Il regista Stefano Reali: «Sport, thriller, melò: in tv ho fatto tutto»
A sinistra, il regista Stefano Reali. A destra, il suo libro «Shakespeare Aenigma»

Stefano Reali, apprezzato regista di serie tv di grande successo popolare come Ultimo, Caruso, la voce dell’amore, Storia di una famiglia perbene, ha appena portato in scena a Roma, nell’Arena del Teatro Tor Bella Monaca, il suo nuovo spettacolo, Shakespeare Aenigma. Un’occasione per parlare delle sue grandi passioni.

Come nasce lo spettacolo e l’interesse per il commediografo inglese?

«Avevo già fatto uno spettacolo, andato in scena al Globe Theatre di Gigi Proietti nel 2019, sulla questione della paternità delle opere firmate da Shakespeare. Mi ero documentato moltissimo e decisi di scriverci un romanzo storico. Il libro Shakespeare Aenigma è piaciuto, nelle presentazioni vedevo che il pubblico si divertiva in modo inaspettato, e così ne ho fatto un adattamento per il teatro».

Ci sono già altre date in programma?

«Non al momento. Ho delle richieste, ma sto lavorando sul sequel del libro e su un altro spettacolo».

L’Odissea di Nolan ha riportato all’attenzione del pubblico la figura reale o leggendaria di Omero. C’è un’affinità tra i misteri attorno a Shakespeare e Omero?

«Secondo me, no. Ciò che viene attribuito ad Omero è probabilmente il composite di una serie di saghe e racconti orali tramandati per secoli. Di Omero non si sa praticamente nulla. Viceversa, di Shakespeare sappiamo moltissimo, per i documenti che ci sono pervenuti. Il problema è che quegli stessi documenti dimostrano che il Bardo era un imprenditore e non un poeta e drammaturgo».

Un altro commediografo inglese ha avuto un grande rilievo nella sua vita, Alan Ayckbourn.

«Un colpo di fortuna! Ayckbourn vide per caso una mia commedia, dal titolo L’operazione, in scena a Roma, in un teatrino, all’inizio degli anni Novanta, decise di tradurla e metterla in scena nel suo teatro in Inghilterra. In quel momento era già considerato, nella commedia brillante, come il più grande autore inglese vivente. Quando gli chiesi perché prendeva una commedia di cui non aveva capito una parola, mi rispose che gli era bastato contare le risate durante la rappresentazione. Lo apprezzai come uno dei più bei complimenti che potessi ricevere. Per gli autori inglesi, sommamente pragmatici, il più importante metro per giudicare l’appeal commerciale di una commedia è la quantità di risate del pubblico. Se ce ne sono molte, vuol dire che la commedia è buona».

Teatro, cinema, televisione, musica, adesso la narrativa: lei è un autore versatile, con una formazione parallela tra il Conservatorio e il Centro sperimentale di cinematografia. Come sono nate queste passioni?

«La musica ha sempre fatto parte della mia vita. Il cinema e il teatro li ho scoperti più tardi, grazie alle lezioni di recitazione che Gigi Proietti faceva nel suo laboratorio di Arti sceniche. Avevo vent’anni, fu un colpo di fulmine. Mi presero al Cento sperimentale e da quel momento cercai ogni modo possibile per sbarcare il lunario, scrivendo e dirigendo spettacoli, ma non mollai mai del tutto la musica, sia come arrangiatore che come pianista».

Come lavora sulle musiche?

«Ho avuto la fortuna di fare cinque serie tv con le musiche di Ennio Morricone ed è stato prodigo di consigli utilissimi, li ritengo tra i migliori regali in assoluto che abbia mai avuto dalla mia vita. Con Ennio diventammo amici, facemmo conferenze insieme, si divertiva a dialogare con un regista che conosceva anche tecnicamente la musica. Fu lui a spingermi a comporre per i miei film. Ho scritto diciannove colonne sonore, fino ad ora, anche per film di altri registi».

Vorrei ripercorrere alcuni momenti fondamentali della sua carriera, a cominciare dall’esperienza con Proietti.

«Gigi è stato un grande mentore per me, forse il più importante di tutti. All’inizio mi guardava con diffidenza, poi si addolcì, viste anche le comuni passioni per il jazz, la Roma e le canzoni romane. Gli sono rimasto vicino fino alla sua prematura fine».

Ha fatto l’assistente alla regia di Sergio Leone in C’era una volta in America.

«Non gli ero particolarmente simpatico, ma sul suo set ho imparato molto su cosa significhi una messa in scena per immagini. Leone era un genio assoluto della narrazione visuale e il suo gusto per la composizione dell’inquadratura era senza pari, secondo me».

Da giovanissimo ha avuto la nomination all’Oscar per il cortometraggio Exit codiretto da Pino Quartullo.

«Fu un corto estremamente fortunato. Prima di ottenere la nomination, vinse una ventina di premi in altrettanti festival, anche internazionali. Io e Quartullo eravamo capitati dentro una specie di legge di Murphy al contrario: tutto ciò che poteva accadere di bello accadde. Forte di quel consenso, ebbi la possibilità di fare un film d’esordio molto particolare, un film d’avventura per tutta la famiglia, ma al tempo stesso un esperimento metacinematografico e allusivo. Qui accadde esattamente il contrario: con Laggiù nella giungla tutto andò storto. Il film fu letteralmente detestato. A quel punto mi dedicai alla televisione, anche perché mi piacevano i film di genere e in quel momento, alla fine degli anni Ottanta, il cinema italiano era molto schizzinoso nei confronti dei generi, che invece in televisione erano consentiti».

In tv ha attraversato vari generi…

«Sì, ho cercato di cimentarmi in quelli più diversi: ho fatto una miniserie sullo sport, una sulla mafia, un thriller spionistico, un aspirational drama al femminile, un melò truce, un court room drama, un paio di drammi carcerari… A parte i sequel di Le ali della vita e di Storia di una famiglia perbene, credo di avere sempre cambiato genere, in ogni miniserie. Per quanto riguarda i cast, sono stato molto fortunato. Raoul Bova aveva vent’anni, quando debuttò con me in Una storia italiana. In televisione è fondamentale avere dei testimonial di chiamata. Raoul non lo era ancora, ma lo diventò grazie a quella miniserie».

Lo scandalo della Banca Romana è una storia che ricorre spesso nelle cronache, uno snodo fondamentale nelle vicende italiane. Com’è nata questa miniserie?

«Mi fu offerta dalla Rai una sceneggiatura scritta dal compianto Andrea Purgatori e da Laura Ippoliti, ma per come era scritto il film costava troppo. Per renderlo producibile, lo riscrissi da capo, suscitando le ire di Purgatori e Ippoliti. Dopo un po’ di braccio di ferro, abbiamo trovato una “quadra”, la miniserie andò molto bene, ebbe le prime pagine di alcuni quotidiani, da una parte e dall’altra, e vinse diversi premi anche internazionali».

Dopo Verso Nord non ha più lavorato per il cinema. Ha sofferto il passaggio alle serie televisive?

«Verso Nord è stato il mio ultimo lavoro per le sale e credo sia il miglior film che abbia mai fatto. Purtroppo è rimasto coinvolto nel fallimento in contemporanea dei due coproduttori e questo ne ha impedito l’uscita in sala in Italia. All’estero, negli Usa, è uscito in home video. Non ho rimpianti particolari per essermi dedicato alla televisione. Mi ha permesso di fare ciò che amo».

La sua è stata la prima generazione che, a partire dagli anni Ottanta, si è trovata a convivere tra cinema e televisione. Fino agli anni Settanta c’era una specializzazione dei registi degli sceneggiati televisivi, salvo poche eccezioni.

«Ai miei tempi di studente del Centro sperimentale siamo stati, credo, tra i primi a poter guardare alla serialità televisiva come qualcosa a cui dedicarci senza troppi sensi di inferiorità, rispetto al cinema, ma venivamo comunque guardati dall’alto in basso. Io ho cercato di lavorare in televisione per coltivare la mia passione per i generi. Ero contento di ciò che facevo in tv perché mi davano molta libertà di movimento, nella sceneggiatura, nel casting, nelle musiche… Il fatto che negli anni molte di quelle miniserie siano state ripetutamente ritrasmesse, anche in prima serata, mi ha dato una soddisfazione enorme».

Un’altra parte fondamentale della sua attività è l’insegnamento. Qual è il suo metodo e gli obiettivi che si pone?

«L’insegnamento è senz’altro una parte importante di questi ultimi vent’anni della mia vita. Ho insegnato all’università La Sapienza, alla Luiss, al Centro sperimentale, in accademie private, e soprattutto ho fatto parte del gruppo di insegnanti del corso Rai-Script per dodici anni. Molti allievi di quei corsi oggi sono affermati sceneggiatori e registi e alcuni hanno vinto il David di Donatello, ma il loro successo non è la cosa che mi gratifica di più. Per insegnare devi studiare: è questo che dà gioia. Non puoi mai cullarti sugli eventuali allori e devi vedere tutto o quasi quello che viene prodotto, e devi essere in grado anche di analizzarlo, di fronte a platee di studenti competenti e agguerriti. Questo è impagabile. C’è un altro aspetto che mi preme sottolineare. Su Internet e su YouTube si trovano tonnellate di tutorial dove chiunque può trovare tante informazioni su sceneggiatura o regia. Il problema è che molti di quei tutorial sono fatti da persone che non vivono del lavoro che insegnano. Vivono magari di insegnamento. Forse perché chi riesce a sopravvivere facendo il regista e lo sceneggiatore molto spesso non ha tempo per insegnare. Ma quando riesce a trovarlo, la differenza per i suoi allievi è abissale».

Quale in particolare?

«L’insegnamento che ti può dare qualcuno che ha subìto sulla propria pelle tutte le rasoiate conseguenti alla messa in onda dei suoi film ti dà qualcosa che nessun tutorial ti darà mai. Un’esperienza personale, umana, diretta ti può insegnare veramente tanto, soprattutto quella che viene dagli insuccessi. Viceversa, dai successi non si impara quasi nulla. Ma questa è solo una mia opinione».

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