
Gli interventi sul referendum della giustizia si stanno moltiplicando e offrono continui spunti di riflessione. E, dopo un inizio che sembrava quasi a senso unico, molti colleghi, orientati a votare Sì, stanno legittimamente esprimendo la loro opinione e sviluppando le loro argomentazioni. È un bene per chi vuole approfondire e votare con consapevolezza.
di Catello Maresca, Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Ho molto apprezzato, sul punto, le posizioni del collega D’Avino, oggi procuratore di Parma, con cui ho avuto la fortuna di lavorare qualche anno fa, quando eravamo entrambi alla Procura antimafia di Napoli (articolo pubblicato sulla Verità del 18 gennaio). Mi ha confermato, con motivazioni lucide e convincenti, una impressione, sorta ascoltando i sostenitori del No.
Soprattutto dopo il contestatissimo manifesto, apparso in alcune stazioni italiane, sul presunto intento di sottomettere la magistratura alla politica, mi è sembrato che si fosse superato il limite della correttezza istituzionale, nel pur aspro dibattito in corso.
I romani, a cui si deve la nascita del diritto delle civiltà moderne, sostenevano che «cogitationis poenam nemo patitur», vale a dire che: «Nessuno può essere punito per un semplice pensiero». Oggi, si parla di processo alle intenzioni per indicare una valutazione, quasi sempre di condanna, che si fonda sulla supposizione delle intenzioni del soggetto sottoposto al giudizio, indipendentemente da suoi comportamenti o da suoi atti concreti. In sostanza, questo accade quando si tende ad accusare qualcuno per ciò che si presume voglia o volesse fare, e non per ciò che ha effettivamente fatto. Ovviamente, in ambito giuridico, dove contano le prove sui fatti e non sulle mere intenzioni, fare un processo alle intenzioni è considerato assolutamente scorretto.
Io non ho condiviso la discesa in campo della magistratura associata contro la riforma della giustizia, perché mi sarei aspettato una più cauta e tranquillizzante posizione di rispettosa attesa delle decisioni dei rappresentanti del popolo, che nel nostro sistema costituzionale sono i parlamentari, e, nel caso di specie, anche degli stessi italiani, direttamente chiamati ad esprimersi tra poco col referendum. Ma tant’è, la scelta è stata diversa e diffusamente condivisa dai rappresentanti di categoria, per cui non si può che prenderne atto.
Quello che, però, potrebbe ragionevolmente aspettarsi da chi ha fatto, fa e dovrà continuare a fare dell’applicazione del diritto «in nome del popolo» il fondamento del suo agire professionale quotidiano, sarebbe un corretto esercizio del potere che si è scelto di esercitare.
Il rischio è davvero elevato Scendere in campo significa, infatti, già aver compiuto la propria scelta irreversibile, senza volontà, né capacità, forse, di ripensamento. E i toni, a tratti, si avvicinano proprio a quelli usati per i processi.
caccia alle streghe
Il campo è quello del giudizio sulle scelte del Parlamento ed in questo contesto si è deciso di fare la parte del peggior esempio di pubblico ministero; quello che ha già in tasca la soluzione, che è già convinto che l’indagato abbia sbagliato e vada condannato, senza se e senza ma. Si tratta di una scelta quantomeno bizzarra, perché si vestono i panni di quel pubblico ministero, di cui, almeno dichiaratamente, si sostiene di voler difendere l’indipendenza. Sì, proprio di quei magistrati che hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla giustizia, coi loro eccessi, mascherati da autonomia, che, invece, sarebbe stato quantomeno opportuno stigmatizzare e da cui si sarebbe dovuto prendere le distanze.
E, così, presi dal sacro fuoco di chi si è autoproclamato portatore assoluto di verità e di ragione, si sta compiendo, sommessamente credo, l’errore più grave: ci si sforza, proprio come quei pubblici ministeri (fortunatamente non tanti), innamorati delle loro incrollabili convinzioni, di trovare a tutti i costi argomenti sostenibili, anche travalicando le regole stesse del giudizio.
Con l’Illuminismo, soprattutto grazie a Cesare Beccaria, il cui pensiero si può ritrovare nelle pagine del suo Dei delitti e delle pene, si afferma con forza l’idea, fino ad allora assolutamente non scontata, che lo Stato non possa giudicare l’interiorità dell’individuo, ma solo dei suoi comportamenti sulla base di solide prove. Punire le intenzioni porta all’arbitrio del potere, proprio dei sistemi nei quali il sospetto vale quanto la prova e la presunta pericolosità morale giustifica di per sé sola la punizione. È qui, quasi 300 anni fa, che nacque l’idea moderna che il «processo alle intenzioni» fosse tipico dei regimi ingiusti. Continuare ad arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di elementi, almeno lontanamente indizianti, a me sembra evocare più che un giusto processo, lontani ricordi più prossimi alla caccia alle streghe.
Valga per tutti l’esempio della discussione sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, che è uno dei cardini della riforma.
I sostenitori del No, e quindi, in primis, la magistratura associata, sostengono tra le altre cose che sarebbe inutile, perché di fatto già insita in un sistema in cui negli anni, a furia di ostacoli e divieti, il passaggio tra funzioni è diventato quasi impossibile. Niente di più vero! Ma appunto tra funzioni e non di carriere. La confusione che si ingenera tra separazione di funzioni e di carriere (voluta?) tradisce le intenzioni. Se, infatti, già ci fosse la separazione non si comprende perché, se si è davvero contrari, non si è manifestata con forza tale convinzione contro chi, come la ministra Cartabia, quella separazione l’ha realizzata, inserendola in maniera addirittura subdola, senza fare ricorso a riforme costituzionali. Se la separazione la attua di fatto una ministra va bene; se, invece, la propone apertamente un altro no? Allora forse si tratta di cose ben diverse? E la separazione delle carriere (non delle funzioni), allora, serve davvero ad assicurare la terzietà del giudice, già riconosciuta dalla Costituzione.
E vi è di più. Non comprendo sinceramente perché, se davvero, come sostengono i comitati per il No, il malcelato intento del legislatore sia quello «di mettere il pubblico ministero sotto al governo», o «ridurre il potere della magistratura», o qualche altro nascosto proposito complottista, questa maggioranza, la più solida della storia del nostro Paese, non di sinistra, proprio oggi, si lascerebbe scappare questo obiettivo, rimandando il raggiungimento del risultato a domani o dopodomani o a quando, chissà, presumibilmente gli equilibri politici saranno molto più complicati o, addirittura, non ci sarà più una maggioranza che la pensa allo stesso modo.
un punto di partenza
E un’altra circostanza mi induce ancora a riflettere. Non ho mai fatto processi alle intenzioni e nel mio ruolo di pubblico ministero ho cercato, sicuramente non riuscendoci sempre, di non innamorarmi delle mie posizioni e di lasciare sempre uno spazio al dubbio. Io non so se le intenzioni della maggioranza dei parlamentari che hanno votato la riforma siano tutte, o in parte, e in che quota parte, punitive per la magistratura, o ispirate a sentimenti di rivalsa o prevaricazione della politica sulla magistratura, e, devo dire la verità, non mi interessa più di tanto. E, se anche così fosse, mi dispiacerebbe umanamente solo per chi avesse tale bassa considerazione delle istituzioni.
Quel che conta, però, è ciò che è stato scritto nero su bianco (i loro comportamenti, eventualmente censurabili, aldilà delle intenzioni) e ciò che possa derivare da una riforma che, comunque vada, segnerà un passaggio epocale per il sistema giustizia in Italia, anche per effetto della chiara discesa in campo dell’Associazione nazionale magistrati che nell’immaginario collettivo rappresenta tutta la magistratura. Anche per questo ribadisco di non aver condiviso tale posizione. Il referendum sta diventando, infatti, una questione di tifoseria.
E, se il popolo voterà No vorrà dire che si sarà schierato dalla parte dei magistrati, condividendone l’agire e le preoccupazioni. E questo realisticamente non potrà che portare ad una sostanziale prosecuzione dello stato attuale della giustizia in Italia. Se voterà Sì, invece, il popolo deciderà di cambiare rotta, di scegliere un modello di magistratura diversa, auspicando un sistema giustizia migliore. E a quel punto, agendo in nome del popolo, i magistrati dovranno contribuire a costruire qualcosa di diverso che non potrà, comunque, funzionare senza di loro.
Dopo la riforma, nella eventualità che sia approvata, bisognerà pensare alla giustizia, alle carceri, alla sicurezza, all’antimafia. Sarà solo un nuovo inizio.
Quando sono entrato in magistratura, ormai nel lontano 1999, ho avuto netta l’impressione di un meccanismo farraginoso, a tratti illogico, spesso incomprensibile per i cittadini. Col tempo è cresciuta in me la consapevolezza di trovarmi in un sistema poco efficiente, in cui dovevi attrezzarti sostanzialmente da solo per provare a raggiungere degli obiettivi. E, pensate come possa essere complesso continuare a fare con coscienza il proprio lavoro, anche quando ti rendi conto di far parte di un sistema che funziona a singhiozzo o, a tratti, non è affatto adeguato. Quando vedi che molte decisioni, anche strategiche, sembrano dettate da criteri tutt’altro che lineari e spesso per nulla orientati alla funzionalità del servizio giustizia. E poi scopri il caso Palamara e all’improvviso ti sembra tutto più chiaro.
Eppure, si va avanti moltiplicando gli sforzi, fondamentalmente perché ci credi, perché sei cresciuto nel mito di Falcone e Borsellino, e speri, comunque, che prima o poi cambi qualcosa.
Ma sono passati governi e ministri e, se possibile, la situazione è anche peggiorata, fino all’apoteosi del disastro Cartabia.
Ecco, forse con la riforma questo momento dell’inversione di rotta sta arrivando. E la speranza è che questo non sia un punto di arrivo, ma solo quello di partenza per una giustizia vera, più giusta e più equa per tutti.
Perché una convinzione credo possa essere condivisa, almeno questa. E cioè che non c’è sicurezza senza giustizia, non si può aspirare ad un progresso sano senza giustizia. Non serve a nulla parlare ai ragazzi e praticare l’antimafia, se poi la giustizia non funziona. E potrei continuare per ore, passando per la sanità, per la tutela dei più deboli, e via dicendo.
La giustizia giusta in un Paese è tutto ed è quello a cui tutti dobbiamo aspirare.





