Alessandro Campi
Alessandro Campi (Imagoeconomica)

Se persino un tassista di Bombay associa istintivamente l’Italia al nome di Machiavelli, c’era da scommettere che le nostre istituzioni avrebbero colto al volo l’occasione dei 500 anni dalla morte del padre della scienza politica per celebrare la sua esistenza. E invece no: mentre il resto del mondo occidentale rispolvera la Mandragola, conia francobolli e produce docufilm, il Parlamento italiano si conferma fedele alla distrazione bipartisan.

La legge per istituire il comitato nazionale del Cinquecentenario machiavelliano si è arenata e il rischio che nel 2027 faremo la figura dei dilettanti globali è ormai alto. Ne parliamo con lo storico delle dottrine politiche Alessandro Campi, che con tanto volontariato e zero fondi pubblici ha deciso di aprire il «Cantiere Machiavelli» per salvare il salvabile.

Il Cinquecentenario di Machiavelli senza un comitato nazionale

Professore, la proposta di legge per approvare l’istituzione del comitato per il Cinquecentenario di Machiavelli sembra arenata.

«L’idea era di fare – come si è fatto per Dante, Colombo, San Francesco e altri grandi italiani – un comitato nazionale finanziato con legge dello Stato, votato dal Parlamento sull’arco di tre anni, con convegni, mostre, emissioni filateliche. Machiavelli è il più grande scienziato della politica che il mondo abbia mai avuto, studiato in ogni università del pianeta. È probabilmente l’autore italiano più famoso al mondo. Se ferma un tassista a Bombay, magari non ha mai sentito nominare Dante Alighieri, però il nome Machiavelli lo ha sentito: è entrato nella cultura popolare».

Il 2027 rischia di arrivare senza una vera celebrazione ufficiale.

«Sì. E mi sembra una cosa tanto più incomprensibile perché parliamo di un anniversario tondo: 500 anni. Il Principe è il libro italiano più tradotto al mondo insieme con Pinocchio, in tutte le lingue, anche le minori. Mi sembrava scontato che si facesse qualcosa».

C’è tempo per recuperare?

«Mi hanno detto che la legge è stata messa in calendario. Non serve discuterla, basta votarla. Tenga presente che i festeggiamenti inizieranno simbolicamente il 1° gennaio del 2027. In teoria si potrebbe ancora fare, ma siamo in enorme ritardo. E verremo giudicati negativamente dal resto del mondo».

All’estero, invece, che cosa sta accadendo?

«A livello internazionale si stanno già mettendo in cantiere una quantità enorme di iniziative. Arte, il canale televisivo franco-tedesco, ha realizzato un docufilm su Machiavelli al quale ho collaborato. È già stato venduto in tutto il mondo, spero che anche la Rai lo abbia comprato. In America stanno organizzando convegni, pubblicazioni, allestimenti teatrali, rappresentazioni della Mandragola, emissioni filateliche. Io dubito, ad esempio, che nel programma delle emissioni filateliche italiane per il 2027 abbiano inserito un francobollo commemorativo su Machiavelli. Il risultato è che sull’autore italiano più famoso al mondo faremo sicuramente qualcosa – noi con la comunità scientifica italiana ci siamo mossi da anni- ma non ci sarà un coordinamento centrale».

Ecco il punto: senza lo Stato, nasce il vostro «Cantiere Machiavelli».

«Con la Giunta Storica Nazionale sto curando la ripubblicazione dei tre volumi della mitica biografia di Machiavelli scritta da Pasquale Villari, ormai introvabile. Poi c’è il documentario che uscirà il prossimo anno. Si sta muovendo il Comune di San Casciano. Altri colleghi stanno organizzando seminari e convegni. Però sarà una cosa un po’ basata sul volontariato, senza una regia, un coordinamento. Tenga presente che gli ultimi tre grandi centenari machiavelliani, quelli del 1869, 1927 e 1969, furono grandi celebrazioni statali, con un comitato nazionale e un grande impegno delle istituzioni. Arrivati al 2027 si è creato questo buco della memoria».

Machiavelli, identità nazionale e memoria collettiva

Un buco bipartisan?

«Sì, non ne faccio una questione di colpa politica. Parliamo di un patrimonio nazionale condiviso. È una figura super partes, fa parte del Pantheon nazionale. Ma è veramente una distrazione colpevole. E un’opportunità mancata: questi anniversari sono sempre l’occasione per fare uno scatto in avanti nella lettura e nell’interpretazione».

Anche nell’identità nazionale?

«Certo, considerato che c’è tutta questa concentrazione sui fattori identitari. Nel lavoro fatto su Machiavelli nel Risorgimento si capisce bene quanto, in quell’epoca, la sua riscoperta sia stata fondamentale per la costruzione di un’identità nazionale e culturale che ha poi portato all’indipendenza e alla nascita dell’Italia unita. Nel frattempo l’abbiamo dimenticato. Con tutto il rispetto per la cipolla di Tropea e per il caciocavallo, che sono fattori identitari importanti, forse sul piano immateriale Machiavelli è più importante del lardo di Colonnata… (sorride, ndr). Ci si riempie la bocca di identità, sovranità nazionale, memoria collettiva… abbiamo un autore che ci consentirebbe di fare un ragionamento importante».

Il vostro Cantiere ha ripubblicato anche Chabod.

«È un famosissimo saggio di Federico Chabod degli anni Trenta. Fu il primo grande storico italiano a porsi il problema di studiare Machiavelli nel contesto della sua epoca, evitando di forzarne il pensiero per ragioni politico-strumentali. Chabod dice che Machiavelli è un uomo del Rinascimento e va studiato come tale, spiegando che il Fiorentino riesce a fare un’analisi disincantata, anche cruda, dei meccanismi della politica e del potere. Da questo punto di vista Machiavelli, dice Chabod, è un autore molto moderno: si libera dell’ipoteca del pensiero religioso e comincia ad avere un approccio laico allo studio della storia e della politica. È stato un teorico della politica, ma è stato anche un pratico della politica, pienamente coinvolto nelle lotte del suo tempo».

E poi c’è stata la sua riscoperta nell’Ottocento.

«Machiavelli ha avuto un momento di declino: nel Seicento era considerato un autore maledetto, oggetto di interdetto religioso e ideologico. Nell’Ottocento invece lo si riscopre come anticipatore dell’unità nazionale. Viene ristampato e tutti i grandi autori italiani lo leggono e lo commentano: Leopardi, Foscolo, Manzoni. Diventa un pezzo fondamentale del Pantheon italiano, uno dei grandi padri della letteratura insieme con Dante e Boccaccio. Nel 1869 c’è il primo grande centenario, festeggiato in pompa magna. E da lì si è continuato, fino ad arrivare al 2027».

Perché la politica si è dimenticata di Machiavelli

Perché non si è trovato il tempo di approvare questo comitato?

«Voglio trovare delle giustificazioni: la crisi economica, la guerra in Ucraina, l’instabilità. Però, paradossalmente, proprio per questa ragione bisognerebbe avere punti fermi, momenti di convergenza culturale. Ora, si sopravvive lo stesso e sopravvive anche Machiavelli, però è un brutto segnale».

Forse è stato un errore anche politico aver lasciato l’iniziativa a una sola parte politica (Fdi)?

«Forse sì, poteva essere presentata come proposta bipartisan. Però la sostanza non cambia: è una legge istitutiva per le celebrazioni di Machiavelli. Non è il comitato per Italo Balbo, sul quale i partiti possono irrigidirsi o votare contro. È il segnale di una classe politica che non riesce ad avere un momento di raccoglimento».

Se Machiavelli si svegliasse oggi, come leggerebbe il nostro disordine geopolitico e l’Europa alle prese con le grandi crisi?

«Il conflitto per Machiavelli è una condizione strutturale, però va governato. Le grandi potenze sono tali se riescono a essere fattori di ordine: lui lamenterebbe che oggi sono diventate esse stesse fonte di caos».

E l’Europa?

«Machiavelli credeva moltissimo nella forza delle istituzioni: l’ordine politico lo garantiscono le buone leggi prima ancora che le buone armi. Riterrebbe che i regolamenti europei non sono sufficienti a governare questi grandiosi processi, dall’immigrazione all’energia. E che l’Europa è una grande macchina burocratica alla quale non corrisponde una forza politico-istituzionale effettiva. Lamenterebbe l’eccesso di idealismo e di retorica: appena il quadro internazionale è cambiato, si è scoperta la debolezza dell’europeismo verboso».

«Oggi uno come Machiavelli forse non potrebbe pubblicare nulla»

Diritti, cultura woke, ecologismo: come li guarderebbe il Fiorentino?

«Con un po’ di divertimento, anche perché rischierebbe di finirne stritolato: era uno spirito autenticamente libertino e dissacratore, tutt’altro che conformista. Oggi c’è un eccesso di moralismo, anche dietro alla cultura woke. C’è l’idea che certe idee non possano essere ammesse, e tutto questo si risolve in forme di censura che Machiavelli subirebbe sulla sua pelle. È un grande paradosso dell’epoca contemporanea: per garantire maggiore libertà e diritti, si va verso forme che di fatto limitano le libertà individuali. Lui ci ha mostrato cosa sia veramente la libertà di pensiero: nulla si può censurare se si ha la capacità di argomentarlo. Oggi uno come lui, che se la prendeva con i preti, forse veramente non potrebbe pubblicare nulla».

E i leader di oggi? Chi incarna l’astuzia della volpe e la forza del leone?

«Non lo so, ce ne sono diversi che ambiscono ad esserlo. Però sono leader che sono quasi tutti prigionieri – da Trump a Putin – delle loro ossessioni, dei loro vizi e delle loro ambizioni».

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