Il dotto spettinato, gatto a sette vite della tv

Cognome e nome: Freccero Carlo. Savona, 1947. Massmediologo. Direttore capace e preparato di reti tv, in Italia e all’estero: Italia 1, Rai 2, La Cinq in Francia.

La filosofia della tv spettinata e la rottura

Teorico della «tv spettinata» (diretta conseguenza della sua incapacità di tenere in ordine la «cofana» di capelli che a 79 anni ancora si ritrova in testa). Nume tutelare dei suoi aedi, Gianfranco Funari con Mezzogiorno italiano e Giuliano Ferrara che usciva da un bidone dell’immondizia per lo spot de L’istruttoria.

Programmi spiazzanti, provocatori, nel segno della rupture, la rottura che teorizzò nello studio di 8 1/2 (si chiamava così quello di Ferrara e Gad Lerner) lunedì 18 marzo 2002: «Non si può fare televisione della realtà se non s’impara a creare delle fratture nell’opinione pubblica».

Le critiche e il confronto con Angelo Guglielmi

Nel magmatico sistema della comunicazione, un peripatetico, animato da mai sopita irrequietezza. A detta di certi suoi detrattori , invece, un «paravento» del quartierino televisivo, un egoriferito sempre in contemplazione del proprio ombelico.

«Freccero ha una linea editoriale facile e furbesca, incapace di produrre nuovi raggiungimenti linguistici, limitandosi a riciclare, seppure in una diversa prospettiva di fruizione, i vecchi materiali e invenzioni della precedente Terza rete», così Angelo Guglielmi, «inventore» di Rai 3, sulla rivista Reset del gennaio 1998, quando Freccero era direttore di Rai 2. Freccero.

L’ospite da invitare nei talk show quando si vuole pigramente apparire colti e sagaci.

Pettegolezzi, indiscrezioni e citazioni colte

Il 30 giugno scorso, ospite di Luca Telese e Marianna «la va in campagna» Aprile (la «Lilli Gruber balneare», per un suo acido collega della stessa La7), con l’aria di chi era lì lì per svelare il quarto segreto di Fatima, ha rivelato un pettegolezzo a proposito dell’atlantismo di Giorgia Meloni e dell’Unione europea: «È uscita su Internet una cosa curiosissima: sembra che Ursula von der Leyen abbia fatto una chat con i tre “volenterosi”, Meloni e Volodymyr Zelensky sul tema “Come far fuori Donald Trump”». Su Internet. Sembra. Mancava solo aggiungesse: «È una notizia che sto ancora verificando, però mi sembrava giusto darla», come un Sigfrido Ranucci qualsiasi.

Nota a margine: la sua rimozione «la trovo del tutto fuori luogo. Se non va bene per condurre e fare il capoautore di Report, non capisco come possa essere ritenuto adatto a lavorare al telegiornale.

Da ex direttore di rete, soffro nel veder smantellare un appuntamento capace di garantire una audience sicura. La Rai è un’azienda storica che dovrebbe tutelare i propri marchi iconici», così Freccero a Quotidiano nazionale il 30 agosto.

La pretesa indiscrezione sulla chat tra i leader Ue in realtà circolava già nel gennaio scorso, grazie all’autorevole testa Usa Politico, che ne aveva svelato anche il nome, Washington Group.

Freccero è un entusiasta, e sicuramente «si vede che è uno che ha studiato», di gran lunga una spanna sopra qualsiasi medio, e mediocre, dirigente tv. Però talvolta dà l’impressione che sulle sue indubbie buone letture ci «marci» un bel po’.

Come quando nella prefazione all’edizione italiana, Baldini&Castoldi 1997, de La società dello spettacolo di Guy Debord, fondatore del situazionismo (le immagini avrebbero surclassato il mondo reale, lo «spettacolo» sarebbe diventato «la principale produzione della società attuale»), Freccero conclude che siamo di fronte alla fine della storia, «il crimine perfetto che ha soppresso la realtà». Forte. Peccato che Le crime parfait, Il delitto perfetto – La televisione ha ucciso la realtà?, sia un saggio del 1995 a firma di Jean Baudrillard, saggista, sociologo, filosofo di cui peraltro Freccero è sempre stato appassionato cultore.

La tv della memoria e i successi di Rai 2

Lo Spettinato in fondo è l’ultimo dei mohicani sessantottini, «l’immaginazione al potere», «siate realisti, chiedete l’impossibile», obiettivo: épater le bourgeois, scandalizzare quelli che ben pensano. Dispensatore di perle di saggezza, come quella contenuta nel suo libro Televisione, Bollati Boringhieri, 2013: «Il passato non è mai completamente passato», e «può essere nuovamente fruito», tanto che «la nostra generazione è la prima a poter rileggere il proprio passato in veste di presente».

Freccero, con tutto il rispetto: è il potere dell’amarcord, la condivisione di ricordi collettivi, che segna il successo di Techetechetè e dei suoi derivati, anche per soddisfare i bisogni basici della platea della tv generalista, composta più da anziani che di giovani.

Tv della memoria che Freccero conosce bene, perché da direttore di Rai 2 ha tenuto a battesimo il boom di Anima mia, il programma del suo concittadino Fabio Fazio con la rivisitazione degli anni Settanta, con il contributo fondamentale delle cover dell’epoca firmate da Claudio Baglioni.

Freccero è così: bravissimo a cavalcare l’onda, a far parlare di sé e dei suoi programmi, tutti «intelligenti» per antonomasia, anche se il francofilo Freccero è colui che a Rai 2 portò in prima serata una gara tra vip canzonettari, Furore, format francese più adatto all’epoca alle tv commerciali di Silvio Berlusconi, dove Freccero ha mosso i suoi primi passi.

Dagli esordi in Fininvest al divorzio con Berlusconi

Aldo Grasso, Enciclopedia della televisione, Garzanti 1996: «Dopo anni di gloriosa militanza cinefila, fondatore del Movie Club di Savona, è approdato nel 1979 in Fininvest, dove ha iniziato la sua carriera analizzando il catalogo dei film Titanus che Berlusconi aveva comprato al prezzo di 50 milioni di lire cadauno».

«Sono perseguitato da questa storia», sbottò Freccero in quella puntata su La7 con Stanlio-Lerner e Ollio-Ferrara, in cui raccontò (senza che però gli venisse chiesto «perché?») come si interruppe il rapporto con il Cavaliere: «Era il 5 maggio 1992, alle 8 del mattino Berlusconi mi telefonò e mi disse: non possiamo più lavorare insieme, gli risposi che ero d’accordo», e amen.

Anni dopo dichiarerà: «Sono passato dal sogno di Radio Alice all’incubo di Arcore», come se alla corte del Berlusca lui fosse stato deportato in ceppi e catene, costretto con violenza a occuparsi di palinsesti che avevano veicolato «un quindicennio di regressione». Ingrato? In cerca di un riposizionamento? Oppure affetto da incessante nomadismo intellettuale?

I mille incarichi in Rai e la spinta provocatoria

Sia come sia, nel 1996 – con la vittoria dell’Ulivo di Romano Prodi – lo ritroviamo, oplà, direttore di Rai 2.

Fino al 2002, quando dopo il trionfo del Cavaliere alle politiche del 2001, deve togliere il disturbo.

Riuscendo a essere inviso alla destra per i programmi di Daniele Luttazzi e Michele Santoro, dichiaratamente avversi al Berlusca.

Ma finendo accusato pure dalla sinistra, per quelle stesse trasmissioni che avrebbero generato un moto di empatia con il sovrano di Arcore, proprio per la virulenza dei loro attacchi.

Fine dei giochi? Ma neppure per idea.

Freccero è un misirizzi, un gatto a sette vite.

2005: è co-autore del Rockpolitik di Adriano Celentano su Rai 1.

2007: diventa presidente di Raisat.

2008-2013: è direttore di Rai 4, incarico che accetta per poi tuonare: «Io relegato nello scantinato digitale della tv pubblica perché provocatorio e scomodo», e te pareva.

2015-2018: lo ritroviamo consigliere d’amministrazione Rai, in quota M5s, che lo consideravano un intellettuale di riferimento, non è chiaro se prima o dopo Tomaso Montanari.

2018-2019: eccolo di nuovo a capo di Rai 2. Dove sembra aver smarrito il suo tocco magico. Anche perché sulla sua strada troverà il sempiterno, equivicino (a chiunque governi) Bruno Vespa.

Lo scontro politico e la controinformazione degli ultimi anni

Nel 2019 – la cronaca è sul Corriere del 12 marzo – Freccero arriverà a battere i pugni sul tavolo davanti alla commissione parlamentare di vigilanza Rai: «Voi non lo sapete ma a viale Mazzini comanda ancora lui, pretende e ottiene di non avere controprogrammazione, e io mi sono dovuto inchinare».

Per poi sospirare: «Finalmente l’ho detto, è uscito fuori. So che pagherò per questo». Ma non sarà che l’attacco a Bru-neo è un’arma di distrazione di massa, per distogliere l’attenzione dai bassi ascolti di talk show quali Povera patria e Popolo sovrano?, gli chiederanno i commissari (leghisti). Insomma: non sarà che pure Freccero è démodé, passato di moda, con un’idea di tv «ferma a 15 anni fa»? «Mi chiamano per insegnare all’università, pubblico libri, ho il passaporto in regola per essere attuale sulla tv contemporanea», replicò piccato, e non senza ragioni, visto il livello, non certo superiore al suo, degli odierni inquilini della tv di Stato.

Negli ultimi anni, prima e dopo la pandemia, ha continuato a prendere posizione in direzione ostinata e contraria.

«Sono diventato patriota e sovranista, contro l’Europa della Germania».

«Il green pass è il primo passo per controllarci tutti, è il sistema dittatoriale cinese».

«Regna un pensiero unico, che non ammette neanche l’esercizio del dubbio», dando vita – su Covid e vaccini – a «un gruppo di controinformazione serio», ovvero la «Commissione dubbio e precauzione» insieme a Giorgio Agamben, Massimo Cacciari e Ugo Mattei.

Sono proprio curioso di vedere quali battaglie affronterà, nei prossimi 80 anni che gli auguro, il nostro Eduard Limonov.

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