Mirko Frezza: «Come ex galeotto potevo fare solo il macellaio. O entrare in politica»
Un film sul golf come metafora di vita. Il tempo è ancora nostro segna l’esordio alla regia dell’attore Maurizio Matteo Merli, figlio di uno dei grandi protagonisti del poliziesco all’italiana anni Settanta, il commissario per eccellenza Maurizio Merli. A interpretarlo Mirko Frezza, che sembra anche lui uscito dalle atmosfere di quel cinema.
Ne Il tempo è ancora nostro interpreta un personaggio che sembra costruito a sua misura.
«Il personaggio, Stefano, non dico che mi rappresenta in pieno, però rappresenta il mondo da dove vengo. Maurizio mi parlava di questo film mentre lo scriveva, perciò credo che avesse già in mente me per quel ruolo».
Lei non mai avuto la passione del golf?
«Manco lontanamente. È stata una bella scoperta per me il golf, anche perché le 18 buche del film sono un percorso di vita. Il confronto del personaggio con il padre, interpretato da Andrea Roncato, mi rispecchia molto e mi ha lasciato dei punti di riflessione».
Con Il tempo è ancora nostro si trova proiettato nel mondo altolocato del golf.
«Penso che questo film abbia contribuito a sfatare il mito del golf come sport inaccessibile. Siamo stati quattro settimane a girare al Golf Club Terre dei Consoli e, ti dico la verità, segnarsi e comprare una sacca non è così più costoso di iscriversi in una palestra importante. Ho conosciuto lì persone di tutti gli strati sociali».
Dal mondo del golf proviene Ascanio Pacelli, coprotagonista del film.
«Durante le riprese Ascanio è migliorato molto. Quando ci siamo trasferiti nel campo da golf, in un ambiente che conosceva bene, si è sentito molto più sicuro. Ascanio è la persona più disciplinata del mondo ed è molto rispettoso e affabile».
Anche lei si messo a giocare a golf?
«Ci ho provato, tanto è vero che c’è un aneddoto carino. Nel film mi arrabbio con un giocatore, prendo la mazza, anzi il ferro, perché se lo chiama mazza si arrabbiano, per colpire la pallina e mandarla vicino alla buca. Mi hanno detto: “Provaci quando siamo in scena”, perché di solito un principiante la prima volta la pija, poi non la pija più, ovviamente».
Il colpo di fortuna del principiante.
«Ho detto da sborone: “Ma che state a di’?!”. Ho preso e non so dove ho mandato la palla. Tutti: “Bravo, bravo”. Poi quando siamo andati a fare la scena, non l’ho più presa. Ho colpito per terra, sono andato a vuoto, mi sono strappato! Il golf sembra una baggianata, ma c’è una tecnica, se no ti fai male. Non è il mio sport, io vengo dalla pallanuoto».
Come Nanni Moretti!
«Ho giocato per 12 anni a pallanuoto, sul Lungotevere, perché andavo a scuola al Convitto Nazionale».
Che c’entrava con il Convitto Nazionale?
«Io vengo da una scuola perbene! Ero convittore, dormivo là dentro. Ho frequentato dalla prima elementare fino alla seconda media. Mia madre mi voleva dare un’istruzione diversa di quella che si poteva avere in periferia. Io, invece, da bambino l’ho vissuta come un abbandono».
Perché è andato via in seconda media?
«Non ho finito le medie perché nel 1985 ci fu una lite: un professore diede uno schiaffo al figlio di un principe, con il quale eravamo come fratelli, per otto anni avevamo dormito vicino. Io reagii dando una sediata al professore e fummo espulsi sia io che il professore. Io ero già grosso e prendevo le difese di tutti».
Sembra l’incipit di un film dei fratelli Vanzina.
«C’era gente che veniva con l’autista, mio padre faceva il macellaro! Stavo proprio in un altro mondo, immagina Cristian De Sica quando fa finta di essere ricco, viene invitato sulla barca e arriva col calzino bucato».
Uno degli episodi di Fratelli d’Italia. Si sentiva così?
«Beh, io ero così. Durante le vacanze tornavo alla Rustica e vedevo una realtà diversa: lì si menavano, fumavano, giocavano a pallone, si scrategnavano tutti».
Dove si trovava meglio?
«Sicuramente in periferia, è più adatta a me. In periferia c’è tanta umanità: l’80% è gente che si spacca dalla mattina alla sera per sopravvivere alla giornata, non per risolvere la vita loro, perché le istituzioni sono assenti, in periferia se fanno vedere solo quando ci sono le elezioni. Questa è la realtà».
Come ne La banda del gobbo con Tomas Milian, per ricominciare è andato a lavorare al mattatoio…
«Mia moglie è rimasta incinta del terzo figlio quando avevo 42 anni e mi ha detto: “O cambi vita o io non porto avanti la gravidanza”. Avevo già due figlie. Le ho detto: “E che devo fa’ per cambià vita?”. “Devi lavora’!”. L’unico lavoro che potevano dare a un pluripregiudicato era il mattatoio. L’alternativa era la politica perché chi ha precedenti o fa il ministro o va a lavorare al mattatoio, no?».
Non è finito lì sulle orme di suo padre?
«Ci ho pensato quando lavoravo là: “Tutto quanto ritorna”. Papà mio nasceva come disossatore nel mattatoio, poi aveva aperto un paio di macellerie. Infatti mi ha detto: “Se ti avessi insegnato il mestiere, non stavi a passa’ la scopa, mo’ eri bravo a taglia’ la carne». Ma io mi ero tagliato veramente da ragazzo: tredici punti alla mano, allora mi ero tenuto alla larga».
Invece al cinema come ha cominciato?
«Un giorno ho incontrato un amico che mi ha detto: “Vuoi veni’ a lavora’ con me?”. “Dove?”. “Al cinema”. “E che vengo a fa’?”. “Il capogruppo. Devi strilla’ alla gente. Ti do 200 euro al giorno”. Sono andato a lavorare per Maurizio Cusano, che era specializzato in film americani, quindi ho partecipato a Angeli e demoni, Miracolo a Sant’Anna, Two Lives, Gangs of New York».
Era un momento d’oro per il cinema italiano.
«Un giorno stavo sul set della serie Roma, dovevo far passare delle bighe, ma c’era da spostare una macchina degli stuntmen che bloccava la strada. L’aiuto regista inglese mi strillava, ma io non capivo. “Vabbè, la sposto io ‘sta macchina”. Siccome era tutto il giorno che vedevo gli stuntmen che facevano un percorso a Cinecittà per una scena da preparare per 007, mi sono detto: “Mo’ la faccio pure io ‘sta pista”. Quando sono arrivato alla fine, mi sono incontrato davanti un omone, Gianluca Petrazzi».
Lo stuntman…
«Mi ha detto: “Ma tu chi sei?”. “Aho, non comincia’ a arrabbiarti, io dovevo sposta’ la macchina, mi sono fatto prenne dalla cosa, scusami”. “Vuoi venire a lavorare per me? Hai fatto il percorso in 40 secondi in meno dello stuntman!”. Così sono andato a lavorare con Petrazzi».
E da stuntman com’è diventato attore?
«Un giorno Petrazzi mi ha mandato sul set di Michele Soavi che girava Narcotici perché si era fatto male lo stuntman. Mi sono presentato: “Io so’ lo stuntman. Devo arriva’ co’ la macchina, prenne due botte d’entrata e mori’”. Soavi ha fatto segno di no: “E chi la fa morire una faccia così?”. Mi ha creato una parte sul momento, malgrado la serie fosse alla seconda stagione. Quando stavano finendo le riprese, mi ha detto: “Sei troppo bravo. Se firmo per una serie importante, porto pure a te, sei uno dei quattro protagonisti”. La serie era Rocco Schiavone, che mi ha portato molta fortuna».
Il film che le ha cambiato la vita è Il più grande sogno di Michele Vannucci.
«Michele era un allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia. Per diplomarsi doveva girare un cortometraggio con Alessandro Borghi, Nati per correre. Alessandro, che avevo conosciuto sul set di un film girato alla Rustica, 5 (Cinque) di Francesco Maria Dominedò, mi ha chiamato per il corto e ha raccontato a Michele la storia della mia vita e così è nato Il più grande sogno».
Nel film racconta la storia dell’associazione Casale Caletto. Quando l’ha creata?
«L’associazione già esisteva. Io sono andato lì per scontare una pena. Prima stava dentro a un garage. A un certo punto mi hanno candidato a diventare presidente del comitato. Ho vinto e ho detto: “Aho, voglio una scrivania”. Ho preso una struttura di 1.000 metri, dove oggi facciamo 1.700 pasti, 400 pacchi viveri, assistenza medica e legale. Abbiamo 22 ragazzi in affidamento ai servizi sociali».
Questo suo percorso particolare come lo vivono in famiglia?
«È stato molto emozionante quando i miei figli sono andati al cinema a vedere Il più grande sogno. Io sono rimasto fuori perché ero molto teso: “Ma non è che offendo qualcuno? Non è che adesso i miei figli vedono qualcosa che non sapevano?”. E invece quando sono usciti dalla sala, mi hanno abbracciato, come per dire: “Abbiamo capito che cosa hai passato e quello che hai fatto per noi”. Non è stato semplice uscire dall’altro mondo».
Il mondo di mezzo…
«Durante la pandemia sono rimasto senza lavorare per 26 mesi. Non avevo nemmeno il latte nel frigo. Il cinema si era bloccato. Mi sono detto: “Ma che cavolo mi ero messo in testa di fare?!”. A quarant’anni avevo aperto il mio primo conto in banca, avevo un mutuo, pagavo le tasse, c’era tutto un mondo diverso attorno a me. In quel momento di difficoltà mi hanno aiutato gli amici di un tempo: “Te li prestamo noi i soldi. Mirko, non torna’ indietro. Ti sei fatto un mazzo per cambiare e ora vuoi torna’ indietro?”. Ho ricominciato con un piccolo film horror, Tenebra di Antonello De Leo, e mi sono messo a fare anche il direttore di produzione per avere un paracadute. Da allora non mi sono più fermato. Se imparavo l’inglese, forse qualcosa in più potevo fare co’ ‘sta faccia».
Continua a frequentare i suoi compagni d’avventure dell’altra vita?
«Sempre, non li scordo mai. Sono i miei primi sostenitori, i miei primi fan, si atteggiano. Qualcuno sta pagando delle pene importanti e quando posso li aiuto. Certo, oggi li comprendo di meno quando parliamo di alcune cose, però ho capito perché: loro vivono ancora con l’orgoglio, che, come dice Vasco Rossi, “fa più morti del petrolio”. Io l’orgoglio l’ho proprio cancellato, non so manco più cosa sia. L’amore di mia moglie mi ha trascinato a poco a poco fuori da quel micromondo, dandomi una seconda possibilità. Mi sono trasformato perché ho visto che c’era qualcuno che mi voleva bene e al terzo figlio mi sono accorto de esse padre».
La vita di Sergio Cammariere è costellata di incontri e di sorprese, disseminati in una carriera lunghissima, cominciata sui banchi di scuola. Un’avventura a colpi di note.
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Non so da quale aneddoto partire perché ce ne sono svariati. Il più importante è quando frequentavo le scuole elementari e un maestro, Giuseppe Campagna, mi fece approdare in un grande coro di quaranta bambini. Questo signore girava per le classi della scuola, faceva cantare un motivetto e si avvicinava ai più intonati per farli entrare nel coro. Lì è cominciata la mia esperienza musicale perché nel coro, oltre a cantare, si suonavano anche gli strumenti».
Lei che strumento suonava?
«Io suonavo la melodica soprano, uno strumentino che mi era stato regalato a sei anni da mio zio Michele. Studiavamo solfeggio e il maestro ci insegnava le grandi opere, per esempio Va, pensiero piuttosto che l’Ave Maria di Schubert, che poi venivano eseguite nell’Aula Magna della scuola o nel prestigioso Teatro Apollo di Crotone. Per la comunità erano eventi straordinari. Quando avevo dieci anni, al Teatro Apollo venne a trovarci il famoso maestro Nello Segurini, il quale ci insegnò una marcetta che si intitola Ugoletta d’oro. Durante l’esecuzione, sono uscito fuori dalla mia fila e ho fatto il mio primo solo blues, senza dire niente a nessuno, come nelle orchestre americane. Così è nata la mia capacità di improvvisazione».
Dopo questa prodezza cosa accadde?
«L’anno dopo andammo a Castrocaro Terme in una manifestazione canora che si chiamava proprio L’ugoletta d’oro, che fu anche ripresa dalla tv. Avevo questa propensione ad assimilare con l’orecchio senza partitura e a improvvisarci sopra».
È un dono naturale?
«Una rivelazione, quindi da quel momento in poi non mi sono sottratto».
Era considerato un bambino prodigio all’epoca, almeno a Crotone?
«Ultimamente vediamo bambini di tre-quattro anni che suonano il violino. All’epoca non era così. Eravamo dei bambini con talento, infatti molti di noi hanno fatto i musicisti o gli insegnanti di musica e Valeria Nicoletta ha partecipato al festival di Sanremo. Prendevamo lezioni private dal maestro, che sono la base perché non si può fare la musica senza aver prima studiato. Io suonavo pianoforte».
Poi da adolescente è entrato a far parte di gruppi musicali?
«Già a tredici-quattordici anni ero dentro una band. Si chiamava l’Orchestra Azzurra, un’orchestrina di nove elementi che girava la Calabria come i complessi di una volta. Si caricavano le casse e gli impianti sopra e tutti noi stipati dentro il furgoncino partivamo per le varie province della Calabria. Io ero il più piccolo. Eravamo molto richiesti, tanto che aprivamo i concerti dei complessi in voga in quel periodo, per esempio i Camaleonti. Un altro evento importante accadde quando avevo sedici anni e accompagnai con l’Orchestra Azzurra Luglio di Riccardo Del Turco».
Sono ricordi incredibili…
«A un certo punto mi venne la voglia di partire e dissi: “Ciao, mamma, papà…”. È stato il momento più emblematico e difficile: tagliai il cordone ombelicale per inseguire il mio sogno primordiale, lasciando le certezze, la mia casa, la mia stanza, il mio pianoforte, per l’incertezza. Andai a Firenze, che mi adottò per quattro anni, e mi iscrissi all’università. In realtà ero andato lì per la musica, studiavo Giurisprudenza, ma nello stesso tempo suonavo nei locali di Firenze, come il Circolo Borghese della Stampa, in via Ghibellina, e lo Yellow Bar, in via del Proconsole».
Aveva scelto Legge per passione oppure per far contenti i suoi genitori?
«In realtà, avevo scelto Scienze agrarie perché mio padre era un imprenditore agricolo, però non diedi neanche un esame. All’epoca c’era il servizio militare, per cui ogni anno davo un esame di Giurisprudenza, tutti i complementari!».
La carriera musicale com’è evoluta?
«Entrai in un’orchestra di Livorno, dove c’erano musicisti molto navigati. Io avevo vent’anni, loro ne avevano trenta-trentacinque. Avevano suonato per lo Scià di Persia e in Medio Oriente, che all’epoca era una mecca per i musicisti italiani, come adesso le crociere. Aspettavamo un telex per partire, nel frattempo facevamo tantissime prove con i pezzi voga in all’epoca e così mi hanno insegnato tutti gli standard del jazz. Purtroppo, nel 1980 scoppiò la guerra tra Iran e Iraq e il nostro impresario egiziano ci disse che non se ne faceva più niente. Fu una grande delusione per noi, ma mi ritrovai con questo repertorio e mi venne la voglia di scrivere canzoni, sebbene le mie prime esperienze furono nel mondo del cinema per comporre colonne sonore, a cominciare da Quando eravamo repressi di Pino Quartullo».
Si trasferì a Roma.
«Sì, cominciai a suonare al Tartarughino e alla Cabala e a partecipare a varietà televisivi, dove mi chiamavano come pianista di servizio e a volte avevo l’occasione di cantare delle mie canzoni. Partecipai, grazie al mio amico Stefano Palatresi, a Ieri, Goggi e domani e poi a Troppo forti. Sogni, desideri, fantasie, speranze, capricci, vanità degli italiani, il primo programma di Mara Venier, assieme a Claudio Sorrentino, entrambi su Rai 1. Con Stefano andai in tournée come pianista e nel suo gruppo c’era anche Tosca. Ci chiamò Renzo Arbore per Il caso Sanremo, una sorta di processo al festival di Sanremo, che conduceva con Lino Banfi. Noi eravamo I Campagnoli Belli, un’orchestrina formata da grandi musicisti vestiti da campagnoli! Era un programma veramente divertente e come ospiti si esibivano tutti i protagonisti della musica italiana, a partire da Nilla Pizzi».
Quando smise di suonare per gli altri?
«Alcune persone che avevo conosciuto alla Cabala, mi chiesero se avessi voglia di suonare in Brasile all’inaugurazione del loro locale. Quindi andai a Rio de Janeiro, dove mi fermai qualche mese. Ho conosciuto tanti grandi musicisti e ho acquisito gli umori di quella terra, la bossa nova, che avevo già dentro perché sono latino, per cui al mio ritorno decisi di dedicarmi solo alla mia musica».
E a quel punto?
«Entrai nella celebre casa discografica It di Vincenzo Micocci. Nella scuderia c’era Francesca Schiavo, che cantò al festival di Sanremo nel 1995 una canzone mia e di Roberto Kunstler, Amore e guerra. In precedenza, anche io e Kunstler dovevamo andare a Sanremo, con Credimi, che faceva parte del nostro primo disco del 1993, I ricordi e le persone. Il nostro nome era uscito su tutti i giornali, poi, non si capisce perché, fummo scartati».
Poi però è riuscito a partecipare due volte a Sanremo, nel 2003 e nel 2008…
«Molti anni dopo. Fu importante andare al Premio Tenco grazie a una session che avevo registrato nel 1996 con un grande maestro della musica jazz, Roberto Gatto, e con il giovane contrabbassista Luca Bugarelli, che da allora è rimasto sempre con me. Mandai i pezzi e l’anno dopo mi chiamarono al Premio Tenco, dove vinsi un importante riconoscimento e una borsa di studio dall’Imaie. Da allora ho partecipato al premio una decina di volte».
Come arrivò al festival di Sanremo?
«Fu fondamentale Biagio Pagano, il mio produttore che ha creduto in me. Purtroppo, ha lasciato questa terra subito dopo il mio successo. Mi fece firmare nel 2002 il primo contratto con una major, la Emi, e mi fece incontrare Pippo Baudo, che mi chiamò al festival. Chi se l’aspettava a 43 anni!».
Con vent’anni di attività professionale sulle spalle, che effetto le ha fatto salire sul palco dell’Ariston?
«Io sono un fotoreporter, quindi non solo mi misi a riprendere tutto quello che accadeva con la mia telecamera, ma anche con quelle dei miei amici, compreso Gianmarco Tognazzi, che ha la mia stessa passione. Giravamo ovunque, dietro il palco, in sala stampa, in albergo, nelle radio. Quindi ho il backstage di Sanremo 2003 e del 2008, un materiale unico perché da anni è vietato portare dentro le telecamere. Ho altre migliaia di ore di registrazione con personaggi che oggi non ci sono più, come Pippo Baudo, Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese, Lucio Dalla, Mino Reitano, Umberto Bindi, Bruno Lauzi. Prima o poi farò un documentario».
Tra i grandi interpreti della canzone italiana, c’è anche Rino Gaetano, al quale è legato da una storia incredibile…
«È un film! Nel 1996, ad agosto, incontrai i nipoti di Rino Gaetano, Danilo e Alessandro, i figli della sorella Anna. Dopo un po’ di giorni che ci frequentavamo, suonavamo la chitarra sulla spiaggia e facevamo i bagni, Alessandro, il quale con la sua band porta le canzoni di Rino Gaetano in giro per l’Italia, mi disse: “Nostra nonna Maria ti vuole incontrare”».
Per quale motivo?
«Per dirmi che eravamo parenti. La mamma di Rino era la sorellastra di mio padre. Infatti era uguale alle altre sorelle di mio padre. A casa mia nessuno lo sapeva, nemmeno i miei genitori! Lo sapevano le mie cugine, che avevano quasi l’età di mio padre perché erano le figlie della primogenita di mio nonno e conoscevano le sue abitudini, però non ce l’hanno mai rivelato. Erano famiglie della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con tanti figli e qualche segreto».
Sentiva le canzoni di Rino Gaetano da ragazzo?
«Certo! Queste canzoni hanno una magia, sono cinquant’anni che le ascoltiamo, io ne interpreto due, Ad esempio a me piace il sud e I tuoi occhi sono pieni di sale. Sono andato a trovare Maria nella sua casa e ho ripreso tutto. Aveva conservato ogni cosa del figlio: gli strumenti, tra cui il famoso ukulele, i dischi, la collezione di orologi, i libri, i dizionari francese-italiano. Rino assimilava tutto».
Chi ha visto Buen camino di Checco Zalone, praticamente tutta l’Italia, è rimasto sicuramente colpito dall’attore che interpreta la parte del padre, capace in poche scene di disegnare un personaggio indimenticabile. Per Alfonso Santagata, grande attore di teatro prestato con successo al cinema, è un ulteriore tassello di una carriera e di una vita molto movimentate.
Com’è nata la passione per la recitazione?
«Questa storia è meravigliosa perché la mia prima tentazione cinematografica è stato Banditi a Milano di Carlo Lizzani. Non avevo neanche vent’anni e mi hanno scelto come comparsa insieme a un mio amico. Era la prima scena che giravano e noi due dovevamo sparare dalla macchina. Il mio innamoramento è nato lì, senza sapere niente di cinema. Quest’immagine di violenza metropolitana è stata ripresa su giornali e riviste e fra i miei amici sono diventato importante, per cui mi sono montato la testa. Poi invece ho dovuto ricominciare da zero».
Come ha proseguito?
«Un altro mio amico sosteneva che i bravi attori di cinema provenivano da scuole di teatro, così nel 1969 ho fatti domanda al Piccolo Teatro di Milano. Le selezioni iniziavano due-tre mesi dopo, ma io scalpitavo: “Posso seguire i corsi subito?”. Mi hanno preso grazie a un pezzo di Eduardo De Filippo e di Pirandello. Sono stato lì fino al 1973».
Ha avuto modo di incontrare Giorgio Strehler?
«Strehler l’ho visto una volta in tre anni: si era seduto per vedere un saggio e dopo cinque minuti non c’era più sulla sedia!».
Cosa le ha lasciato la scuola?
«Mi ha dato le indicazioni sulle discipline e sui metodi, però alla fine ho capito che questi insegnamenti li dovevo dimenticare per poter essere più diretto nel mio agire teatrale. Per me sono sempre stati fondamentali due estremi come la crudeltà di Artaud e la farsa napoletana».
Come mai viveva a Milano? Lei ha origini pugliesi…
«Io sono di San Paolo di Civitate, che è un paese ai piedi del Gargano. A 14 anni e mezzo avevo finito l’avviamento industriale e dovevo iniziare con il liceo, ma non avevo alcuna voglia. Come bambino ero già un cervello in fuga e non vedevo l’ora di scappare. Mi sono infilato nella macchina di un mio zio che veniva ogni anno in agosto in Puglia e non sono più voluto uscire. Mia madre mi ha preparato una specie di valigetta e di notte siamo partiti per Milano».
E cosa ha fatto a Milano?
«Ho cominciato a lavorare alla ButanGas. Ho fatto di tutto, dal commesso al garzone. A un certo punto per poter studiare ho commerciato in automobili. C’era un bar a Milano, dove si vendevano macchine usate. Questa è una cosa proprio degli anni Sessanta. Avevo un amico che era un bravissimo meccanico e mi insegnava le cose fondamentali, tipo l’olio, la carburazione, le gomme».
Comprava le macchine e le rivendeva?
«Immediatamente. Nel pomeriggio guadagnavi trenta-quarantamila lire. Allora era tanta roba».
E chi comprava le macchine?
«Dei disgraziati come me! Erano automobili che costavano pochissimo. Mi sono mantenuto in questo modo. Vivevo in una pensione: stavamo anche quattro in una stanza. Sono stato anche in Germania, a Hilden, vicino a Düsseldorf, per quasi un anno. Facevo l’apprendista e vivevo nelle baracche. Mi sono divertito come un matto».
Perché è finito là?
«Mi piaceva andare all’estero. Non è che ero costretto ad andare in Germania».
I suoi genitori erano preoccupati?
«Dopo anni hanno smesso. In fondo, non mi era successo niente di male, non mi avevano arrestato!».
E quando ha comunicato che voleva fare l’attore?
«C’è stato un problema perché volevano che facessi il postino…».
Il posto fisso tanto caro a Zalone!
«Quando sono partito per la Germania, a mia madre è venuto un colpo perché ero stato preso alle Poste per tre mesi. Poi mica mi avrebbero mandato via. Mi sono licenziato e sono andato via. Ero inquieto. Ho avuto sempre una fascinazione verso le cose un po’ disordinate. Mi piace affrontarle di petto».
Dopo la scuola ha cominciato a lavorare a teatro?
«Il primo contratto me l’ha fatto Franco Parenti, che doveva riprendere Ambleto di Giovanni Testori. Sono andato felicemente in vacanza perché ero uno dei pochi allievi che aveva trovato lavoro. Sono tornato e, malgrado il contratto, non mi hanno confermato. Ho pensato: “Ho appena cominciato e già devo mettere di mezzo un avvocato?!”. Allora mi sono dato da fare. Dario Fo aveva bisogno di un disturbatore in sala e mi ha preso subito, senza nemmeno farmi un provino. Ho lavorato tre anni con lui, fino nel 75. Dopo sono andato via perché ero un po’ stanco, pur non avendo un’alternativa».
Com’era Dario Fo?
«Come attore lo trovavo veramente unico, mentre non era un grande comunicatore del mestiere. Mi diceva: “Tu, guardami, ruba, prendi le cose, spiami…”. Dovevo imparare guardandolo. Poi ho smesso di guardarlo: avevo bisogno di qualcos’altro, di una persona più diretta. E sono andato da Carlo Cecchi, nel 1975-76».
Cecchi è scomparso a gennaio…
«Mi piaceva molto. Sono stato con lui tre anni, poi non c’era niente per me e ho iniziato a pensare: «Cosa posso fare io?». Ho buttato giù un testo intitolato Katzenmacher. Quando l’ho scritto, lo volevo fare da solo. Nella compagnia di Cecchi era entrato per una piccola parte Claudio Morganti, che veniva da una scuola di Genova, dove Carlo insegnava. Ci siamo conosciuti e un giorno gli ho detto: “Ho buttato giù ’sta cosa che volevo fare da solo, però mi piacerebbe una figura come la tua”. Suo padre ci ha prestato i soldi per comprare un piccolo furgone. Abbiamo caricato tre elementi della scenografia e giravamo per l’Italia: dove ci volevano, noi facevamo lo spettacolo».
Facevate teatro d’avanguardia…
«Dal ’79 mi sono trasferito a Firenze, non ne potevo più di stare a Milano, e ho conosciuti tutti: Roberto Benigni, Carlo Monni, Donato Sannini… Un amico mi ha presentato Carmelo Bene, dicendo che ero un bravo attore. Lui mi ha dato la mano e mi ha detto: “Ma io non sono un attore!”. Sono rimasto senza parole. Cosa voleva dire? Ma allora anche io non sono un attore! Carmelo Bene, Leo De Berardinis e Carlo Cecchi sono stati il mio premondo del teatro. Erano i miei riferimenti. Poi voglio ricordare anche Antonio Neiwiller. Stavamo assieme a bere, a parlare… eravamo un po’ dei surrealisti italiani».
Con Luca Ronconi ha lavorato?
«Ho fatto con lui L’anitra selvatica».
E gli ha rubato qualcosa?
«Non ce l’ho fatta, ho tentato. Ho molti amici che hanno lavorato con lui e ne parlano con un fervore incredibile, io invece non ho avuto l’innamoramento e a me se non parte quello, non parte niente».
Dario Fo invece l’ha incontrato successivamente?
«Sì, andava fiero di me».
Questo fermento culturale quando è finito?
«Negli anni Ottanta c’è stata una piccola resistenza e arrivavano anche molte belle compagnie dall’estero. Dagli anni Novanta è cambiato tutto».
E ha cominciato a fare cinema con Palombella rossa di Nanni Moretti.
«Nanni si è innamorato di noi in teatro e ha preso me e Claudio Morganti per interpretare due assillanti militanti comunisti. Lui voleva che interpretassi il protagonista, che poi ha fatto Silvio Orlando, ma non avevo tempo perché seguivo la mia bottega di teatro».
Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio e Gomorra di Matteo Garrone le hanno dato la notorietà, l’hanno resa un volto.
«Hai detto una cosa giusta: mi hanno reso un volto. Mi piace l’idea. Sono partito come uno che arriva veramente da altrove e pian piano ora, dopo tanti anni, inizio a starci dentro».
Perché il suo terreno rimane il teatro?
«La mia fonte è quella. All’inizio sui set ero spaesato perché non ero abituato ad avere un occhio, la macchina da presa, a mezzo metro, a un metro…. Adesso mi piace espormi. Il teatro ha una lingua che non è la stessa lingua del cinema, è completamente differente. Ha un altro tempo, un altro ritmo, un altro suono per la presenza del pubblico».
Non ha fatto tantissimi film, ma quasi tutti sono grandi film. Ha selezionato bene i suoi ruoli…
«Non è che ho scelto! Come si fa a dire di no a Gianni Amelio per L’intrepido o a Mario Martone per Noi credevamo? Ho lavorato tanto con Gianni Di Gregorio: c’è affinità di sentimenti, una bella libertà. Ormai ci guardiamo e ci capiamo. Pranzo di ferragosto era prodotto da Matteo Garrone, che veniva da bambino con suo padre Nico, grande critico teatrale, a vedere i miei spettacoli. È iniziato tutto da lì».
Invece con Sorrentino in Parthenope come si è trovato?
«Bene. Paolo ha reso il mio personaggio, l’ex sindaco di Napoli Achille Lauro, un archetipo. Mi ricordo che i costumi per me erano tre o quattro per le varie scene, alla fine lui mi ha tenuto con un costume unico, bianco, per tutto il tempo, sottoponendomi a un trucco di quattro ore e mezzo».
Adesso un altro momento di grande notorietà è arrivato grazie a Checco Zalone.
«Mi hanno visto tutti! Era un ruolo fisicamente duro perché il mio personaggio aveva avuto un ictus. Ho scoperto un trucco: ho letto che in caso di ictus uno dei problemi è deglutire. Ho dovuto trovare un espediente per affrontare questa parte molto difficile. Checco Zalone ha una leggerezza, ma toccando le cose della vita. Anche lui è una maschera, come Benigni, Troisi, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo. La maschera per me è il punto più alto. Prima il carattere, poi il tipo, infine la maschera. Un’altra maschera che mi piace molto è Massimo Ceccherini».





