La vita di Sergio Cammariere è costellata di incontri e di sorprese, disseminati in una carriera lunghissima, cominciata sui banchi di scuola. Un’avventura a colpi di note.
Com’è nata la sua passione per la musica?
«Non so da quale aneddoto partire perché ce ne sono svariati. Il più importante è quando frequentavo le scuole elementari e un maestro, Giuseppe Campagna, mi fece approdare in un grande coro di quaranta bambini. Questo signore girava per le classi della scuola, faceva cantare un motivetto e si avvicinava ai più intonati per farli entrare nel coro. Lì è cominciata la mia esperienza musicale perché nel coro, oltre a cantare, si suonavano anche gli strumenti».
Lei che strumento suonava?
«Io suonavo la melodica soprano, uno strumentino che mi era stato regalato a sei anni da mio zio Michele. Studiavamo solfeggio e il maestro ci insegnava le grandi opere, per esempio Va, pensiero piuttosto che l’Ave Maria di Schubert, che poi venivano eseguite nell’Aula Magna della scuola o nel prestigioso Teatro Apollo di Crotone. Per la comunità erano eventi straordinari. Quando avevo dieci anni, al Teatro Apollo venne a trovarci il famoso maestro Nello Segurini, il quale ci insegnò una marcetta che si intitola Ugoletta d’oro. Durante l’esecuzione, sono uscito fuori dalla mia fila e ho fatto il mio primo solo blues, senza dire niente a nessuno, come nelle orchestre americane. Così è nata la mia capacità di improvvisazione».
Dopo questa prodezza cosa accadde?
«L’anno dopo andammo a Castrocaro Terme in una manifestazione canora che si chiamava proprio L’ugoletta d’oro, che fu anche ripresa dalla tv. Avevo questa propensione ad assimilare con l’orecchio senza partitura e a improvvisarci sopra».
È un dono naturale?
«Una rivelazione, quindi da quel momento in poi non mi sono sottratto».
Era considerato un bambino prodigio all’epoca, almeno a Crotone?
«Ultimamente vediamo bambini di tre-quattro anni che suonano il violino. All’epoca non era così. Eravamo dei bambini con talento, infatti molti di noi hanno fatto i musicisti o gli insegnanti di musica e Valeria Nicoletta ha partecipato al festival di Sanremo. Prendevamo lezioni private dal maestro, che sono la base perché non si può fare la musica senza aver prima studiato. Io suonavo pianoforte».
Poi da adolescente è entrato a far parte di gruppi musicali?
«Già a tredici-quattordici anni ero dentro una band. Si chiamava l’Orchestra Azzurra, un’orchestrina di nove elementi che girava la Calabria come i complessi di una volta. Si caricavano le casse e gli impianti sopra e tutti noi stipati dentro il furgoncino partivamo per le varie province della Calabria. Io ero il più piccolo. Eravamo molto richiesti, tanto che aprivamo i concerti dei complessi in voga in quel periodo, per esempio i Camaleonti. Un altro evento importante accadde quando avevo sedici anni e accompagnai con l’Orchestra Azzurra Luglio di Riccardo Del Turco».
Sono ricordi incredibili…
«A un certo punto mi venne la voglia di partire e dissi: “Ciao, mamma, papà…”. È stato il momento più emblematico e difficile: tagliai il cordone ombelicale per inseguire il mio sogno primordiale, lasciando le certezze, la mia casa, la mia stanza, il mio pianoforte, per l’incertezza. Andai a Firenze, che mi adottò per quattro anni, e mi iscrissi all’università. In realtà ero andato lì per la musica, studiavo Giurisprudenza, ma nello stesso tempo suonavo nei locali di Firenze, come il Circolo Borghese della Stampa, in via Ghibellina, e lo Yellow Bar, in via del Proconsole».
Aveva scelto Legge per passione oppure per far contenti i suoi genitori?
«In realtà, avevo scelto Scienze agrarie perché mio padre era un imprenditore agricolo, però non diedi neanche un esame. All’epoca c’era il servizio militare, per cui ogni anno davo un esame di Giurisprudenza, tutti i complementari!».
La carriera musicale com’è evoluta?
«Entrai in un’orchestra di Livorno, dove c’erano musicisti molto navigati. Io avevo vent’anni, loro ne avevano trenta-trentacinque. Avevano suonato per lo Scià di Persia e in Medio Oriente, che all’epoca era una mecca per i musicisti italiani, come adesso le crociere. Aspettavamo un telex per partire, nel frattempo facevamo tantissime prove con i pezzi voga in all’epoca e così mi hanno insegnato tutti gli standard del jazz. Purtroppo, nel 1980 scoppiò la guerra tra Iran e Iraq e il nostro impresario egiziano ci disse che non se ne faceva più niente. Fu una grande delusione per noi, ma mi ritrovai con questo repertorio e mi venne la voglia di scrivere canzoni, sebbene le mie prime esperienze furono nel mondo del cinema per comporre colonne sonore, a cominciare da Quando eravamo repressi di Pino Quartullo».
Si trasferì a Roma.
«Sì, cominciai a suonare al Tartarughino e alla Cabala e a partecipare a varietà televisivi, dove mi chiamavano come pianista di servizio e a volte avevo l’occasione di cantare delle mie canzoni. Partecipai, grazie al mio amico Stefano Palatresi, a Ieri, Goggi e domani e poi a Troppo forti. Sogni, desideri, fantasie, speranze, capricci, vanità degli italiani, il primo programma di Mara Venier, assieme a Claudio Sorrentino, entrambi su Rai 1. Con Stefano andai in tournée come pianista e nel suo gruppo c’era anche Tosca. Ci chiamò Renzo Arbore per Il caso Sanremo, una sorta di processo al festival di Sanremo, che conduceva con Lino Banfi. Noi eravamo I Campagnoli Belli, un’orchestrina formata da grandi musicisti vestiti da campagnoli! Era un programma veramente divertente e come ospiti si esibivano tutti i protagonisti della musica italiana, a partire da Nilla Pizzi».
Quando smise di suonare per gli altri?
«Alcune persone che avevo conosciuto alla Cabala, mi chiesero se avessi voglia di suonare in Brasile all’inaugurazione del loro locale. Quindi andai a Rio de Janeiro, dove mi fermai qualche mese. Ho conosciuto tanti grandi musicisti e ho acquisito gli umori di quella terra, la bossa nova, che avevo già dentro perché sono latino, per cui al mio ritorno decisi di dedicarmi solo alla mia musica».
E a quel punto?
«Entrai nella celebre casa discografica It di Vincenzo Micocci. Nella scuderia c’era Francesca Schiavo, che cantò al festival di Sanremo nel 1995 una canzone mia e di Roberto Kunstler, Amore e guerra. In precedenza, anche io e Kunstler dovevamo andare a Sanremo, con Credimi, che faceva parte del nostro primo disco del 1993, I ricordi e le persone. Il nostro nome era uscito su tutti i giornali, poi, non si capisce perché, fummo scartati».
Poi però è riuscito a partecipare due volte a Sanremo, nel 2003 e nel 2008…
«Molti anni dopo. Fu importante andare al Premio Tenco grazie a una session che avevo registrato nel 1996 con un grande maestro della musica jazz, Roberto Gatto, e con il giovane contrabbassista Luca Bugarelli, che da allora è rimasto sempre con me. Mandai i pezzi e l’anno dopo mi chiamarono al Premio Tenco, dove vinsi un importante riconoscimento e una borsa di studio dall’Imaie. Da allora ho partecipato al premio una decina di volte».
Come arrivò al festival di Sanremo?
«Fu fondamentale Biagio Pagano, il mio produttore che ha creduto in me. Purtroppo, ha lasciato questa terra subito dopo il mio successo. Mi fece firmare nel 2002 il primo contratto con una major, la Emi, e mi fece incontrare Pippo Baudo, che mi chiamò al festival. Chi se l’aspettava a 43 anni!».
Con vent’anni di attività professionale sulle spalle, che effetto le ha fatto salire sul palco dell’Ariston?
«Io sono un fotoreporter, quindi non solo mi misi a riprendere tutto quello che accadeva con la mia telecamera, ma anche con quelle dei miei amici, compreso Gianmarco Tognazzi, che ha la mia stessa passione. Giravamo ovunque, dietro il palco, in sala stampa, in albergo, nelle radio. Quindi ho il backstage di Sanremo 2003 e del 2008, un materiale unico perché da anni è vietato portare dentro le telecamere. Ho altre migliaia di ore di registrazione con personaggi che oggi non ci sono più, come Pippo Baudo, Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese, Lucio Dalla, Mino Reitano, Umberto Bindi, Bruno Lauzi. Prima o poi farò un documentario».
Tra i grandi interpreti della canzone italiana, c’è anche Rino Gaetano, al quale è legato da una storia incredibile…
«È un film! Nel 1996, ad agosto, incontrai i nipoti di Rino Gaetano, Danilo e Alessandro, i figli della sorella Anna. Dopo un po’ di giorni che ci frequentavamo, suonavamo la chitarra sulla spiaggia e facevamo i bagni, Alessandro, il quale con la sua band porta le canzoni di Rino Gaetano in giro per l’Italia, mi disse: “Nostra nonna Maria ti vuole incontrare”».
Per quale motivo?
«Per dirmi che eravamo parenti. La mamma di Rino era la sorellastra di mio padre. Infatti era uguale alle altre sorelle di mio padre. A casa mia nessuno lo sapeva, nemmeno i miei genitori! Lo sapevano le mie cugine, che avevano quasi l’età di mio padre perché erano le figlie della primogenita di mio nonno e conoscevano le sue abitudini, però non ce l’hanno mai rivelato. Erano famiglie della fine dell’Ottocento e inizio del Novecento con tanti figli e qualche segreto».
Sentiva le canzoni di Rino Gaetano da ragazzo?
«Certo! Queste canzoni hanno una magia, sono cinquant’anni che le ascoltiamo, io ne interpreto due, Ad esempio a me piace il sud e I tuoi occhi sono pieni di sale. Sono andato a trovare Maria nella sua casa e ho ripreso tutto. Aveva conservato ogni cosa del figlio: gli strumenti, tra cui il famoso ukulele, i dischi, la collezione di orologi, i libri, i dizionari francese-italiano. Rino assimilava tutto».
Chi ha visto Buen camino di Checco Zalone, praticamente tutta l’Italia, è rimasto sicuramente colpito dall’attore che interpreta la parte del padre, capace in poche scene di disegnare un personaggio indimenticabile. Per Alfonso Santagata, grande attore di teatro prestato con successo al cinema, è un ulteriore tassello di una carriera e di una vita molto movimentate.
Com’è nata la passione per la recitazione?
«Questa storia è meravigliosa perché la mia prima tentazione cinematografica è stato Banditi a Milano di Carlo Lizzani. Non avevo neanche vent’anni e mi hanno scelto come comparsa insieme a un mio amico. Era la prima scena che giravano e noi due dovevamo sparare dalla macchina. Il mio innamoramento è nato lì, senza sapere niente di cinema. Quest’immagine di violenza metropolitana è stata ripresa su giornali e riviste e fra i miei amici sono diventato importante, per cui mi sono montato la testa. Poi invece ho dovuto ricominciare da zero».
Come ha proseguito?
«Un altro mio amico sosteneva che i bravi attori di cinema provenivano da scuole di teatro, così nel 1969 ho fatti domanda al Piccolo Teatro di Milano. Le selezioni iniziavano due-tre mesi dopo, ma io scalpitavo: “Posso seguire i corsi subito?”. Mi hanno preso grazie a un pezzo di Eduardo De Filippo e di Pirandello. Sono stato lì fino al 1973».
Ha avuto modo di incontrare Giorgio Strehler?
«Strehler l’ho visto una volta in tre anni: si era seduto per vedere un saggio e dopo cinque minuti non c’era più sulla sedia!».
Cosa le ha lasciato la scuola?
«Mi ha dato le indicazioni sulle discipline e sui metodi, però alla fine ho capito che questi insegnamenti li dovevo dimenticare per poter essere più diretto nel mio agire teatrale. Per me sono sempre stati fondamentali due estremi come la crudeltà di Artaud e la farsa napoletana».
Come mai viveva a Milano? Lei ha origini pugliesi…
«Io sono di San Paolo di Civitate, che è un paese ai piedi del Gargano. A 14 anni e mezzo avevo finito l’avviamento industriale e dovevo iniziare con il liceo, ma non avevo alcuna voglia. Come bambino ero già un cervello in fuga e non vedevo l’ora di scappare. Mi sono infilato nella macchina di un mio zio che veniva ogni anno in agosto in Puglia e non sono più voluto uscire. Mia madre mi ha preparato una specie di valigetta e di notte siamo partiti per Milano».
E cosa ha fatto a Milano?
«Ho cominciato a lavorare alla ButanGas. Ho fatto di tutto, dal commesso al garzone. A un certo punto per poter studiare ho commerciato in automobili. C’era un bar a Milano, dove si vendevano macchine usate. Questa è una cosa proprio degli anni Sessanta. Avevo un amico che era un bravissimo meccanico e mi insegnava le cose fondamentali, tipo l’olio, la carburazione, le gomme».
Comprava le macchine e le rivendeva?
«Immediatamente. Nel pomeriggio guadagnavi trenta-quarantamila lire. Allora era tanta roba».
E chi comprava le macchine?
«Dei disgraziati come me! Erano automobili che costavano pochissimo. Mi sono mantenuto in questo modo. Vivevo in una pensione: stavamo anche quattro in una stanza. Sono stato anche in Germania, a Hilden, vicino a Düsseldorf, per quasi un anno. Facevo l’apprendista e vivevo nelle baracche. Mi sono divertito come un matto».
Perché è finito là?
«Mi piaceva andare all’estero. Non è che ero costretto ad andare in Germania».
I suoi genitori erano preoccupati?
«Dopo anni hanno smesso. In fondo, non mi era successo niente di male, non mi avevano arrestato!».
E quando ha comunicato che voleva fare l’attore?
«C’è stato un problema perché volevano che facessi il postino…».
Il posto fisso tanto caro a Zalone!
«Quando sono partito per la Germania, a mia madre è venuto un colpo perché ero stato preso alle Poste per tre mesi. Poi mica mi avrebbero mandato via. Mi sono licenziato e sono andato via. Ero inquieto. Ho avuto sempre una fascinazione verso le cose un po’ disordinate. Mi piace affrontarle di petto».
Dopo la scuola ha cominciato a lavorare a teatro?
«Il primo contratto me l’ha fatto Franco Parenti, che doveva riprendere Ambleto di Giovanni Testori. Sono andato felicemente in vacanza perché ero uno dei pochi allievi che aveva trovato lavoro. Sono tornato e, malgrado il contratto, non mi hanno confermato. Ho pensato: “Ho appena cominciato e già devo mettere di mezzo un avvocato?!”. Allora mi sono dato da fare. Dario Fo aveva bisogno di un disturbatore in sala e mi ha preso subito, senza nemmeno farmi un provino. Ho lavorato tre anni con lui, fino nel 75. Dopo sono andato via perché ero un po’ stanco, pur non avendo un’alternativa».
Com’era Dario Fo?
«Come attore lo trovavo veramente unico, mentre non era un grande comunicatore del mestiere. Mi diceva: “Tu, guardami, ruba, prendi le cose, spiami…”. Dovevo imparare guardandolo. Poi ho smesso di guardarlo: avevo bisogno di qualcos’altro, di una persona più diretta. E sono andato da Carlo Cecchi, nel 1975-76».
Cecchi è scomparso a gennaio…
«Mi piaceva molto. Sono stato con lui tre anni, poi non c’era niente per me e ho iniziato a pensare: «Cosa posso fare io?». Ho buttato giù un testo intitolato Katzenmacher. Quando l’ho scritto, lo volevo fare da solo. Nella compagnia di Cecchi era entrato per una piccola parte Claudio Morganti, che veniva da una scuola di Genova, dove Carlo insegnava. Ci siamo conosciuti e un giorno gli ho detto: “Ho buttato giù ’sta cosa che volevo fare da solo, però mi piacerebbe una figura come la tua”. Suo padre ci ha prestato i soldi per comprare un piccolo furgone. Abbiamo caricato tre elementi della scenografia e giravamo per l’Italia: dove ci volevano, noi facevamo lo spettacolo».
Facevate teatro d’avanguardia…
«Dal ’79 mi sono trasferito a Firenze, non ne potevo più di stare a Milano, e ho conosciuti tutti: Roberto Benigni, Carlo Monni, Donato Sannini… Un amico mi ha presentato Carmelo Bene, dicendo che ero un bravo attore. Lui mi ha dato la mano e mi ha detto: “Ma io non sono un attore!”. Sono rimasto senza parole. Cosa voleva dire? Ma allora anche io non sono un attore! Carmelo Bene, Leo De Berardinis e Carlo Cecchi sono stati il mio premondo del teatro. Erano i miei riferimenti. Poi voglio ricordare anche Antonio Neiwiller. Stavamo assieme a bere, a parlare… eravamo un po’ dei surrealisti italiani».
Con Luca Ronconi ha lavorato?
«Ho fatto con lui L’anitra selvatica».
E gli ha rubato qualcosa?
«Non ce l’ho fatta, ho tentato. Ho molti amici che hanno lavorato con lui e ne parlano con un fervore incredibile, io invece non ho avuto l’innamoramento e a me se non parte quello, non parte niente».
Dario Fo invece l’ha incontrato successivamente?
«Sì, andava fiero di me».
Questo fermento culturale quando è finito?
«Negli anni Ottanta c’è stata una piccola resistenza e arrivavano anche molte belle compagnie dall’estero. Dagli anni Novanta è cambiato tutto».
E ha cominciato a fare cinema con Palombella rossa di Nanni Moretti.
«Nanni si è innamorato di noi in teatro e ha preso me e Claudio Morganti per interpretare due assillanti militanti comunisti. Lui voleva che interpretassi il protagonista, che poi ha fatto Silvio Orlando, ma non avevo tempo perché seguivo la mia bottega di teatro».
Pranzo di ferragosto di Gianni Di Gregorio e Gomorra di Matteo Garrone le hanno dato la notorietà, l’hanno resa un volto.
«Hai detto una cosa giusta: mi hanno reso un volto. Mi piace l’idea. Sono partito come uno che arriva veramente da altrove e pian piano ora, dopo tanti anni, inizio a starci dentro».
Perché il suo terreno rimane il teatro?
«La mia fonte è quella. All’inizio sui set ero spaesato perché non ero abituato ad avere un occhio, la macchina da presa, a mezzo metro, a un metro…. Adesso mi piace espormi. Il teatro ha una lingua che non è la stessa lingua del cinema, è completamente differente. Ha un altro tempo, un altro ritmo, un altro suono per la presenza del pubblico».
Non ha fatto tantissimi film, ma quasi tutti sono grandi film. Ha selezionato bene i suoi ruoli…
«Non è che ho scelto! Come si fa a dire di no a Gianni Amelio per L’intrepido o a Mario Martone per Noi credevamo? Ho lavorato tanto con Gianni Di Gregorio: c’è affinità di sentimenti, una bella libertà. Ormai ci guardiamo e ci capiamo. Pranzo di ferragosto era prodotto da Matteo Garrone, che veniva da bambino con suo padre Nico, grande critico teatrale, a vedere i miei spettacoli. È iniziato tutto da lì».
Invece con Sorrentino in Parthenope come si è trovato?
«Bene. Paolo ha reso il mio personaggio, l’ex sindaco di Napoli Achille Lauro, un archetipo. Mi ricordo che i costumi per me erano tre o quattro per le varie scene, alla fine lui mi ha tenuto con un costume unico, bianco, per tutto il tempo, sottoponendomi a un trucco di quattro ore e mezzo».
Adesso un altro momento di grande notorietà è arrivato grazie a Checco Zalone.
«Mi hanno visto tutti! Era un ruolo fisicamente duro perché il mio personaggio aveva avuto un ictus. Ho scoperto un trucco: ho letto che in caso di ictus uno dei problemi è deglutire. Ho dovuto trovare un espediente per affrontare questa parte molto difficile. Checco Zalone ha una leggerezza, ma toccando le cose della vita. Anche lui è una maschera, come Benigni, Troisi, Totò, Eduardo e Peppino De Filippo. La maschera per me è il punto più alto. Prima il carattere, poi il tipo, infine la maschera. Un’altra maschera che mi piace molto è Massimo Ceccherini».
Enrico Montesano: «È l’epoca della satira “corretta”. Ho pagato per la mia indipendenza»
Enrico Montesano ritorna a teatro dopo una lunga assenza. Ottanta voglia di stare con voi, il titolo dello spettacolo, che racchiude il senso di questa nuova avventura in giro per l’Italia, a riallacciare il filo che lo lega al pubblico da sempre.
Cosa rappresenta per lei questo ritorno in teatro?
«Abbiamo già fatto uno spettacolo a Trapani, al Cine Teatro Ariston. È andato molto bene, il teatro era pieno. Per me è stata una lunga attesa. Nel 2020 facevo uno spettacolo in un teatrino off, come si dice in America, dove sperimentavo questo mio nuovo monologo».
Ha dovuto interromperlo per la pandemia.
«Smisi di fare le recite il 19 gennaio 2020. Lo volevo riprendere, portandolo in un teatro grande, ma è stato impossibile perché i teatri sono rimasti chiusi per molto tempo. Siamo passati dall’emozione alla rimozione. Quando hanno riaperto, sovrapponendosi le nuove produzioni alle vecchie, non c’erano spazi. Tra parentesi, in quel periodo chi ha assunto una posizione indipendente, l’ha pagata. Io ho scelto una parola di libertà, come diceva il filosofo Giorgio Agamben. A me m’ha rovinato Agamben. A Petrolini ’a guera, a me Agamben! Adesso il tempo è passato e per fortuna il tempo è un grande medico».
Quindi avverte che le cose sono cambiate e che l’ostracismo che ha vissuto si sta a poco a poco allentando?
«Un po’, ma grazie al cielo il pubblico è superiore alle scaramucce, ama l’attore per quello che gli può offrire di distrazione e divertimento in quelle due ore e mi ha sempre seguito. Sono riconoscente di questo affetto e ricambio. Ecco perché ho scritto Ottanta voglia di stare con voi».
Anche perché lei è sempre stato amato, nessuno lo può negare.
«Noi abbiamo seminato bene negli anni Settanta-Ottanta e anche un po’ negli anni Novanta. Nel 2007 ho fatto È permesso, uno spettacolo non conforme per un pubblico politicamente scorretto. Già allora parlavo della cultura del piagnisteo, proprio come diceva Robert Hughes nel suo bellissimo libro. Ce l’avevo con gli inglesismi, con il politicamente corretto, era uno spettacolo coraggioso».
Sono aumentati gli inglesismi...
«La mia lotta contro gli inglesismi è una lotta contro i mulini a vento. Ormai tutto si svolge sui social network, si parla di slot, di lab, di score, ma che è? Parla come magna, te possino acciaccatte!».
Com’è cambiata la comicità nell’era del politicamente corretto?
«Adesso, intanto, si fa la satira non al potere, ma a chi critica il potere, che è un controsenso, però è comodo, si rischia zero. E poi c’è una grande autocensura. Se un marziano, come diceva Flaiano, sbarcasse a Roma, vedrebbe un Paese che guarda solo trasmissioni canore o giochi. L’Italia è il Paese che ha più cantanti per chilometro quadrato, cantano tutti, non solo i professionisti, ai quali faccio tanto di cappello, ma qui cantano zia, madre, padre, fratello, sorella!».
Un altro format sono le interviste…
«Ormai sulle reti generaliste non fanno che intervistarsi addosso, sempre con l’occhio rivolto al passato, «allora le faccio vedere…». Ormai è una replica diffusa di quell’idea geniale che fu Ieri e oggi, che fece Leone Mancini all’epoca del Secondo canale Rai».
Non le propongono interviste televisive?
«Sono stato a Ciao Maschio ultimamente, mi sono anche divertito perché abbiamo contrabbandato un po’ di spettacolo di varietà. È un programma un po’ diverso perché ci sono tre uomini e, se si crea un minimo di empatia, esce fuori una conversazione piacevole, quindi sfugge all’intervista fissa. Ci sono interviste interessanti in tv, come quelle che fa Peter Gomez, dipende anche dall’intervistatore».
Ormai la star è chi intervista, non più l’intervistato.
«Certo, è un mondo alla rovescia».
Invece negli anni Settanta, quando lei era un comico d’avanguardia, la situazione era diversa.
«Io ho preso un premio internazionale della comicità al Festival della Rosa d’oro di Montreux con Quantunque io, trasmissione anomala perché non c’era orchestra, non c’era balletto, prevedeva una serie di trovate comiche e di gag. In ogni puntata avevo una soubrette famosa, da Nadia Cassini a Gloria Guida, Sydne Rome a Janet Agren. Il dirigente di Rai 2 dell’epoca, mi pare che fosse Mario Carpitella, mi fece vedere delle videocassette: “Enrico, andiamo su questa direzione: Monty Python, Dave Allen, Marty Feldman…”, comici anglosassoni che pochi conoscevano».
L’ultimo suo programma risale a 20 anni fa…
«Trash (Non si butta via niente) nel 2004, l’ultima cosa che fece Gabriella Ferri prima della sua morte. All’epoca c’erano in Rai dirigenti capaci che andavano nei teatri, si informavano, a cui devo molto perché hanno fatto scelte coraggiose. Oggi c’è un po’ di timore: “Rifaccio per la ventesima volta la stessa trasmissione, male che vada faccio lo stesso ascolto”».
Cosa le piacerebbe fare, se trovasse un dirigente come quelli di una volta?
«Un varietà».
Invece il cinema, dove non la vediamo da qualche anno?
«Che cos’è il cinema? Le piattaforme hanno reso obsoleta la sala cinematografica».
Anche il livello dei film italiani è molto sceso…
«Purtroppo è molto autoreferenziale».
Lei ha avuto l’opportunità di lavorare con grandi registi…
«Sono felice perché ho partecipato a un bel periodo: Sergio Corbucci, Mario Monicelli, Giorgio Capitani, Pasquale Festa Campanile, Steno, i maestri della commedia italiana. Come diceva Dino Risi, con cui non sono riuscito a lavorare, perché commedia all’italiana? Sembra un dispregiativo. Commedia italiana. La gente ancora le ricorda queste commedie così semplici, se volete, mentre i critici cinematografici ci massacravano».
Erano snob, se ridevano, non lo ammettevano…
«Tranne Tullio Kezich, che su La Repubblica fece una critica per Aragosta a colazione che conservo e ogni tanto, quando sono giù morale, me la leggo perché per una sequenza del film mi paragona a Buster Keaton».
Nei suoi primi successi, come Io non scappo… fuggo e Io non spezzo… rompo, faceva coppia con il grande Alighiero Noschese.
«Era una coppia curiosa che però ha aperto la strada ad altre coppie… Noi eravamo i Bud Spencer e Terence Hill della commedia!».
Si trovava bene con lui?
«Sì, perché Alighiero era come un papà. Una persona buona, generosa. Nel mio spettacolo Ottanta voglia di stare con voi mostro una bella foto con Alighiero perché ripercorro la mia vita, che poi coincide con la mia carriera, e quindi ogni tanto scorrono delle foto. Così racconto la mia educazione religiosa, sentimentale, professionale, civica… e lì cominciano i guai! Si riaffaccia timidamente nel mio spettacolo un minimo di satira di costume e politica. Se io riguardo a quella che è stata la mia vita di cittadino, ho avuto il massimo del successo quando l’Italia era la quarta potenza industriale del mondo. Ormai ci siamo assuefatti ad essere una piccola provincia dell’impero, neanche la più importante».
Anche in campo culturale...
«Ho compiuto per la quarta volta 20 anni, oppure per la seconda volta i 40. In questi ultimi 40 anni siamo riusciti a ritornare a quello che eravamo nell’Ottocento, come diceva Metternich, una bella espressione geografica, dove si viene a mangiare, a suonare il mandolino, a prendere il sole».
Quali sono le figure nella sua carriera a cui sente di dover qualcosa?
«Pietro Garinei è stato una grande scuola. Mi diceva: “Tu sei un attore italiano, usa pure la tua calata romana, ma devi recitare in modo che ti capiscano dalla Val d’Aosta alla Puglia”. Ad Antonello Falqui, Castellacci e Pingitore dobbiamo trasmissioni di varietà che facevano milioni di ascolti, come Dove sta Zazà e Mazzabubù. Enrico Vaime e Italo Terzoli sono stati altri due autori che ho avuto la fortuna di incontrare».
Non le mancano adesso queste figure nella scrittura degli spettacoli?
«Sì, mi mancano perché a un certo punto quel gruppo di registi, autori e produttori si è esaurito. Uno si guarda attorno e dice: «Mannaggia, non c’è più nessuno, sono rimasto solo». Negli ultimi tre o quattro anni sono stato a guardare quello che succedeva e siccome non è che mi piacesse tanto, sono stato zitto».
Lo spettacolo arriverà nella sua Roma?
«Hanno pubblicato dieci-undici date e tutti mi dicono: “Non vieni in Veneto, non vieni a Genova, non vieni a Firenze?”. E io rispondo: aspettate perché i nostri produttori comunicano di volta per volta». Oggi fanno così, si danno le notizie a puntate!».
Strategie di marketing, altro inglesismo...
«Con Bravo sono stato a Milano un mese, 100.000 spettatori. Mi dettero L’Ambrogino d’oro, al quale tengo moltissimo. Adesso ti dicono: “Facciamo solo un giorno, poi se va bene, ci ritorniamo”. La mia generazione è quella che ha vissuto più cambiamenti di tutte. Questo lo racconto nello spettacolo. Sono nato che c’era il telefono duplex attaccato alla parete, adesso con mio figlio, che vive a Parigi, ci videochiamiamo. Se l’avesse saputo mio nonno, mi avrebbe detto: “Tu sei matto, stai a di’ una cosa folle. Ma che è un romanzo di Verne?!”».
Già fu un cambiamento epocale l’avvento delle tv private.
«Grazie alle tv private è nato il fenomeno di Febbre da cavallo, che per problemi di distribuzione non era andato benissimo nelle sale. Evidentemente glielo vendevano a basso costo, lo prendevano per tre passaggi e facevano un sacco d’ascolto. Le tv locali di tutta Italia hanno trasmesso Febbre da cavallo a spron battuto, anzi al galoppo!».
Una buona distribuzione era fondamentale...
«Ho diretto un solo film, A me mi piace, per il quale mi hanno dato il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior regista esordiente. Il film andava bene, faceva 30 milioni di lire in una sala cinematografica, per esempio il Maestoso su via Appia, a Roma, ma mi smontarono perché l’esercente aveva un contratto con le major americane e c’era Rocky di Stallone. Come fa una distribuzione italiana a reggere con Rocky? Non ne ho diretti più perché il cinema a volte è frustrante. Meglio il teatro, dove ogni sera consumiamo un rito antichissimo».





