurezza di Crans-Montana dal 2017 al 2024.
Jaquemoud è indagato insieme al suo successore, Christophe Balet, e ai proprietari del locale Jaques Moretti e Jessica Maric per incendio, omicidio, lesioni colpose e ieri mattina è stato sentito per diverse ore durante un’udienza «particolarmente tesa» che lo ha visto entrare nei locali della Procura di Sion da una porta sul retro, per evitare la stampa. «A causa dei problemi di organico», ha riferito, «non avevamo risorse per fare i controlli sulla sicurezza dei locali pubblici e avevamo anche problemi con il software, per la cui sostituzione abbiamo impiegato molto tempo, di tutto questo avevamo informato il Comune», ha riferito il tecnico. Aggiungendo anche che «a causa del bug del sistema informatico i dati sui controlli si erano cancellati», che «non era stato fatto un backup» e dunque «c’è voluto molto tempo per cambiare il programma» e che, lui, comunque, aveva detto al Comune che «servivano più risorse».
La sua testimonianza fa il paio con quella di Balet, l’ormai noto responsabile della sicurezza senza brevetto antincendio «perché l’esame per ottenerlo era difficile» eppure incaricato dal Comune di Crans dal 2024 in poi per verificare il livello di rischio dei locali pubblici. Anche Balet, infatti, che interrogato venerdì scorso aveva scaricato la colpa di non aver mai controllato Le Constellation sugli stessi «problemi informatici», durati - quindi a conti fatti - ben cinque anni.
Dunque, riassumendo, il Comune di Crans-Montana, stazione sciistica tra le più rinomate d’Europa, parte del Canton Vallese che è terzo per estensione tra i cantoni della Svizzera, uno degli stati più ricchi al mondo, non aveva denari a sufficienza per pagare dei tecnici che facessero le ispezioni antincendio - obbligatorie per legge - negli (appena) 1.400 locali pubblici del territorio, molti dei quali con attività stagionale.
E nemmeno aveva da investire gli spiccioli necessari a far funzionare un gestionale che ricordasse ai suoi dipendenti quando era il momento di fare ritorno nei locali per le verifiche.
Eppure, per quanto possa sembrare incredibile, non si tratta di una fake news. Anzi, a quanto pare, di un problema condiviso da altre amministrazioni. Qualche giorno fa, infatti, la Conferenza dei sindaci del distretto di Sierre, di cui Crans-Montana fa parte, ha inviato una lettera al Canton Vallese e al Consiglio di Stato sostenendo che la legge sulla protezione antincendio è troppo complicata da applicare e troppo onerosa per dei piccoli Comuni. «Nessuno è attualmente in grado di assumersi pienamente questo compito; non si tratta solo di mancanza di risorse, ma di un sistema la cui portata è troppo ampia» hanno scritto i sindaci in una sorta di «difesa d’ufficio» del primo cittadino di Crans, Nicolas Feraud, che se finisse nei guai per i mancati controlli, creerebbe un precedente di cui molti suoi colleghi, evidentemente, hanno timore.
Anche se la situazione che emerge dagli ultimi interrogatori può sembrare già di per sé paradossale, è bene ricordare una delle più importanti contraddizioni che girano intorno al tema della sicurezza, dove ogni responsabile tenta di fare scaricabarile sull’altro.
La spugna dei pannelli insonorizzanti appiccicata sul soffitto del seminterrato che ospitava centinaia di giovani, che usavano candele pirotecniche per i festeggiamenti e che era stata appiccicata al soffitto da Jaques Moretti in persona nel 2015 durante la ristrutturazione del locale, era evidentemente pericolosa e avrebbe fatto inorridire chiunque alzando gli occhi al soffitto - con o senza brevetto - avesse voluto vederla. Sia per la evidente scarsa qualità del materiale, che per la scarsa aderenza al soffitto - come provano i tanti video che la mostrano quasi a penzoloni. Eppure quei pannelli insonorizzanti, causa non solo della velocità del propagarsi delle fiamme ma anche dei gas tossici sprigionati che hanno reso impossibile la fuga a tanti dei ragazzi, morti per le esalazioni, non sono mai entrati nel novero dei controlli. Le due uniche ispezioni effettuate a Le Constellation dal 2015 - una nel 2018 e l’ultima nel 2019 - non ne rilevarono nemmeno la presenza, mentre le prescrizioni sulle vie di fuga e sulle porte dei sicurezza e sugli estintori - secondo quanto emerso fino ad oggi - si limitarono ad indicazioni di minima. A questo proposito sarà sentito - non come indagato ma come persona informata sui fatti - anche David Vocat, capo dei vigili del fuoco che sarebbe stato presente nei controlli al locale. Vocat, che era stato chiamato in causa anche dai Moretti, sarà ascoltato il prossimo 16 febbraio. Nei prossimi giorni sarà anche di nuovo il turno dei coniugi: Jacques sarà nuovamente interrogato domani, Jessica giovedì.
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