In stazione il carico di balle dell’Anm: «Temi che la politica ci controlli? Vota no»
Pronti a tutto, anche a mentire, pur di arrivare al risultato. L’obiettivo del Comitato del No è convincere gli elettori a recarsi al referendum per votare contro la riforma della giustizia approvata in Parlamento. Disinnescare le tesi del Sì portando gli argomenti di chi è contro. Almeno dovrebbe essere così, eppure sorprendono i mezzi utilizzati dal Comitato del No. «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? Al referendum vota no», si legge a caratteri cubitali su un manifesto appeso in stazione Centrale a Milano. Una menzogna che può far presa su chi di giustizia sa poco o nulla.
A denunciare il fatto per primo, Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale «Sì Riforma». «Dal fronte del No continuano a fioccare falsità plateali», accusa. Poi spiega: «Un’associazione che si proclama paladina della Costituzione non può fondare la propria campagna su paure inventate. Così facendo, l’Anm arreca un danno grave all’articolo 48 della Costituzione, che tutela il diritto dei cittadini a votare in modo libero e consapevole, non sotto il ricatto della falsa propaganda. Il confronto politico è legittimo. La manipolazione no». Una vera e propria fake news che non supererebbe alcun fact checking, di quelli che tanto piacciono alla sinistra. Non le manda a dire, come è giusto che faccia il promotore del Sì, ma a indignarsi sono in moltissimi. Per il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè si tratta della «madre di tutte le menzogne». Critiche che arrivano anche dalle opposizioni: «Onestamente non pensavo che un comitato promosso da magistrati arrivasse a usare tali metodi», commenta Luigi Marattin, deputato e segretario del Partito liberaldemocratico.
Per l’ex magistrato di Mani pulite ed ex guardasigilli Antonio Di Pietro, si possono «capire i colpi bassi che la propaganda politica ci riversa ogni giorno per far passare per valide le proprie idee. Ma che anche i magistrati si mettano a raccontare bugie pur di inoculare nei cittadini elettori l’errata convinzione che la riforma costituzionale sulla separazione delle carriere metterebbe i magistrati sotto il controllo politico è di ben altra gravità. È molto più ingannevole, perché l’Anm sta approfittando della credibilità intrinseca che giustamente aleggia da sempre intorno alla figura del magistrato per far credere ai cittadini quel che è utile ai loro interessi di bottega. Spiace che a truccare le carte siano proprio quelli a cui affidiamo ogni giorno il nostro destino convinti che non barino mai». Severo Di Pietro, ma innesca un ragionamento cruciale: possibile che chi ci giudica menta?
Francesco Petrelli, presidente dell’Unione camere penali italiane, ha spiegato che «l’articolo 104 della Costituzione, che sancisce l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario da ogni altro potere, non viene in questo minimamente modificato. L’articolo 101, comma secondo, secondo cui il giudice è soggetto soltanto alla legge, resta intatto. Parlare di giudici assoggettati alla politica significa fingere di ignorare il testo di riforma costituzionale, sperando che lo facciano anche i cittadini». E infine chiosa: «Ci si presenta come tecnici, ma si agisce da politicanti. Ci si invoca come garanti, ma si utilizzano slogan che deformano la realtà. Non è informazione, è un uso improprio dell’autorevolezza istituzionale».
Impacciata la risposta del Comitato del No: «Da Zanon lettura fuorviante della nostra campagna», commenta il presidente onorario del Comitato referendario «Giusto dire No» Enrico Grosso, che insiste: «Gli elettori hanno il diritto di sapere che il principio di autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica viene profondamente e irrimediabilmente messo in discussione dalla legge Nordio, tanto da rimanere un simulacro vuoto».
Senza pudore Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile: «Le reazioni dei Comitati per il Sì suggeriscono che i cartelloni colpiscono nel segno».
Mezzi e mezzucci, mentre prosegue il vero piano per compromettere una riforma fortemente voluta dagli italiani. Non si è ancora chiusa la quadra, infatti, sulla data del voto. L’ultima decisione spetta al capo dello Stato, ma il sospetto sollevato da Alessandro Sallusti su queste colonne è legittimo e centrato. Far slittare il voto significa soprattutto indirizzare la rielezione del Csm, perché se la riforma dovesse entrare in vigore troppo a ridosso del rinnovo dei componenti del Consiglio, questi potrebbero essere legittimati a chiedere che si voti con le vecchie regole (quelle legate alle correnti per intenderci) assicurando un altro giro di boa alle solite toghe politicizzate. Quelle vere però.







