Improvviso e folgorante, nel 2002 nacque un fenomeno musicale e mediatico. Quello di Yu Yu, nome d’arte di Giuditta Guizzetti, cantante italo-francese. In quell’anno la sua Mon petit garçon divenne un tale successo al punto che si litigava per averla ospite.
Lo spot pubblicitario della Lancia Y, quello con Eva Herzigova che si metteva la schiuma da barba nel viso, fu una straordinaria cassa di risonanza del brano. Seguì subito Bonjour bonjour, azzeccatissimo, con vasti consensi. Poi tutto ciò svanì, come una meteora in un cielo di stelle. Yu Yu tornò a essere Giuditta che si sentì sola da morire. Da qui il dramma dell’anoressia che non solo oggi è alle sue spalle ma è accaduto anche quello che pareva a lei stessa impossibile. Nel 2025 è tornata con un nuovo brano. Si racconta, serena, per non dire felice. Vive a Ibiza, nelle Baleari, con il compagno e i due figli.
Giuditta, ci racconti di cosa ti occupi oggi a Ibiza?
«Vivo qui da diciassette anni e adesso, da due anni, sono cuoca in un hotel e mi occupo della preparazione delle colazioni. Allo stesso tempo organizzo anche ritiri di yoga, cosa che qui funziona molto e porta anche parecchio turismo essendo Ibiza un punto energetico piuttosto potente».
Sei nata a Parigi nel 1976, mamma francese e papà bergamasco.
«A Parigi sono nata ma quando avevo circa un anno ci siamo trasferiti a Panamà, in Centro-America. Quindi la mia infanzia, da un anno fino a otto, la ricordo a Panamà, un po’ “selvaggia”, 50 anni fa non c’era molto. Andavo al collegio spagnolo. Poi ci siamo trasferiti, con la mamma e il papà, a Tokyo, in Giappone, e siamo rimasti due anni e mezzo».
Un cambiamento non da poco…
«Una cosa che mi fa sempre sorridere è ricordare che la più grande fatica di mia mamma è stata cercare di spiegarci che per andare in giro bisognava coprirsi, non solo per il clima ma anche per gli usi culturali del Giappone. A Tokyo studiavo nell’ambasciata francese le lingue francese e giapponese e poi siamo tornati a Bergamo».
Quanti anni avevi?
«Avevo circa 11 anni, i miei genitori si separarono già a Tokyo e mio papà è andato a vivere negli Stati Uniti. E quindi con mio fratello, che ha 4 anni meno di me, siamo rimasti un po’ a Bergamo. Nel frattempo ho fatto qualche esperienza anche a Washington D. C., dove abitava il mio papà».
E pertanto cosa accadde?
«In un viaggio di ritorno a Bergamo un colpo di fulmine, mi sono innamorata di un ragazzo che mi aveva convinto a restare a Bergamo per vivere questa storia. Decisi di fare l’assistente di volo. Infatti trovai subito lavoro, in Air Europe e poi in Gandalf, una compagnia bergamasca, anche perché la mia fortuna, in seguito a questi spostamenti, è stata che già a 11 anni parlavo 5 lingue. Il giapponese l’ho un po’ perso ma per un’assistente di volo parlare 4 lingue all’epoca era un bel vantaggio».
Certo. È vero che tuo padre ha fatto il diplomatico?
«A volte è stato scritto così ma lui era un rappresentante dell’Eni, e questo l’ha portato a spostarsi molto».
Il tuo tuffo nella musica che ti ha reso celebre com’è nato?
«Ho una mamma che è una musicista pazzesca e fin da piccola ho vissuto con sempre nell’orecchio le note che suonava. Poi è stato tutto un caso. Un mio amico mi chiamò per fare questo invito per una discoteca come fosse l’annuncio di una hostess. Mentre lo stavo facendo, negli studi di registrazione a Milano entrò il discografico, Pippo Lambro. Incuriosito dalla mia presenza, dal fatto che fossi mezza francese e abbastanza spigliata, mi ha chiesto se sapevo suonare. Nella sala di registrazione c’era una chitarra e ho suonato qualcosa. Li ho colpiti e due settimane dopo eravamo negli studi a incidere Mon petit garçon».
Divenne un tormentone…
«Quando l’abbiamo incisa e mandata alle radio non era stata accolta molto bene. Il successo è esploso quando è stata scelta dalla Lancia per fare la pubblicità con Eva Herzigova che si vestiva da uomo».
E poi, a ruota, Bonjour bonjour.
«Per assurdo è diventata ancora più famosa di Mon petit garçon».
Perché dici «per assurdo»?
«Perché, dopo un tormentone, non è facile che ce ne sia subito un altro. Ancor oggi Bonjour bonjour ha un grande successo, viene usata tantissimo, anche nei social».
In quel periodo hai conosciuto anche Giorgio Armani…
«Il momento che ho vissuto con Armani nella sfilata a Milano dove ero stata invitata proprio personalmente da lui per cantare Mon petit garçon è uno dei più belli che ho vissuto come Yu Yu. Ho il ricordo di una persona elegante, gentile e di una classe incredibile. Mi ha anche fatto le modifiche dell’abito che ho indossato durante questa sfilata».
A proposito, il tuo nome d’arte, Yu Yu, com’è nato?
«Non c’è niente di serioso, il mio fidanzato dell’epoca mi chiamava “Giùgiù”… Allora il discografico disse “carino” ma facciamolo diventare Yu Yu».
Quali problemi intercorsero nella gestione di questo successo così repentino?
«Sottolineo che ho sempre mantenuto i piedi per terra perché è stato talmente inaspettato e improvviso che, mentre andavo in televisione, ho continuato a fare la hostess. Non ci credevo né volevo farmi false illusioni. A un certo punto gli impegni aumentavano e ho dovuto lasciare la professione di hostess, ma sempre con un po’ di titubanza, con la paura del buio, del calo del sipario. “Prima o poi arriverà” pensavo. E infatti è arrivato quando siamo usciti con la terza canzone, tra l’altro una delle mie preferite, Que je l’aime…».
Andasti anche al Festivalbar…
«Ero stata anche nominata il personaggio televisivo dell’anno, ero ovunque, Costanzo voleva che fossi tre giorni a settimana ospite da lui, poi anche il fatto della moda, Piazza di Spagna, le trasmissioni di musica dell’epoca, tutte…».
Tuttavia…
«Ho sentito che stava un po’ scemando l’attenzione su di me e mi sono sentita improvvisamente fragile e abbandonata. Quando il telefono ti squilla cento volte al giorno e poi sempre meno, sempre meno, entri in una solitudine che nel mio caso è stata devastante».
Hai raccontato questa dura prova nel tuo diario edito da Aliberti Il cucchiaio è una culla. L’anoressia… Il problema era legato al venir meno della ribalta o c’era dell’altro?
«Sarebbe scorretto dire che sia stato solo questo che mi ha portato a essere anoressica. L’anoressia nasce per molti motivi e, in analisi e negli anni che ho fatto in cura, sono emersi disagi interiori che con Yu Yu non c’entravano niente. Però sicuramente il fatto di aver vissuto questa notorietà improvvisa con un cambio di vita incredibile e poi l’essermi sentita abbandonata ha aperto dentro di me cassetti, ferite, emozioni che mi hanno fatto entrare in questo terribile tunnel».
È corretto dire che se non ti fossi trovata sotto tanti riflettori ciò non sarebbe accaduto?
«Assolutamente sì, è stata la molla, perché piano piano ho iniziato non più ad apparire ma a scomparire. Il non mangiare rifletteva tutto ciò che stavo vivendo. Di fronte allo specchio non mi vedevo più».
Quanto durò questo periodo?
«Tanto, circa 5 anni. Sono stata in analisi, entrata e uscita dagli ospedali di mezzo mondo. Maurizio Costanzo, molto preoccupato per la mia salute, perché stavo molto male, mi aiutò facendomi andare al Centro disturbi alimentari di Todi, dalla dottoressa Laura Dalla Ragione. Sono stata ricoverata 4 mesi e finalmente ne sono un po’ uscita, ho scritto il libro, ho ripreso peso uscendo un po’ dal pericolo di vita…».
Il tuo peso corporeo a che punto giunse?
«Ero arrivata a 35-36 chili. Diventa anche una cosa fisica. Il corpo non riesce più ad alimentarsi. Ci vuole aiuto perché da soli è molto difficile».
Qualcuno avrebbe potuto aiutarti attraverso un sostegno amicale, affettivo?
«Io credo che se in quel momento non fossi andata al Centro di Todi in questo momento non staremmo qui a parlare al telefono. Ero arrivata al limite. La dottoressa mi disse “Giuditta, devi decidere: o vivi o muori”».
Ritieni che lo star system ti abbia usata senza scrupoli?
«Non mi sono mai sentita sfruttata, mai, perché comunque mi sono sempre divertita e l’ho vissuta sempre bene. Non ce l’ho con nessuno, è un mondo che funziona così. Che poi il sistema sia duro, aggressivo, acerrimo è così… Oggi ancora di più».
Hai due figli, giusto?
«Sono nati e cresciuti entrambi qui a Ibiza, Nina ha 13 anni e Tomas 7. Guardandoli mi rivedo da piccola a Panamà, per la vita all’aperto, il contatto con la natura, stiamo a 3 minuti a dal mare. Ritengo giusto che tra qualche anno Nina prosegua gli studi in un’altra città, Valencia, Madrid, Barcellona… Viviamo tutti insieme, anche con il loro papà, è tutto a posto».
Nel maggio 2025 sei riapparsa con un nuovo disco, una rivisitazione in chiave moderna di La Bohéme di Charles Aznavour.
«Quando il mio discografico di Mon petit garçon, dopo 25 anni, mi ha chiamato per chiedermi questa interpretazione mi si sono illuminati gli occhi. È una canzone che mi piace molto, mia nonna, parigina, era molto legata ad Aznavour, è stata una cosa astrale che mi ha trasportato in questo progetto e l’ho vissuto con molta serenità, senza alcuna aspettativa e con i piedi ben saldi. Mi sono divertita tantissimo perché ho rivissuto certe belle emozioni. Registrata a Milano e video a Ibiza».
Potrebbe esserci, in futuro, qualche altra canzone di Yu Yu?
«Non posso nascondere che ogni tanto sorrido ripensando a certi momenti e qualche altra canzone mi piacerebbe cantarla. Mai dire mai Roberto, quando una persona smette di sognare smette tutto il gioco. Perché no?».
E se capitasse un altro successo super?
«Mi divertirei come una pazza ma serenamente, mi godrei solo il momento».
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