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2018-05-22
Di Maio e Salvini presentano Conte. Mattarella lo mette sotto ghiaccio
ANSA
Da barbaro a barbiturico, il Matteo Salvini di lotta lascia spazio a quello di governo. Sono le 18 e 30 di ieri e il leader della Lega, appena uscito dalla consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della quale ha indicato Giuseppe Conte come premier del governo legastellato, si rivolge così ai giornalisti: «Non è possibile che il 20% degli italiani usino psicofarmaci», dice Salvini, «una cosa legata alla precarietà e alla insicurezza. Contiamo di lasciare ai nostri figli un mondo migliore. Siamo pronti a partire». Salvini, per l'occasione in cravatta verde, ha accanto a sé i capigruppo, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio. La battuta sugli psicofarmaci è tutta da decrittare, il leader della Lega in effetti distribuisce tranquillanti: all'Europa, alla Bce, a Mattarella, ai «mercati», ai governi europei che hanno già scatenato la guerra preventiva contro il governo gialloblu. Non vuole più essere costretto a parlare dopo la chiusura della Borsa di Milano, come se fosse un pericolo pubblico. Le parole di Salvini sono Xanax allo stato puro: sedative.
«Qualcuno all'estero», sottolinea Salvini, «dovrà cambiare la sua prospettiva. Sarà un governo di speranza e prospettiva, non sarà un governo remissivo. Abbiamo fatto il nome del presidente del Consiglio, abbiamo ben chiara squadra e progetto di paese, siamo vogliosi di partire e di far crescere l'economia. Leggiamo con interesse e stupore», aggiunge Salvini, «dichiarazioni di ministri e commissari di altri paesi, preoccupati. Non hanno nulla di cui preoccuparsi: vogliamo fare investimenti, rendere più stabile il lavoro. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l'interesse nazionale italiano al centro, rispettando nel limite del possibile tutte le normative e i vincoli, però facendo crescere il paese. Non c'è nulla da temere», sottolinea ancora Salvini, «dalle nostre politiche economiche che saranno molto diverse da quelle degli ultimi cinque anni che hanno fatto aumentare il debito di 300 miliardi: la ricetta del passato è stata fallimentare». Il leader della Lega, uscito dal Quirinale, risponde a chi gli chiede se Giuseppe Conte non sia da considerarsi un «tecnico»: «Tutti i premier sono politici». E aggiunge: «Conte, il premier, immagino, incaricato è esperto di semplificazione, sburocratizzazione e snellimento della macchina amministrativa, quello che tante aziende ci chiedono». C'è spazio anche per i primi avvertimenti all'Ue: «Sarà il governo della libertà di andare a Bruxelles, Berlino e Parigi a dire signornò, questo fa male all'Italia e agli italiani. Di precarietà si muore, di austerity si muore, di immigrazione fuori controllo si muore, di vincoli europei si muore».
Poco più di mezz'ora prima, era toccato a Luigi Di Maio incontrare il capo dello Stato. «Siamo di fronte a momento storico. Abbiamo indicato al capo dello Stato il nome migliore, che può portare avanti, con una leadership solida, il contratto di governo». Di Maio, con accanto i capigruppo del M5s, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, è raggiante. Ha appena ufficializzato a Mattarella l'indicazione di Giuseppe Conte come premier del governo targato Lega-M5s. Di Maio ha sperato fino all'ultimo di poter diventare presidente del Consiglio, ma i numeri, implacabili, gli hanno sbarrato la porta di Palazzo Chigi. La Lega non poteva dare il via libera al capo politico del M5s.
«Nel contratto di governo», scandisce Di Maio, «ci sono le cinque stelle, i 20 punti indicati in campagna elettorale e tante soluzioni alle sofferenze degli italiani, dal reddito di cittadinanza alla legge Fornero, a più spazi di bilancio in Europa; dalla lotta al gioco d'azzardo al superamento della buona scuola, alla sanità, con la meritocrazia per chi è a capo degli ospedali. Ci sono le grandi battaglie storiche del M5s, come l'acqua pubblica. Se il presidente Mattarella», sottolinea Di Maio, «valuta giusto il nome, allora sarà un governo politico che mette al centro le questioni politiche».
«Giuseppe Conte», aggiunge Di Maio, all'uscita dal Quirinale, «sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate. No ai cambi di casacca, no a persone che vengono dal gruppo Misto e che entrano in altri gruppi». «Sono molto orgoglioso di questo nome», conclude Di Maio, «perché è la sintesi del M5s. Non vesserà il popolo italiano. Non è stato eletto? Era nella mia squadra, lo hanno votato 11 milioni di italiani».
Di Maio pensa che Mattarella non dovrebbe avere alcun problema a conferire l'incarico a Giuseppe Conte, già indicato come ministro del fantomatico governo M5s, uomo ben inserito nei circoli internazionali che contano. Il professore fiorentino ha un curriculum che dovrebbe essere considerato soddisfacente dal Quirinale. Ma problemi inaspettati potrebbero essere dietro l'angolo. Intanto il Colle non ha rilasciato dichiarazioni, salvo annunciare che stamani provvederà a consultare i presidenti di Camera e Senato, il grillino Roberto Fico alle 10 e l'azzurra Maria Casellati alle 12. Secondo alcune fonti, Mattarella avrebbe fatto presente a Salvini e Di Maio il ruolo che la Costituzione assegna al premier con l'articolo 95, ovvero la direzione della politica generale del governo e l'unità dell'indirizzo amministrativo.
Carlo Tarallo
«Non sono dei nostri». Base pentastellata spiazzata dai ministri
C'è un pensiero oscuro, quasi un malessere, che turba la soddisfazione di andare al governo della nazione dei 5 stelle: e se fosse tutta una trappola per bruciare il Movimento, con la Lega che tra pochi mesi fa saltare il banco e loro che si «bruciano» e pagano dazio alle urne? «E se Silvio Berlusconi fosse in realtà d'accordo con Matteo Salvini?», aggiunge un mancato ministro del M5s.
Lo scherzaccio del Carroccio lo temono in tanti, tra gli adepti di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. E la colpa del cattivo presentimento sono i nomi dei ministri, che non piacciono, che deludono, che sembrano degli infiltrati. Ed è anche colpa del primo ministro «investito» da Luigi Di Maio a mezzo Ansa e poi Blog delle Stelle, ovvero il barone universitario Giuseppe Conte.
Nomi come quelli di Giampiero Massolo, Paolo Savona, Enzo Moavero Milanesi, crescono di ora in ora ma che cosa facevano quando Grillo lanciava il Vaffa-day? Chi il ministro, chi il capo delle spie, chi l'alto funzionario a Bruxelles. Elio Lannutti, tra i più anziani dei 5 stelle, a metà pomeriggio ha dato la stura al malcontento sui social: «Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotto, legati a cricche, combriccole, faccendieri, logge coperte, grembiulini». Come lui, la pensano in molti in entrambe le sfere del nuovo governo.
Se il presidente Sergio Mattarella darà effettivamente l'incarico all'azzimato Conte, vi sarà la prima, plastica, sconfitta di Di Maio. Che quel posto l'ha desiderato per sé fino all'ultimo minuto. Ma in cambio, dovrebbe avere ben due ministeri con tanto portafoglio e un potenziale di voti da futuro viceré: lo Sviluppo economico e il Lavoro. In pancia al primo dicastero c'è quella delega alle Comunicazioni che può fare la gioia, o la disperazione, dell'odiato Berlusconi e di Telecom Italia. L'altro leader, Salvini (che secondo i media americani starebbe per ricevere una visita da Steve Bannon, l'ex stratega di fiducia di Donald Trump), dopo aver stoppato Giggino si accontenterà del Viminale. Ed entrambi dovrebbero essere anche vicepremier (il grillino ieri sera ha parlato a nome del duo: «Saremo in squadra»), per dare un chiaro segno che sono gli azionisti di maggioranza del governo e di Conte. Chiunque se lo sia inventato come «figura terza». E anche un po' quarta, vista la stima e l'amicizia che lo lega a Maria Etruria Boschi.
Alla presidenza del Consiglio, come sottosegretario forte, è tutto pronto per Giancarlo Giorgetti, il leghista dall'aria soft che forse, con il senno di poi, i malpancisti del Movimento 5 stelle avrebbero fatto bene ad accettare come premier. Alcuni lo vorrebbero ancora all'Economia, ma pare che l'interessato tutto farebbe nella vita meno che candidarsi a nuovo san Sebastiano del governo «no coperture». In Via XX Settembre potrebbe planare l'economista ed ex politico sardo Paolo Savona, 81 primavere, in quota Aspen Institute e Fondazione La Malfa. Il suo nome girava anche per Palazzo Chigi, con i leghisti che l'avevano riscoperto per via di certe sue (tardive) posizioni contro l'euro, ma i grillini si sono spaccati come un'anguria su di lui, per via dei tanti - troppi - trascorsi tra banche e think tank.
Agli Affari europei potrebbe essere ripescato Enzo Moavero Milanesi, ex alto burocrate europeo, poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Carlo Azeglio Ciampi e ministro con Mario Monti ed Enrico Letta, sempre ai rapporti con Bruxelles. «Non c'entra nulla con noi e non c'entra nulla con i grillini», sibila un esponente postpadano, ma la Costituzione, sulla scelta dei ministri, è quello che è. E Mattarella, giustamente, non intende abdicare. Anche Massolo, ambasciatore ed ex capo del Dis, il coordinamento dei servizi segreti, non ha molto a che fare con ruspe e piattaforme da consenso, ma il Colle lo apprezza tanto e quindi la Farnesina lo attende con un sospiro di sollievo: con lui, niente avventure e tanti contatti privilegiati con i nostri storici alleati.
La Lega invece vuole la penalista Giulia Bongiorno, già avvocato difensore di Giulio Andreotti, amica di Gianfranco Fini e legale di mille Vip, per le Riforme e i rapporti con il Parlamento. Insomma, sarà lei la nuova Boschi, se i pentastellati passeranno sopra la sua scarsa propensione alle manette. La delega ai Servizi, invece, dovrebbe finire nelle mani del grillino Vito Crimi, il talent scout di Rocco Casalino. Forze fresche, invece, sarebbero quelle della grillina Laura Castelli, 31 anni, no Tav dura e pura, destinata alle (non) Infrastrutture, ma che finirà più probabilmente all'Istruzione, dove almeno si dovrebbe evitare un altro ministro senza laurea. Per la Difesa Matterella vorrebbe un tecnico, anche se fino alla fine la speranza di molti è che Guido Crosetto, competentissimo, si sganci da Fratelli d'Italia (le ultime danno infatti una Giorgia Meloni ancora molto combattuta sulla posizione da assumere rispetto alla nascente creatura grilloleghista) e faccia lui «il tecnico». In lizza ci sono però anche Riccardo Fraccaro del M5s e Lorenzo Fontana della Lega. Poi, tra le voci divertenti, quella del grillino Vincenzo Spadafora alla Famiglia. Dove però sarebbe un po' sprecato (è il braccio destro di Di Maio) e infatti è dato anche alla Cultura, dove almeno il Vaticano non si turberebbe. Mentre il leghista pavese Gian Marco Centinaio, che lavora per il tour operator «Il Viaggio», andrebbe giustamente al Turismo. Chissà se Salvini e Di Maio riusciranno a spacciarlo come tecnico, quando andranno da Mattarella con la lista. Anzi, con le liste.
Francesco Bonazzi
Savona all’Economia porterebbe credibilità

LaPresse
Non si sa se Paolo Savona sarà davvero membro del nuovo governo, e per l'esattezza ministro dell'Economia (lui stesso ieri non ha zittito le voci: «Sono disponibile per il Paese, com'è sempre stato, però non entro nei dettagli e nei conflitti»). Si sanno però altre cose: che è probabilmente il più autorevole economista italiano, che è ben difficile appiccicargli addosso l'immagine dell'esagitato, che pochissime personalità italiane possono vantare un cursus honorum paragonabile al suo, e che - nel consenso o nel dissenso - è una voce rispettata dentro e fuori i confini nazionali.
Per questo, comunque la si pensi su Lega e M5s, su Di Maio e Salvini, sul contratto di governo, su pregi e difetti della nuova maggioranza, la candidatura Savona scompagina i giochi. E va letta così la piccola raffica di retroscena che da domenica sera circolano in fotocopia, come se provenissero da un'unica matrice.
Savona mette in crisi la «narrazione» cara alle élites politiche e mediatiche, che prevede solo due parti in commedia: o l'europeista serio (competente, ineccepibile, inattaccabile) o l'antieuropeista urlante (possibilmente impresentabile, confuso, selvatico). Una terza ipotesi non sembra possibile. E invece c'è: una rete, piccola ma qualificata, di personalità di matrice liberale, liberaldemocratica, riformatrice, per nulla nemiche «a prescindere» dell'Europa ma fortemente critiche - questo sì - della piega presa dall'Ue. Paolo Savona è la figura più autorevole di questa scuola di pensiero.
La costruzione europea doveva europeizzare la Germania, non germanizzare l'Europa. E Savona da anni spiega - con argomenti e moderazione - esattamente questo: le regole e le rigidità dell'Ue l'hanno resa poco democratica, e l'hanno pure trasformata nel giardino di casa della Germania.
Nonostante la loro abilità manipolatoria, è dura per i campioni del politically correct descrivere Savona come un ululante populista: per questo, da anni, preferiscono riservargli una morbida ma ferrea censura. Ci sono un paio di suoi lavori che vanno riletti in queste ore: due eleganti, serie, ma intellettualmente acuminate Lettere agli amici tedeschi.
Nella prima, di qualche anno fa ormai, Savona ricorda alla Germania l'inquietante ambizione di Walter Funk (sintetizzo: la Germania come paese dedito alla produzione industriale, con gli altri paesi a occuparsi di agricoltura e allevamento…). Nella seconda (in libreria da qualche mese per le edizioni Rubbettino), Savona compie un'operazione ancora più raffinata. Trascrive e commenta due superclassici del pensiero tedesco, cioè La Germania di Heine e Per una pace perpetua di Kant. Savona annota subito che una vera pace deve essere anche economica, non solo militare: e già da questa chiosa comprendiamo l'approccio dell'autore, che non ha paura di violare autentici tabù come il «carattere» tedesco e il Dna della Germania.
Intendiamoci bene. Da intellettuale rigoroso, Savona non fa certo il piagnone a favore dell'Italia, e fa osservazioni scomode anche sul nostro Dna: la propensione a non rispettare le regole, l'idea che si possa con una mano firmare un trattato e con l'altra prepararsi a stracciarlo. I tedeschi, ovviamente, sono esposti a rischi diversi: una scarsa disponibilità a tollerare le diversità altrui, e una certa tendenza a preferire l'omogeneità e l'uniformità. Su questa base non sempre tranquilizzante, Savona domanda agli amici tedeschi: «Cosa vi proponete di fare oggi? Volete porre problemi o volete risolverli?».
Da qui Savona parte per una critica radicale (ma preoccupata, non compiaciuta) dell'architettura europea esistente: e sottolinea i vantaggi competitivi ricavati dalla Germania a scapito di troppi altri paesi. Per queste ragioni, era ovvio che molti elettori cercassero rifugio in partiti anti sistema: le politiche dettate da Bruxelles e Francoforte hanno imposto enormi costi ai cittadini. Ue e governi nazionali non sono stati efficaci né tempestivi nell'evitare la disoccupazione e una sensibile riduzione del tenore di vita dei cittadini. Adesso è troppo comodo girare la colpa sui «populisti», spesso effettivamente inadeguati: ma se c'è la febbre, la colpa non è del termometro.
Le domande e i ragionamenti pacati di Paolo Savona sono la migliore risposta a chi ripete meccanicamente: «Ci vuole più Europa». Al contrario, Savona predica due interventi: nel metodo, superare il fastidio delle élites verso la democrazia, il popolo, i cittadini; nel merito, sostituire i parametri rigidi (modello Maastricht) con nuove e più ragionevoli regole di convivenza. Ci sarà - in Italia, nelle istituzioni e nei partiti, nei media e nel palazzo - la robustezza intellettuale e il coraggio per affrontare questo tipo di discussione?
Daniele Capezzone
Gli sfasciagoverno esultano: Fitch ci boccia
L'esecutivo gialloblu non è ancora nato, ma all'estero c'è già atmosfera da funerale. Domenica, il ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, aveva paventato rischi per l'eurozona legati al contratto tra Lega e 5 stelle: «Se il nuovo governo non rispetterà i suoi impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche», spiegava Le Maire nel corso di una trasmissione televisiva, «l'intera stabilità finanziaria della zona euro sarà minacciata».
Da Oltremanica è arrivata un'analisi persino più fosca: secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, il caso italiano «indica la strada verso la fine della democrazia liberale». La crisi contemporanea delle élite europee ricorderebbe infatti la «caduta della Repubblica di Weimar», l'inferno tedesco naufragato su un'inflazione a più del 600% e una disoccupazione al 40%, che portarono Adolf Hitler al cancellierato.
In Germania serpeggiano malumori tra chi teme che i populisti italiani si sottraggano alla morsa dell'austerità. Ieri, Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo al Parlamento di Strasburgo e leader della Csu, ha dichiarato che «azioni irrazionali o populiste potrebbero provocare una nuova crisi dell'euro». Secondo il cristiano-democratico bavarese, il quale ha tuttavia riconosciuto che bisogna «dare una possibilità» a leghisti e grillini (ci mancherebbe solo che i tedeschi sospendessero la democrazia in Italia, giusto per restare in tema hitleriano), il nostro Paese starebbe «giocando col fuoco».
Non che i pulpiti da cui provengono le prediche siano immacolati. La Francia, ad esempio, è stata decisamente meno in linea con i trattati europei rispetto all'Italia. Nel 2008, il rapporto deficit/Pil transalpino viaggiava sopra il 7% (da noi era di poco al di sopra del 5%). Da allora, Parigi ha avviato una ristrutturazione della finanza pubblica, ma a un ritmo molto più blando a paragone del nostro Paese. Nel 2012, l'Italia è rientrata nei parametri di Maastricht e ormai da 20 anni vanta un avanzo primario che la rende persino più virtuosa della Germania. I francesi, invece, hanno riportato il rapporto deficit/Pil entro il 3% solo a marzo 2018 e i tedeschi, dal 2006, sforano costantemente il tetto del 6% nel surplus delle partite correnti. Che è poi uno dei nodi della guerra dei dazi con gli Stati Uniti, stanchi di pagare per l'imperialismo commerciale di Berlino, specialmente nel settore automobilistico. In parole povere, Francia e Germania sono i classici buoi che danno del cornuto all'asino.
A proposito di America, anche l'economista premio Nobel Paul Krugman, che un tempo esortava Barack Obama a intraprendere misure keynesiane, ha puntato il dito contro il governo voluto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: in un tweet, il premio Nobel ha sottoscritto la diagnosi del Financial Times sulla fine dell'ordine liberale, paragonando l'alleanza tra leghisti e pentastellati a Donald Trump (magari) e aggiungendo che «la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana».
Nell'elenco dei detrattori di un governo che non si è neppure insediato, figura naturalmente l'agenzia di rating Fitch. Nel suo bersaglio ci sono le proposte della coalizione gialloblu, che aumenterebbero «i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia». E sebbene non si sbottoni sulle future stime di affidabilità, Fitch evoca una possibile «valutazione creditizia più debole» per l'Italia.
Lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi, al di là del terrorismo mediatico cui i media ci avevano già abituati in occasione della Brexit e dell'elezione di Trump, al momento si attesta a quota 180 punti base. È il record da ottobre 2017, tuttavia ben lontano dai quei 576 punti che causarono la caduta di Silvio Berlusconi nel 2011. È vero che il Quantitative easing della Bce funge da calmiere. Ma intanto la Borsa tiene. Il lieve calo di Piazza Affari registrato ieri, in effetti, dipendeva dalla distribuzione delle cedole da parte di 19 società del listino principale. L'indice Ftse Mib ha infatti chiuso in calo dell'1,52% «apparente» a 23.092 punti, mentre se si fosse calcolato depurato dell'impatto del pagamento dei dividendi sarebbe stato di fatto poco sopra la parità.
Una delle poche voci fuori dal coro è arrivata da Londra. Il Guardian, quotidiano che non può essere sospettato di coltivare simpatie populiste, ha pubblicato un editoriale firmato da Larry Elliott, in cui in fondo si affermava l'ovvio: cioè che il programma del governo italiano, risolutamente anticiclico, ha senso nell'attuale situazione di stagnazione. A essere «assurde» sono le regole europee, congegnate per prolungare l'agonia e portare alla lenta morte del paziente.
Si deve ammettere che l'ossessione per i pareri provenienti dall'estero è un vezzo tipicamente nostrano. Difficile che Oltreconfine si preoccupino per le eventuali esternazioni di un politico o di un opinionista straniero, come dimostra proprio l'applicazione tutt'altro che rigida di Maastricht da parte di Francia e Germania. Il confine tra ingerenze e autolesionismo, pertanto, è labile. I nostri media vanno a caccia di qualunque virgolettato possa rinvigorire il loro arcinoto repertorio: panico dei mercati, spread in risalita, conti pubblici a rischio, impegni internazionali, tenuta dell'euro, stranieri che ci deridono. A leggere i giornali, pare di essere tornati al 2011. La differenza è che gli italiani non si bevono più le frottole concepite per depauperarli.
Alessandro Rico
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Colloqui separati al Quirinale per i due leader, che fanno il nome del professore. Il presidente si prende una pausa e oggi convocherà i presidenti delle Camere. Il capo leghista: «Liberi di dire “signornò" all'Ue».Ma nomi come Enzo Moavero Milanesi (Affari europei) o Giulia Bongiorno (Giustizia) non vanno giù ai grillini duri e puri: «Estranei a valori del M5s».Paolo Savona all'Economia potrebbe essere l'uomo giusto per dare serietà alle lotte strillate contro l'Ue.Nel plotone di esecuzione non poteva mancare l'agenzia di rating Fitch: «Con i populisti aumento del rischio creditizio». Tiene bordone il tedesco Manfred Weber, capogruppo del Ppe: «Crisi euro vicina». Il Ft evoca i nazisti: «Democrazia liberale finita come dopo Weimar».Lo speciale contiene quattro articoli.Da barbaro a barbiturico, il Matteo Salvini di lotta lascia spazio a quello di governo. Sono le 18 e 30 di ieri e il leader della Lega, appena uscito dalla consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel corso della quale ha indicato Giuseppe Conte come premier del governo legastellato, si rivolge così ai giornalisti: «Non è possibile che il 20% degli italiani usino psicofarmaci», dice Salvini, «una cosa legata alla precarietà e alla insicurezza. Contiamo di lasciare ai nostri figli un mondo migliore. Siamo pronti a partire». Salvini, per l'occasione in cravatta verde, ha accanto a sé i capigruppo, Giancarlo Giorgetti e Gian Marco Centinaio. La battuta sugli psicofarmaci è tutta da decrittare, il leader della Lega in effetti distribuisce tranquillanti: all'Europa, alla Bce, a Mattarella, ai «mercati», ai governi europei che hanno già scatenato la guerra preventiva contro il governo gialloblu. Non vuole più essere costretto a parlare dopo la chiusura della Borsa di Milano, come se fosse un pericolo pubblico. Le parole di Salvini sono Xanax allo stato puro: sedative.«Qualcuno all'estero», sottolinea Salvini, «dovrà cambiare la sua prospettiva. Sarà un governo di speranza e prospettiva, non sarà un governo remissivo. Abbiamo fatto il nome del presidente del Consiglio, abbiamo ben chiara squadra e progetto di paese, siamo vogliosi di partire e di far crescere l'economia. Leggiamo con interesse e stupore», aggiunge Salvini, «dichiarazioni di ministri e commissari di altri paesi, preoccupati. Non hanno nulla di cui preoccuparsi: vogliamo fare investimenti, rendere più stabile il lavoro. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l'interesse nazionale italiano al centro, rispettando nel limite del possibile tutte le normative e i vincoli, però facendo crescere il paese. Non c'è nulla da temere», sottolinea ancora Salvini, «dalle nostre politiche economiche che saranno molto diverse da quelle degli ultimi cinque anni che hanno fatto aumentare il debito di 300 miliardi: la ricetta del passato è stata fallimentare». Il leader della Lega, uscito dal Quirinale, risponde a chi gli chiede se Giuseppe Conte non sia da considerarsi un «tecnico»: «Tutti i premier sono politici». E aggiunge: «Conte, il premier, immagino, incaricato è esperto di semplificazione, sburocratizzazione e snellimento della macchina amministrativa, quello che tante aziende ci chiedono». C'è spazio anche per i primi avvertimenti all'Ue: «Sarà il governo della libertà di andare a Bruxelles, Berlino e Parigi a dire signornò, questo fa male all'Italia e agli italiani. Di precarietà si muore, di austerity si muore, di immigrazione fuori controllo si muore, di vincoli europei si muore». Poco più di mezz'ora prima, era toccato a Luigi Di Maio incontrare il capo dello Stato. «Siamo di fronte a momento storico. Abbiamo indicato al capo dello Stato il nome migliore, che può portare avanti, con una leadership solida, il contratto di governo». Di Maio, con accanto i capigruppo del M5s, Danilo Toninelli e Giulia Grillo, è raggiante. Ha appena ufficializzato a Mattarella l'indicazione di Giuseppe Conte come premier del governo targato Lega-M5s. Di Maio ha sperato fino all'ultimo di poter diventare presidente del Consiglio, ma i numeri, implacabili, gli hanno sbarrato la porta di Palazzo Chigi. La Lega non poteva dare il via libera al capo politico del M5s. «Nel contratto di governo», scandisce Di Maio, «ci sono le cinque stelle, i 20 punti indicati in campagna elettorale e tante soluzioni alle sofferenze degli italiani, dal reddito di cittadinanza alla legge Fornero, a più spazi di bilancio in Europa; dalla lotta al gioco d'azzardo al superamento della buona scuola, alla sanità, con la meritocrazia per chi è a capo degli ospedali. Ci sono le grandi battaglie storiche del M5s, come l'acqua pubblica. Se il presidente Mattarella», sottolinea Di Maio, «valuta giusto il nome, allora sarà un governo politico che mette al centro le questioni politiche». «Giuseppe Conte», aggiunge Di Maio, all'uscita dal Quirinale, «sarà un premier politico di un governo politico, indicato da due forze politiche, con figure politiche al proprio interno. E soprattutto con il sostegno di due forze politiche votate. No ai cambi di casacca, no a persone che vengono dal gruppo Misto e che entrano in altri gruppi». «Sono molto orgoglioso di questo nome», conclude Di Maio, «perché è la sintesi del M5s. Non vesserà il popolo italiano. Non è stato eletto? Era nella mia squadra, lo hanno votato 11 milioni di italiani». Di Maio pensa che Mattarella non dovrebbe avere alcun problema a conferire l'incarico a Giuseppe Conte, già indicato come ministro del fantomatico governo M5s, uomo ben inserito nei circoli internazionali che contano. Il professore fiorentino ha un curriculum che dovrebbe essere considerato soddisfacente dal Quirinale. Ma problemi inaspettati potrebbero essere dietro l'angolo. Intanto il Colle non ha rilasciato dichiarazioni, salvo annunciare che stamani provvederà a consultare i presidenti di Camera e Senato, il grillino Roberto Fico alle 10 e l'azzurra Maria Casellati alle 12. 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Chi il ministro, chi il capo delle spie, chi l'alto funzionario a Bruxelles. Elio Lannutti, tra i più anziani dei 5 stelle, a metà pomeriggio ha dato la stura al malcontento sui social: «Leggo nomi estranei a principi e valori, cariatidi, lestofanti del potere marcio e corrotto, legati a cricche, combriccole, faccendieri, logge coperte, grembiulini». Come lui, la pensano in molti in entrambe le sfere del nuovo governo. Se il presidente Sergio Mattarella darà effettivamente l'incarico all'azzimato Conte, vi sarà la prima, plastica, sconfitta di Di Maio. Che quel posto l'ha desiderato per sé fino all'ultimo minuto. Ma in cambio, dovrebbe avere ben due ministeri con tanto portafoglio e un potenziale di voti da futuro viceré: lo Sviluppo economico e il Lavoro. In pancia al primo dicastero c'è quella delega alle Comunicazioni che può fare la gioia, o la disperazione, dell'odiato Berlusconi e di Telecom Italia. L'altro leader, Salvini (che secondo i media americani starebbe per ricevere una visita da Steve Bannon, l'ex stratega di fiducia di Donald Trump), dopo aver stoppato Giggino si accontenterà del Viminale. Ed entrambi dovrebbero essere anche vicepremier (il grillino ieri sera ha parlato a nome del duo: «Saremo in squadra»), per dare un chiaro segno che sono gli azionisti di maggioranza del governo e di Conte. Chiunque se lo sia inventato come «figura terza». E anche un po' quarta, vista la stima e l'amicizia che lo lega a Maria Etruria Boschi. Alla presidenza del Consiglio, come sottosegretario forte, è tutto pronto per Giancarlo Giorgetti, il leghista dall'aria soft che forse, con il senno di poi, i malpancisti del Movimento 5 stelle avrebbero fatto bene ad accettare come premier. Alcuni lo vorrebbero ancora all'Economia, ma pare che l'interessato tutto farebbe nella vita meno che candidarsi a nuovo san Sebastiano del governo «no coperture». In Via XX Settembre potrebbe planare l'economista ed ex politico sardo Paolo Savona, 81 primavere, in quota Aspen Institute e Fondazione La Malfa. Il suo nome girava anche per Palazzo Chigi, con i leghisti che l'avevano riscoperto per via di certe sue (tardive) posizioni contro l'euro, ma i grillini si sono spaccati come un'anguria su di lui, per via dei tanti - troppi - trascorsi tra banche e think tank. Agli Affari europei potrebbe essere ripescato Enzo Moavero Milanesi, ex alto burocrate europeo, poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Carlo Azeglio Ciampi e ministro con Mario Monti ed Enrico Letta, sempre ai rapporti con Bruxelles. «Non c'entra nulla con noi e non c'entra nulla con i grillini», sibila un esponente postpadano, ma la Costituzione, sulla scelta dei ministri, è quello che è. E Mattarella, giustamente, non intende abdicare. Anche Massolo, ambasciatore ed ex capo del Dis, il coordinamento dei servizi segreti, non ha molto a che fare con ruspe e piattaforme da consenso, ma il Colle lo apprezza tanto e quindi la Farnesina lo attende con un sospiro di sollievo: con lui, niente avventure e tanti contatti privilegiati con i nostri storici alleati. La Lega invece vuole la penalista Giulia Bongiorno, già avvocato difensore di Giulio Andreotti, amica di Gianfranco Fini e legale di mille Vip, per le Riforme e i rapporti con il Parlamento. Insomma, sarà lei la nuova Boschi, se i pentastellati passeranno sopra la sua scarsa propensione alle manette. La delega ai Servizi, invece, dovrebbe finire nelle mani del grillino Vito Crimi, il talent scout di Rocco Casalino. Forze fresche, invece, sarebbero quelle della grillina Laura Castelli, 31 anni, no Tav dura e pura, destinata alle (non) Infrastrutture, ma che finirà più probabilmente all'Istruzione, dove almeno si dovrebbe evitare un altro ministro senza laurea. Per la Difesa Matterella vorrebbe un tecnico, anche se fino alla fine la speranza di molti è che Guido Crosetto, competentissimo, si sganci da Fratelli d'Italia (le ultime danno infatti una Giorgia Meloni ancora molto combattuta sulla posizione da assumere rispetto alla nascente creatura grilloleghista) e faccia lui «il tecnico». In lizza ci sono però anche Riccardo Fraccaro del M5s e Lorenzo Fontana della Lega. Poi, tra le voci divertenti, quella del grillino Vincenzo Spadafora alla Famiglia. Dove però sarebbe un po' sprecato (è il braccio destro di Di Maio) e infatti è dato anche alla Cultura, dove almeno il Vaticano non si turberebbe. Mentre il leghista pavese Gian Marco Centinaio, che lavora per il tour operator «Il Viaggio», andrebbe giustamente al Turismo. Chissà se Salvini e Di Maio riusciranno a spacciarlo come tecnico, quando andranno da Mattarella con la lista. Anzi, con le liste. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-e-salvini-presentano-conte-mattarella-lo-mette-sotto-ghiaccio-2570819945.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="savona-alleconomia-porterebbe-credibilita" data-post-id="2570819945" data-published-at="1765835960" data-use-pagination="False"> Savona all’Economia porterebbe credibilità LaPresse Non si sa se Paolo Savona sarà davvero membro del nuovo governo, e per l'esattezza ministro dell'Economia (lui stesso ieri non ha zittito le voci: «Sono disponibile per il Paese, com'è sempre stato, però non entro nei dettagli e nei conflitti»). Si sanno però altre cose: che è probabilmente il più autorevole economista italiano, che è ben difficile appiccicargli addosso l'immagine dell'esagitato, che pochissime personalità italiane possono vantare un cursus honorum paragonabile al suo, e che - nel consenso o nel dissenso - è una voce rispettata dentro e fuori i confini nazionali. Per questo, comunque la si pensi su Lega e M5s, su Di Maio e Salvini, sul contratto di governo, su pregi e difetti della nuova maggioranza, la candidatura Savona scompagina i giochi. E va letta così la piccola raffica di retroscena che da domenica sera circolano in fotocopia, come se provenissero da un'unica matrice. Savona mette in crisi la «narrazione» cara alle élites politiche e mediatiche, che prevede solo due parti in commedia: o l'europeista serio (competente, ineccepibile, inattaccabile) o l'antieuropeista urlante (possibilmente impresentabile, confuso, selvatico). Una terza ipotesi non sembra possibile. E invece c'è: una rete, piccola ma qualificata, di personalità di matrice liberale, liberaldemocratica, riformatrice, per nulla nemiche «a prescindere» dell'Europa ma fortemente critiche - questo sì - della piega presa dall'Ue. Paolo Savona è la figura più autorevole di questa scuola di pensiero. La costruzione europea doveva europeizzare la Germania, non germanizzare l'Europa. E Savona da anni spiega - con argomenti e moderazione - esattamente questo: le regole e le rigidità dell'Ue l'hanno resa poco democratica, e l'hanno pure trasformata nel giardino di casa della Germania. Nonostante la loro abilità manipolatoria, è dura per i campioni del politically correct descrivere Savona come un ululante populista: per questo, da anni, preferiscono riservargli una morbida ma ferrea censura. Ci sono un paio di suoi lavori che vanno riletti in queste ore: due eleganti, serie, ma intellettualmente acuminate Lettere agli amici tedeschi. Nella prima, di qualche anno fa ormai, Savona ricorda alla Germania l'inquietante ambizione di Walter Funk (sintetizzo: la Germania come paese dedito alla produzione industriale, con gli altri paesi a occuparsi di agricoltura e allevamento…). Nella seconda (in libreria da qualche mese per le edizioni Rubbettino), Savona compie un'operazione ancora più raffinata. Trascrive e commenta due superclassici del pensiero tedesco, cioè La Germania di Heine e Per una pace perpetua di Kant. Savona annota subito che una vera pace deve essere anche economica, non solo militare: e già da questa chiosa comprendiamo l'approccio dell'autore, che non ha paura di violare autentici tabù come il «carattere» tedesco e il Dna della Germania. Intendiamoci bene. Da intellettuale rigoroso, Savona non fa certo il piagnone a favore dell'Italia, e fa osservazioni scomode anche sul nostro Dna: la propensione a non rispettare le regole, l'idea che si possa con una mano firmare un trattato e con l'altra prepararsi a stracciarlo. I tedeschi, ovviamente, sono esposti a rischi diversi: una scarsa disponibilità a tollerare le diversità altrui, e una certa tendenza a preferire l'omogeneità e l'uniformità. Su questa base non sempre tranquilizzante, Savona domanda agli amici tedeschi: «Cosa vi proponete di fare oggi? Volete porre problemi o volete risolverli?». Da qui Savona parte per una critica radicale (ma preoccupata, non compiaciuta) dell'architettura europea esistente: e sottolinea i vantaggi competitivi ricavati dalla Germania a scapito di troppi altri paesi. Per queste ragioni, era ovvio che molti elettori cercassero rifugio in partiti anti sistema: le politiche dettate da Bruxelles e Francoforte hanno imposto enormi costi ai cittadini. Ue e governi nazionali non sono stati efficaci né tempestivi nell'evitare la disoccupazione e una sensibile riduzione del tenore di vita dei cittadini. Adesso è troppo comodo girare la colpa sui «populisti», spesso effettivamente inadeguati: ma se c'è la febbre, la colpa non è del termometro. Le domande e i ragionamenti pacati di Paolo Savona sono la migliore risposta a chi ripete meccanicamente: «Ci vuole più Europa». Al contrario, Savona predica due interventi: nel metodo, superare il fastidio delle élites verso la democrazia, il popolo, i cittadini; nel merito, sostituire i parametri rigidi (modello Maastricht) con nuove e più ragionevoli regole di convivenza. Ci sarà - in Italia, nelle istituzioni e nei partiti, nei media e nel palazzo - la robustezza intellettuale e il coraggio per affrontare questo tipo di discussione? Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/di-maio-e-salvini-presentano-conte-mattarella-lo-mette-sotto-ghiaccio-2570819945.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-sfasciagoverno-esultano-fitch-ci-boccia" data-post-id="2570819945" data-published-at="1765835960" data-use-pagination="False"> Gli sfasciagoverno esultano: Fitch ci boccia L'esecutivo gialloblu non è ancora nato, ma all'estero c'è già atmosfera da funerale. Domenica, il ministro dell'Economia francese, Bruno Le Maire, aveva paventato rischi per l'eurozona legati al contratto tra Lega e 5 stelle: «Se il nuovo governo non rispetterà i suoi impegni sul debito, sul deficit, ma anche sul consolidamento delle banche», spiegava Le Maire nel corso di una trasmissione televisiva, «l'intera stabilità finanziaria della zona euro sarà minacciata». Da Oltremanica è arrivata un'analisi persino più fosca: secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times, il caso italiano «indica la strada verso la fine della democrazia liberale». La crisi contemporanea delle élite europee ricorderebbe infatti la «caduta della Repubblica di Weimar», l'inferno tedesco naufragato su un'inflazione a più del 600% e una disoccupazione al 40%, che portarono Adolf Hitler al cancellierato. In Germania serpeggiano malumori tra chi teme che i populisti italiani si sottraggano alla morsa dell'austerità. Ieri, Manfred Weber, capogruppo del Partito popolare europeo al Parlamento di Strasburgo e leader della Csu, ha dichiarato che «azioni irrazionali o populiste potrebbero provocare una nuova crisi dell'euro». Secondo il cristiano-democratico bavarese, il quale ha tuttavia riconosciuto che bisogna «dare una possibilità» a leghisti e grillini (ci mancherebbe solo che i tedeschi sospendessero la democrazia in Italia, giusto per restare in tema hitleriano), il nostro Paese starebbe «giocando col fuoco». Non che i pulpiti da cui provengono le prediche siano immacolati. La Francia, ad esempio, è stata decisamente meno in linea con i trattati europei rispetto all'Italia. Nel 2008, il rapporto deficit/Pil transalpino viaggiava sopra il 7% (da noi era di poco al di sopra del 5%). Da allora, Parigi ha avviato una ristrutturazione della finanza pubblica, ma a un ritmo molto più blando a paragone del nostro Paese. Nel 2012, l'Italia è rientrata nei parametri di Maastricht e ormai da 20 anni vanta un avanzo primario che la rende persino più virtuosa della Germania. I francesi, invece, hanno riportato il rapporto deficit/Pil entro il 3% solo a marzo 2018 e i tedeschi, dal 2006, sforano costantemente il tetto del 6% nel surplus delle partite correnti. Che è poi uno dei nodi della guerra dei dazi con gli Stati Uniti, stanchi di pagare per l'imperialismo commerciale di Berlino, specialmente nel settore automobilistico. In parole povere, Francia e Germania sono i classici buoi che danno del cornuto all'asino. A proposito di America, anche l'economista premio Nobel Paul Krugman, che un tempo esortava Barack Obama a intraprendere misure keynesiane, ha puntato il dito contro il governo voluto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio: in un tweet, il premio Nobel ha sottoscritto la diagnosi del Financial Times sulla fine dell'ordine liberale, paragonando l'alleanza tra leghisti e pentastellati a Donald Trump (magari) e aggiungendo che «la gente non è abbastanza preoccupata per la situazione italiana». Nell'elenco dei detrattori di un governo che non si è neppure insediato, figura naturalmente l'agenzia di rating Fitch. Nel suo bersaglio ci sono le proposte della coalizione gialloblu, che aumenterebbero «i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia». E sebbene non si sbottoni sulle future stime di affidabilità, Fitch evoca una possibile «valutazione creditizia più debole» per l'Italia. Lo spread tra i titoli di Stato decennali italiani e tedeschi, al di là del terrorismo mediatico cui i media ci avevano già abituati in occasione della Brexit e dell'elezione di Trump, al momento si attesta a quota 180 punti base. È il record da ottobre 2017, tuttavia ben lontano dai quei 576 punti che causarono la caduta di Silvio Berlusconi nel 2011. È vero che il Quantitative easing della Bce funge da calmiere. Ma intanto la Borsa tiene. Il lieve calo di Piazza Affari registrato ieri, in effetti, dipendeva dalla distribuzione delle cedole da parte di 19 società del listino principale. L'indice Ftse Mib ha infatti chiuso in calo dell'1,52% «apparente» a 23.092 punti, mentre se si fosse calcolato depurato dell'impatto del pagamento dei dividendi sarebbe stato di fatto poco sopra la parità. Una delle poche voci fuori dal coro è arrivata da Londra. Il Guardian, quotidiano che non può essere sospettato di coltivare simpatie populiste, ha pubblicato un editoriale firmato da Larry Elliott, in cui in fondo si affermava l'ovvio: cioè che il programma del governo italiano, risolutamente anticiclico, ha senso nell'attuale situazione di stagnazione. A essere «assurde» sono le regole europee, congegnate per prolungare l'agonia e portare alla lenta morte del paziente. Si deve ammettere che l'ossessione per i pareri provenienti dall'estero è un vezzo tipicamente nostrano. Difficile che Oltreconfine si preoccupino per le eventuali esternazioni di un politico o di un opinionista straniero, come dimostra proprio l'applicazione tutt'altro che rigida di Maastricht da parte di Francia e Germania. Il confine tra ingerenze e autolesionismo, pertanto, è labile. I nostri media vanno a caccia di qualunque virgolettato possa rinvigorire il loro arcinoto repertorio: panico dei mercati, spread in risalita, conti pubblici a rischio, impegni internazionali, tenuta dell'euro, stranieri che ci deridono. A leggere i giornali, pare di essere tornati al 2011. La differenza è che gli italiani non si bevono più le frottole concepite per depauperarli. Alessandro Rico
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Se per i Maya erano oggetto di venerazione quasi religiosa, tanto era il loro riconosciuto valore non solo economico, per gli europei coltivare il cacao era troppo complesso e, in seguito, ci si «accontentò» di mangiarne le fave importate in forma di cioccolata. L’Europa iniziò a conoscere per bene la cioccolata in tazza dopo il 1517. In quell’anno il conquistatore spagnolo Hernàn Cortés era sbarcato anch’egli sull’attuale Messico e l’imperatore azteco Montezuma II gli aveva fatto conoscere la «chocolatl», il trito di fave di cacao e mais cotto con acqua e miele che l’imperatore beveva come afrodisiaco. Quando Cortés, morto Montezuma II e conquistato l’impero azteco, divenne governatore, esportò stabilmente la cioccolata presso la corte spagnola di Carlo V. Da lì, la squisita bevanda divenne in breve tempo una specie di ambrosia dei nobili poiché consumarla voleva dire acquisire un vero e proprio status symbol: solo il nobile poteva bere l’esotica e buonissima cioccolata quando voleva. Pensate che Carlo V la mandava come regalo di nozze quando un familiare sposava un nobile di altra nazione e, addirittura, questo farne dono fu il primo modo di diffusione della cioccolata nel resto d’Europa. Inoltre, un po’ come un vero chef, Carlo V non dava la sua ricetta e perciò si svilupparono diverse varianti. E perfino diversi luoghi dedicati dove trovarla per berla, quando era diventata accessibile anche ai borghesi. A Londra, nel 1657 nacque la prima Chocolate house, sulla scia delle Coffee house, e poi in tutta la Gran Bretagna si diffusero tante altre chocolate house, oggi in Italia le chiameremmo cioccolaterie, luoghi nei quali bere la cioccolata e intrattenersi. Dai Maya a noi la cioccolata calda ha fatto tanta strada in ogni senso. Un po’ come la pizza o la pasta, la cioccolata calda è diventata un’icona pop che più passa il tempo più espande la sua costellazione di innovazioni che insieme la confermano e la mutano.
La cioccolateria contemporanea ci ha dato innanzitutto la cioccolata calda fatta con cioccolato diverso da quello al latte o fondente: c’è la cioccolata calda bianca fatta con cioccolato bianco, che a sua volta può essere aromatizzata e quindi possiamo trovare anche la cioccolata calda di colore verde e al sapore di pistacchio, per esempio. E c’è la cioccolata calda rosa realizzata col cioccolato ruby, un cioccolato fatto con fave di cacao provenienti da Ecuador, Costa d’Avorio e Brasile che contengono naturalmente pigmenti rosa. La cioccolata si può preparare sia con il cioccolato tritato, in questo casa potrà essere al latte, fondente, bianca oppure ruby, sia con il cacao. Al di là del tipo di materia prima usata, la cioccolata calda si può poi ormai declinare in mille modi, non solo nel laboratorio della propria cucina, dove basta aggiungere una spolverizzata di cacao oppure di cannella in cima, sia che ci sia panna, sia che non ci sia. O di peperoncino oppure, perché no?, di pepe. I cafè nei quali si beve cioccolata calda hanno i propri mix oppure offrono il menu completo dei mix pensati da produttori artigianali o industriali di preparati per cioccolate in busta. Il marchio apripista in questa direzione fu Eraclea, fondato a Milano circa 50 anni fa e passato dal 2010 al gruppo Lavazza. Quel preparato in busta che decenni or sono era pioneristico oggi è diventato un genere di prodotti e molti fanno il proprio, dalla storica pasticceria Marchesi di Milano al pasticcere torinese Guido Gobino passando per Antonino Cannavacciuolo e le sue choco bomb, versione solida e sferica del preparato, e il Ciobar, l’offerta per preparare una squisita cioccolata in tazza a casa seguendo semplicemente le istruzioni sulla confezione degli ingredienti predosati è vastissima e spazia fin dove si può spaziare. Cioccolata con tocco crunchy? Basta aggiungere granella di nocciole, di pistacchi, perfino bacche di Goji. Cioccolata salata (parzialmente)? Nessun problema, c’è la cioccolata con caramello salato. Cioccolata vegana (recentemente anche la gelateria Grom, artefice di una cioccolata in tazza super cremosa, ha modificato la ricetta per renderla vegana)? Ancora nessun impedimento, basta sostituire il latte con bevanda vegetale. La più sorprendente è sicuramente quella che sembra la negazione della cioccolata calda: la cioccolata fredda. In realtà, si tratta di una versione che destagionalizza la cioccolata calda, disponibile in concomitanza con l’arrivo del freddo per tutta la stagione autunnale e invernale, fino alla primavera. La cioccolata fredda si oppone a questa stagionalità e rendendola estiva attua l’estensione della cioccolata calda a tutto l’anno, naturalmente però raffreddandola. Si prepara con gli stessi ingredienti, ma poi si fa freddare in frigo e si gusta quando fa caldo per rinfrescarsi, non quando fa freddo per riscaldarsi. A proposito di riscaldarsi, sapevate che in montagna è prassi bere una cioccolata calda per contrastare il clima chiaramente molto freddo e riprendere energia dopo una giornata di sci alpino? Deriva da questo l’idea che l’ora della cioccolata calda sia le 16:30, in (giocosa) differenziazione rispetto alle 17, l’ora del tè.
La cioccolata calda è considerata un comfort food e insieme un peccato di gola. Conosciamone meglio le caratteristiche e come trarne il massimo beneficio per la nostra salute ed il nostro benessere.
In 100 ml di cioccolata calda preparata con cioccolato, latte intero, zucchero, un po’ di addensante (qualunque farina oppure amido o fecola) troviamo circa 90 calorie, per il 60% derivanti da carboidrati, per il 25% da grassi e per il 15% da proteine. Fate attenzione perché spesso le tazze sono da 200 ml, quindi considerate 180 calorie. Inoltre, più la cioccolata è densa, più è calorica. Per diminuire i carboidrati si può eliminare lo zucchero, per diminuire un po’ di proteine e di grassi si può usare l’acqua al posto del latte, per diminuire tutto, grassi, proteine e carboidrati, si può usare il cacao magro al posto della cioccolata. Un cucchiaio raso di panna montata aggiunge circa 20 calorie. Durante la stagione fredda, caratterizzata anche dalla diminuzione delle ore di luce, la cioccolata calda è sicuramente un momento di piacere gastronomico, ma anche una spinta energetica per il nostro organismo e per il nostro umore. I flavonoidi hanno effetto antiossidante che aiuta anche la salute del sistema cardiocircolatorio. Grazie a triptofano, feniletilamina e teobromina di cacao o cioccolato, che stimolano la produzione di neurotrasmettitori come la serotonina (il cosiddetto ormone della felicità) e le endorfine (che riducono dolore e stress), una cioccolata in tazza solleva il nostro umore, funge da antistress e ci dona serenità anche nei giorni no. Migliorano anche la memoria e la concentrazione e aumenta un pochino il livello di alcuni sali minerali (potassio, rame, magnesio e ferro). Inoltre, abbiamo sollievo se abbiamo la gola secca e ci scaldiamo: la bevanda, infatti, scalda la bocca, la trachea, lo stomaco e quindi il nucleo centrale del nostro organismo, la parte interna costituita dal busto, che protegge gli organi e che in inverno va protetta dal freddo per mantenere la sua temperatura ottimale di circa 37 gradi centigradi. Inoltre, la cioccolata calda ci dà l’energia che serve al nostro organismo per attuare le sue pratiche anti freddo. Funziona così: il nostro guscio periferico (capo, arti, pelle, muscoli, grasso) cerca di minimizzare la dispersione termica dovuta al fatto che la temperatura esterna è molto bassa tramite la vasocostrizione che diminuisce il flusso sanguigno. Il calore che serve a mantenere il nostro nucleo centrale a 37 gradi (pena malanni o malesseri anche letali se la temperatura scende di troppo) viene prodotto nel nucleo centrale attraverso il metabolismo, che trasforma il cibo in kilocalorie e si trasferisce verso il guscio. Quando fa freddo, il corpo riduce questo trasferimento per conservare il calore centrale, a scapito della temperatura periferica. Tutto questo è un lavoro continuo del nostro organismo, di cui non ci accorgiamo e che richiede molte kilocalorie. Le pratiche che il nostro organismo mette in atto per riscaldarci in inverno ci richiedono e ci fanno consumare molte più calorie di quelle che esso mette in atto per disperdere il calore in estate, perciò mangiamo di più in inverno, perché consumiamo più kilocalorie per mantenere la nostra temperatura interna a circa 37 gradi di quante ne consumiamo in estate per non farla aumentare troppo oltre i 37 gradi. Non bisogna certamente esagerare nel bere cioccolata calda, soprattutto pensando ai grassi (per riscaldarsi va bene anche un tè caldo senza zucchero), ma concedersi una cioccolata di tanto in tanto non può che fare bene. Ultimi consigli. Se avete mal di gola o in generale siete raffreddati, aggiungete in cima alla vostra cioccolata calda polvere di peperoncino, di cannella, di curry, di curcuma. Se avete problemi digestivi, polvere di té verde, di té matcha o di semi di finocchio.
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Maurizio e Alessandro Marinella (Ansa)
Alessandro, avete appena ricevuto una lettera dalla Casa Bianca, firmata Donald Trump. Ci racconta com’è andata?
«Entra in negozio un uomo. Non si presenta, ma ci chiede due cravatte da regalare a una persona “molto importante”».
Italiano?
«No, americano. Noi ci incuriosiamo e proviamo a fargli qualche domanda. Viene fuori che queste cravatte sarebbero finite al presidente Trump, con cui questa persona diceva di avere una “estrema vicinanza”».
Da Napoli a Washington.
«Mio padre ha voluto che fossero un omaggio. Qualche settimana dopo, ci è arrivata la lettera datata 17 novembre, con cui il presidente ci ringraziava. Anche per la nostra vicinanza negli anni».
Negli anni?
«È la terza lettera di Trump che riceviamo».
E le altre due?
«La prima volta fu negli anni Ottanta: c’era mio nonno e mio padre aveva una trentina d’anni. Offrì loro di aprire gratuitamente un negozio a New York, nella Trump Tower».
E i suoi cosa risposero?
«Fino a vent’anni fa, la nostra azienda era un negozio di 20 metri quadri. Mio nonno e mio padre si posero il problema: come gestiamo le sarte, il controllo qualità, la produzione, la vendita? Mio nonno non sapeva nemmeno parlare l’inglese. Per cui, lo ringraziarono e declinarono l’offerta».
Col senno di poi…
«Eh, vabbè. Ci sta».
E la seconda lettera?
«Verso la fine del secondo mandato presidenziale, fummo noi a mandare un presente a Trump. E lui ci ringraziò».
Prima o poi, queste cravatte gliele vedremo addosso. Ce le descrive, così magari le riconosciamo?
«Mi è sembrato che le abbia già indossate. Una è sul violetto, l’altra è azzurra-bluette».
Si parla di Trump e allora le chiedo: i dazi vi spaventano?
«No. Abbiamo una decina di negozi tra L’Italia, Londra e Tokyo, ma la nostra distribuzione in America è minima».
Gli americani devono sviluppare ancora il buon gusto?
«Siamo stati soprattutto noi a non spingere. È solo da poco che ci stiamo strutturando come vera e propria azienda».
Trump non è l’unico presidente che avete servito.
«Li abbiamo serviti tutti da Kennedy in poi. Oltre ai reali inglesi, al re di Spagna…».
E ai politici italiani.
«I presidenti della Repubblica».
È vero che Silvio Berlusconi vi piazzava degli ordini monstre?
«Ci chiedeva forniture incredibili, che noi puntualmente non riuscivamo a soddisfare».
Di che cifre parliamo?
«Partiva da 9.000 cravatte, poi iniziavamo a contrattare. Mio padre provava con 2.000, sapendo che, per produrle, le sarte avrebbero dovuto lavorare pure di notte. Alla fine, si chiudeva a 4, 5, 6.000».
Erano regali, ovviamente.
«Un migliaio di regali: cofanetti da sei cravatte».
Dei Vip che ha conosciuto, quale le è rimasto più simpatico?
«Re Carlo. Mi sono fermato a parlarci, abbiamo discusso del drink che stavamo bevendo».
È uno alla mano?
«Super».
Lei ha portato Marinella sui social e anche l’e-commerce è una sua invenzione.
«Ma tutto questo è solo la punta dell’iceberg di un lavoro più ampio. Quando ho iniziato, l’azienda era una bottega. Non avevamo nemmeno i dati delle vendite, non esisteva un organigramma. Ho cominciato a metterci mano, avviando un processo di aziendalizzazione».
Ha dovuto studiarci su?
«Università a Napoli e due master. La preparazione serve, però non occorre studiare economia per sapere che, per ordinare il quantitativo giusto di tessuto, devi prima sapere quanto ne vendi».
Fa il modesto?
«Io sono la quarta generazione della bottega, ma la seconda dell’azienda. Conosce il detto?».
Quale detto?
«La prima generazione crea, la seconda consolida, la terza distrugge. Sto cercando di consolidare».
L’e-commerce ha funzionato?
«Più 25% di fatturato; e intanto è aumentato anche quello dei negozi. Quando sono entrato in azienda, fatturavamo circa 12 milioni; adesso, chiudiamo a 20».
Come se lo spiega?
«Tanta gente, prima, mi diceva: conosco la vostra azienda, ho nell’armadio un sacco di cravatte del nonno… Ecco: intanto, abbiamo smesso di essere solo quelli della “cravatta del nonno”. Già nel 1914, d’altronde, eravamo nati come importatori di vari prodotti inglesi. La cravatta s’impose durante la Seconda guerra mondiale, quando il rapporto con il Regno Unito si interruppe e noi iniziammo a lavorare quei tessuti. Adesso abbiamo diversificato. Non vendendo solo cravatte, abbiamo un’utenza anche più giovane. E non più soltanto maschile. Poi, abbiamo introdotto nuove gamme di materiali sostenibili: abbiamo creato una serie di accessori in Lyocell, estratto dalla buccia delle arance insieme alla corteccia degli alberi».
Le cravatte si vendono ancora?
«Se ne vendono di più. La cravatta sta tornando di moda. Nelle grandi sfilate, la indossano pure le modelle».
Come mai questa rinascita?
«Un tempo, la si indossava prevalentemente per obbligo. Io, giovane, assunto in una Big four, ero costretto a mettere giacca e cravatta. Ma siccome la portavo tutti i giorni, ne acquistavo tante a poco prezzo nella grande distribuzione».
E ora?
«Dopo il Covid, tanta gente ha smesso di andare regolarmente in ufficio. Portare la cravatta, quindi, non è una costrizione: chi la compra è felice di indossarla. Ne cerca una di qualità, indossata dai presidenti americani, prodotta da chi se ne occupa da oltre un secolo».
E Marinella è un’icona.
«Nel 2017 ci fu una mostra al MoMa di New York. Esponevano i 111 oggetti più rappresentativi del secolo. C’era lo skateboard; c’era la minigonna; c’erano i tacchi a spillo di Louboutin; c’era la maglietta Supreme; c’era lo Chanel numero 5; e c’era la cravatta di Marinella».
Sui social, spopolano gli influencer di eleganza maschile. È in atto una riscoperta del classico?
«Assolutamente sì. È un po’ come nell’alimentare: quando uscirono le farine raffinatissime, la gente voleva solo quelle; oggi cerchiamo l’integrale, i grani antichi… Stesso fenomeno avviene nell’abbigliamento. È il ritorno a prodotto che abbia una storia, a un artigiano che realizzi giacca, camicia, pantalone, cravatta, personalizzando lo stile, le misure. Inserendo le iniziali...».
Ha partecipato a un video satirico della pagina Instagram «Napoli centrale», che inscenava una tenzone tra napoletani del Vomero e napoletani di Posillipo. Il vostro brand è diventato più pop?
«L’obiettivo era di sdrammatizzare un po’ la nostra nomea aziendale. Molti pensano che Marinella sia solo classicità e immaginano me e mio padre come due persone col bicchiere di vino davanti al camino, col maggiordomo e l’alano».
Non è per niente snob?
«Sono un normalissimo ragazzo di 30 anni, nato e cresciuto a contatto con tutte le persone di Napoli, di tutte le estrazioni sociali. La gente spesso si stupisce che io sia alla mano. E ci rimango male, perché sono sempre stato uno del popolo. E a questa città devo tanto».
Aveva un’attività già avviata, quindi nel suo caso, forse, il percorso è stato più facile. Però pensa che per il Sud ci sia speranza?
«C’è speranza per il Sud in generale. E vedo che Napoli, in particolare, sta crescendo. Due scudetti, aprono grandi catene alberghiere a cinque stelle - a breve arriverà Rocco Forte. Girano film internazionali. Ci sono aziende che si trasferiscono qui e qui investono. Ci sarà l’America’s cup di vela nel 2027. La vera sfida è mantenere tutto ciò che di buono sta arrivando».
Si rivolga ai suoi coetanei: qualche consiglio di stile?
«Innanzitutto, non focalizzarsi troppo sulle regole. Ciò che ha allontanato i giovani dal classico è stata la paura di sbagliare qualcosa, nel momento in cui si indossavano abiti formali. Bisogna stare molto più sereni. Io stesso infrango l’etichetta».
In cosa?
«C’è una regola secondo cui il colletto della camicia dovrebbe aderire perfettamente al bavero della giacca. A me, invece, piace portare colletti un po’ più piccoli. E me ne frego».
Come Gianni Agnelli, che metteva l’orologio sopra al polsino.
«Lo spirito è quello. Secondo consiglio: suggerirei di evitare il fast fashion. A me è successo di ingolosirmi, ad esempio, di una scarpa un po’ più estrosa del solito, per la quale non mi andava di spendere tanti soldi e di prenderla in quei negozi. Risultato: dopo una decina di volte che la indossavo, si distruggeva. Idem per la camicia: mi va stretta, faccio un movimento e si strappa, oppure scolorisce dopo vari lavaggi».
La fibra naturale non è più salutare per l’ambiente?
«Certo. Si riducono gli sprechi. Dura di più. E quando la sarta mi confeziona una camicia, mi fornisce pure i ricambi per le parti, tipo i polsini, che potrebbero consumarsi».
Ultima dritta?
«Beh, spesso mi chiedono come abbinare i colori e le fantasie delle cravatte agli abiti. È chiaro che, se si indossano una camicia a righe e una giacca pied-de-poule, o a quadri, o principe di Galles, magari si eviterà una cravatta a pois. Giusto per non creare confusione. Però non c’è una regola fissa. La vera regola è sentirsi a proprio agio, sicuri di sé. Uscire di casa e pensare: oggi sono proprio un figo».
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Piuttosto, è il tentativo di capire cosa si celi oltre quelle bellezze, sotto ciò che lo sguardo abbraccia, dentro la terra che oggi andrebbe scavata. Roma dovrebbe avere una linea metropolitana più efficiente. Più fermate, collegamenti migliori. Ma il condizionale è obbligatorio, figlio della necessità di appurare che non ci siano reperti a separare il dire dal fare. Il documentario, accompagnato dalla voce narrante di Domenico Strati e scritto con la consulenza storico-archeologica della dottoressa Claudia Devoto, non pretende di avere risposte, ma cerca di portare a galle le criticità del progetto. Chiedendo e chiedendosi che ne possa essere di Roma, se possa un giorno arrivare ad essere una metropoli contemporanea, il passato relegato al proprio posto, o se, invece, la sua storia sia destinata ad essere troppo ingombrante, impedendole la crescita infrastrutturale che vorrebbe avere.
Roma Sotterranea, disponibile per lo streaming su NowTv, racconta come ingegneri e archeologi abbiano lavorato in sinergia per realizzare un piano atto a portare all'inaugurazione delle nuove fermate della Linea C di Roma, quelle che (da progetto) dovrebbero collegare la periferia sudorientale a quella occidentale della città. E, nel raccontare questo lavoro, racconta parimenti come il gruppo di ingegneri e archeologi abbia cercato di prevedere e accogliere ogni imprevisto, così da accompagnare la città nel suo sviluppo. Questo perché i sondaggi di archeologia preventiva non sempre rivelano quanto poi potrà emergere durante lavori di scavo così imponenti. In Piazza Venezia, inaspettatamente, è tornata alla luce l’imponente struttura degli Auditoria adrianei, un complesso pubblico su due livelli costruito durante l’impero di Adriano (117-138 d.C.). Era destinato alla divulgazione culturale, alla pubblica lettura di opere letterarie e in prosa, all’insegnamento della retorica, e all’attività giudiziaria e la sua scoperta, la cui importanza storica è stata definita straordinaria, ha portato allo spostamento di uno degli accessi alla stazione presente nella piazza.
Diverso è stato il rinvenimento, inatteso, fatto scavando nei dintorni della nuova stazione di Porta Metronia: a nove metri di profondità, è stata scoperta una caserma del II d.C., 1700 metri quadri di superficie con mosaici e affreschi distribuiti in 30 alloggi per una compagnia di soldati che alloggiavano in ambienti di 4 mq e la domus del comandante, dotata di atrio e fontana. Le strutture sono state rimosse per costruire la stazione, dopo la scansione 3D di ogni singolo muro. A seguito della collocazione in magazzino, del restauro e della catalogazione dei reperti, le murature e i pavimenti sono tornati alla loro originaria collocazione, facendo della stazione uno straordinario sito archeologico.
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Secondo un’analisi della Fondazione Eni Enrico Mattei, la decarbonizzazione dell’auto europea stenta: le vendite elettriche sono ferme al 14%, le batterie e le infrastrutture sono arretrate. E mentre Germania e Italia spingono per una maggiore flessibilità, la Commissione europea valuta la revisione normativa.
La decarbonizzazione dell’automobile europea si trova a un bivio. Lo evidenzia un’analisi della Fondazione Eni Enrico Mattei, in un articolo dal titolo Revisione o avvitamento per la decarbonizzazione dell’automobile, che mette in luce le difficoltà del cosiddetto «pacchetto automotive» della Commissione europea e la possibile revisione anticipata del Regolamento Ue 2023/851, che prevede lo stop alle immatricolazioni di auto a combustione interna dal 2035.
Originariamente prevista per il 2026, la revisione del bando è stata anticipata dalle pressioni dell’industria, dal rallentamento del mercato delle auto elettriche e dai mutati equilibri politici in Europa. Germania e Italia, insieme ad altri Stati membri con una forte industria automobilistica, chiedono maggiore flessibilità per conciliare gli obiettivi ambientali con la realtà produttiva.
Il quadro che emerge è complesso. La domanda di veicoli elettrici cresce più lentamente del previsto, la produzione europea di batterie fatica a decollare, le infrastrutture di ricarica restano insufficienti e la concorrenza dei produttori extra-Ue, in particolare cinesi, si fa sempre più pressante. Nel frattempo, il parco auto europeo continua a invecchiare e la riduzione delle emissioni di CO₂ procede a ritmi inferiori alle aspettative.
I dati confermano il divario tra ambizioni e realtà. Nel 2024, meno del 14% delle nuove immatricolazioni nell’Ue a 27 è stata elettrica, mentre il mercato resta dominato dai motori tradizionali. L’utilizzo dell’energia elettrica nel settore dei trasporti stradali, pur in crescita, resta inferiore all’1%, rendendo molto sfidante l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050.
Secondo la Fondazione Eni Enrico Mattei, non è possibile ignorare l’andamento del mercato e le preferenze dei consumatori. Per ridurre le emissioni occorre che le nuove auto elettriche sostituiscano quelle endotermiche già in circolazione, cosa che al momento non sta avvenendo in Italia, seconda solo alla Germania per numero di veicoli.
«Ai 224 milioni di autovetture circolanti nel 2015 nell’Ue, negli ultimi nove anni se ne sono aggiunti oltre 29 milioni con motore a scoppio e poco più di 6 milioni elettriche. Valori che pongono interrogativi sulla strategia della sostituzione del parco circolante e sull’eventuale ruolo di biocarburanti e altre soluzioni», sottolinea Antonio Sileo, Programme Director del Programma Sustainable Mobility della Fondazione. «È necessario un confronto per valutare l’efficacia delle politiche europee e capire se l’Unione punti a una revisione pragmatica della strategia o a un ulteriore avvitamento normativo», conclude Sileo.
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