Piero Calamandrei, insigne giurista, antifascista e tra i padri della Costituzione, lo aveva intuito con largo anticipo. Nei lavori preparatori dell’Assemblea costituente, nell’autunno del 1947, si trova una chiave di lettura ancora oggi attuale del dibattito sulla riforma della giustizia.
Durante la discussione sulla composizione del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura previsto dall’articolo 104 della Costituzione, Calamandrei espresse forti perplessità sull’idea di affidare ai magistrati l’elezione dei membri del Consiglio. «Io temo che con questo sistema si introducano nella magistratura le competizioni elettorali, con candidature, programmi e propaganda. Si rischia che anche nella magistratura sorgano gruppi organizzati che si contendano i voti», avvertì nel corso del dibattito. E spiegò con chiarezza la ragione della sua preoccupazione: «La magistratura deve restare fuori dalla lotta politica; non sarebbe opportuno abituare i magistrati a formare gruppi elettorali».
All’interno della Costituente esistevano posizioni diverse su come individuare i membri del Consiglio superiore della magistratura. Alcuni costituenti sostenevano il sistema dell’elezione, altri preferivano la designazione o meccanismi diversi di selezione. Alla fine, prevalse l’opzione elettiva: il rischio paventato da Calamandrei fu ritenuto remoto e difficilmente realizzabile. La storia, però, ha mostrato uno scenario diverso. Nel tempo, si è sviluppato un sistema di correnti organizzate all’interno della magistratura che ha inciso profondamente sul funzionamento del Csm. Un fenomeno che gli osservatori più attenti indicano come una delle cause dell’alterazione dell’equilibrio istituzionale immaginato e voluto dai Costituenti.
Quando si parla di «deriva correntizia», infatti, non ci si riferisce soltanto a episodi tristemente simbolici come quello dell’Hotel Champagne (in cui si riunirono Luca Palamara, magistrati e politici per discutere di nomine, ndr), ma a una trasformazione più profonda. Per effetto di questa stortura, l’idea della magistratura come potere diffuso e indipendente ha progressivamente lasciato spazio a un sistema di gruppi organizzati e spesso ideologicamente caratterizzati. Il risultato è stato un indebolimento dell’equilibrio tra i poteri, disegnato dalla Costituzione. Una questione seria che rischia, però, di essere ridotta a semplice scontro politico o a terreno di contrapposizione ideologica.
Eppure lo stesso Calamandrei, nei suoi scritti e nei suoi interventi, aveva ricordato che la Costituzione non è un meccanismo automatico: «Non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sola», ammoniva. Per funzionare, infatti, ha bisogno di responsabilità, lungimiranza e partecipazione civica. La sfida, oggi come allora, è capire se il sistema istituzionale sia in grado di correggere le proprie distorsioni e recuperare lo spirito originario della Carta costituzionale. La posta in gioco è enorme e non riguarda soltanto l’organizzazione della giustizia, ma la tenuta complessiva dell’equilibrio democratico del Paese. La Carta fondamentale respira e può essere modificata seguendo lo schema che essa stessa si è data all’articolo 138. È successo già più di 40 volte.
Quello che è immorale e ignobile è usarla come arma di propaganda, trasformando il referendum in un plebiscito pro o contro Giorgia Meloni, svuotandolo di ogni contenuto giuridico. È vergognoso e, a tratti, ridicolo agitare lo spettro del fascismo, quando votano Sì un presidente emerito della Corte costituzionale, un esercito di costituzionalisti e metà della classe dirigente del Partito democratico degli ultimi trent’anni.
Chi vuole mettere la Costituzione sotto una lastra di vetro non intende proteggerla. La soffoca. La lascia com’è, pur essendo consapevole dei sopravvenuti limiti, solo perché gli conviene ed è funzionale ai propri interessi. Quei padri e quelle madri costituenti non volevano adoratori. Volevano figli capaci di fare ciò che loro stessi fecero: guardare la realtà e avere il coraggio di cambiarla.
Svolta epocale. Con il referendum siamo di fronte ad una svolta epocale per il nostro Paese, ad uno di quei momenti in cui si scrive la storia. Lo dico senza enfasi. E sarebbe, davvero, un peccato perdere questa opportunità per tatticismi o calcoli politici, condannando la giustizia ad altri decenni di agonia.
L’asprezza dei toni della discussione a cui si è arrivati e le tante posizioni aprioristiche, da un lato e dall’altro, dimostrano che, ormai, il punto focale è, purtroppo, diventato un altro.
Non più la riforma sacrosanta di una giustizia agonizzante, ma un pro o contro il governo. E questo è davvero un peccato mortale. Si tratta di un errore che il nostro Paese potrebbe pagare per i prossimi decenni.
Un sistema giudiziario come il nostro non offre garanzie agli investitori, soprattutto stranieri. Mina la stabilità e condiziona in negativo l’economia e lo sviluppo. Oltre alle più comuni e non meno gravi storture nei casi di tutti i giorni. E questo è un dato incontrovertibile ed uniformemente accettato anche dai detrattori della riforma.
Il dibattito anche acceso, dopo un iniziale muro contro muro di natura eminentemente ideologica, ha fatto venir fuori poche criticità legate, soprattutto, ad una sfiducia verso le cosiddette leggi e i decreti di attuazione. Sintetizzando, il punto è questo: poiché l’attuazione dei principi costituzionali sarà fatto dalla attuale maggioranza, c’è il pericolo che possa farla a proprio uso e consumo per provare a condizionare la magistratura.
Per il resto, pure con i dovuti distinguo, non mi sembra che le obiezioni sull’impianto normativo siano insuperabili. Anche chi oggi critica aspramente, almeno una volta nel recente passato ha sostenuto l’ineludibilita’ di una riforma, la necessità della separazione delle carriere e finanche quella del sorteggio per i membri del Csm, soprattutto dopo i fatti dell’hotel Champagne. E, forse, siamo ancora in tempo per un richiamo ad un atto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche in campo, affinché non vada persa questa straordinaria occasione. Non solo stemperando i toni, ma provando a tracciare residui percorsi unitari nel processo di attuazione della riforma.
La discussione si sta concentrando, con posizioni diverse, sul metodo di composizione dell’elenco, da cui saranno estratti a sorte i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte di Disciplina. Al netto di una quota di magistrati, che tende naturalmente a difendere le proprie prerogative (cosa purtroppo che ci sta, ricordando a me stesso lo sciopero dell’Associazione nazionale magistrati nel dicembre del 1991 contro il disegno di legge di Giovanni Falcone che istituiva la procura nazionale antimafia), i principali detrattori della riforma insistono, dicendo che sarà il modo con cui la politica controllerà i magistrati.
Ho già più volte ribadito, anche su questo giornale, come le quote riservate ai magistrati (2/3 nei Csm e 3/5 nell’Alta Corte) siano già esse sole una garanzia, ma forse sarebbe più rassicurante per tutti qualche impegno ulteriore anche sul prosieguo del processo riformatore.
Come avviene oggi, infatti, il sistema elettorale (con la riforma sarà di designazione) dei componenti dei tre organi (i due Csm e l’Alta Corte) sarà stabilito da una legge (oggi è la n. 195/1958, che andrà evidentemente modificata).
È auspicabile che si possano, già oggi, individuare quali criteri saranno seguiti per formare il famoso elenco da cui saranno estratti i componenti laici. Ritengo che naturalmente ci sarà un metodo che assicuri la rappresentatività parlamentare, proprio come accade oggi. Un criterio diverso rischierebbe, infatti, almeno, di avere censure pesanti da parte del Presidente della Repubblica. Ma, un impegno in tal senso da parte della attuale maggioranza forse servirebbe a rasserenare gli animi e sicuramente a smascherare anche qualche polemica, chiaramente strumentale e stucchevole, che non fa bene al Paese.
Sarebbe utile, ad esempio, sapere che si sta ragionando e lo si farà con tutte le forze politiche e gli attori istituzionali interessati, su un elenco formato da 100 (o più) professori universitari in materie giuridiche ed avvocati con anni di esperienza; che in questo elenco saranno inseriti nomi di alto profilo, indicati da tutte le forze parlamentari (come accade oggi nell’elezione diretta dei membri del Csm) secondo il principio della rappresentanza popolare. Il livello della discussione potrebbe tornare a quello che si confà ad una riforma costituzionale di tale importanza.
Potremmo discutere nei prossimi giorni se aveva ragione o meno l’Assemblea costituente a ritenere fondamentale, per rispettare l’equilibrio dei poteri, la presenza dei laici nel Csm e se oggi è ancora così. Questo è, infatti, l’unico motivo, forse poco noto o volutamente ignorato dai più critici, per cui l’elenco deve essere formato dai rappresentanti del popolo e non può esserci un sorteggio cosiddetto puro. Si potrebbe ragionare se anche per i magistrati da estrarre a sorte sia più utile individuare dei criteri discretivi, ad esempio, legati all’anzianità ed alle capacità specifiche (basate su documentate conoscenze ed esperienze ordinamentali).
Queste sarebbero le discussioni utili al sistema giustizia ed al Paese che darebbero al cittadino concreti ed alti elementi di valutazione, affinché si possa esprimere liberamente e consapevolmente il proprio voto. Immaginare, invece, che il dibattito continui a fondarsi su paure indotte e suggestioni offre una immagine sconfortante e squalifica il livello di una riforma fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.
Siamo di fronte alla storia ed al futuro dei nostri figli e non possiamo fallire.
Ho letto con dispiacere le dichiarazioni del giornalista Roberto Saviano che si avventura in commenti e proposte di voto sulla riforma della giustizia. Non mi risultava, tranne qualche titolo onorario senza valore scientifico, che il dottor Saviano avesse compiuto studi giuridici e con che profitto. E infatti, interrogata la rete che tutto sa, mi ha risposto che «non risulta pubblicamente quale voto di laurea abbia ottenuto Roberto Saviano, quando si è laureato in Filosofia all’università degli studi di Napoli». Le biografie disponibili confermano semplicemente che si è laureato in filosofia, ma non riportano il voto finale del suo percorso di laurea.
Lui stesso quando ne parla, lo definisce come una ricerca di un «corpo a corpo con la verità». Cosa che probabilmente ha, poi, dimenticato nel tempo, adottando un metodo molto più politicamente e ideologicamente orientato. Non è un caso che oggi sia considerato una della più autorevoli voci della sinistra italiana. Ma non mi interessa parlare di lui, quanto piuttosto delle sue dichiarazioni, che, però, tradiscono inevitabilmente questo suo orientamento che ne condiziona la credibilità.
Il suo discorso in sintesi è questo: «Ogni riforma che allenta l’autonomia dei pm e frammenta il governo della magistratura rende più difficile colpire il potere dei clan». Il suo è un vecchio trucchetto che funziona sempre e che nulla ha a che fare con la verità. Si dà per scontato un concetto e si sposta l’attenzione su altro, in modo che il lettore dia per provato il presupposto, che, invece, è tutt’altro che scontato.
Questa tecnica si chiama petizione di principio (in latino petitio principii). È una fallacia logica in cui si assume come vero ciò che, invece, andrebbe dimostrato, spesso in modo implicito. Nel suo caso specifico, il meccanismo è semplice: prima introduce un presupposto non dimostrato (si indebolisce l’autonomia del pm), poi si sposta l’attenzione su un altro punto (la lotta alla mafia) e così il lettore finisce per accettare il presupposto come un dato di fatto (che resta però indimostrato).
Se, poi, come fa il giornale che ha lanciato la notizia, oggi ci metti il carico di un magistrato (asseritamente antimafia) anche lui ideologicamente affine a Saviano, l’opera è compiuta. Il messaggio che passa al distratto lettore è quello che ha ragione Saviano, quindi addirittura che la riforma e chi la propone (il governo) vogliono impedire la lotta alla mafia o addirittura favorire quest’ultima.
Ma, si tratta di una vera e propria mistificazione della realtà. In termini giornalistici si chiama framing manipolativo e il nome dice tutto: manipolazione della realtà per finì biecamente politici (o meglio di partito). Ma, ormai, molti tifosi del No hanno scelto questa strada. Ne parlano storici, attori, cantanti, come se fosse argomento da bar dello sport. È il segno che si è persa la misura e, forse, anche la vergogna. È diventata una sorta di crociata in cui ogni strumento sarebbe consentito, sempre basato sull’assunto che loro hanno ragione e tutti gli altri sono in malafede, se non addirittura filo mafiosi.
Tutto questo è davvero preoccupante. Io non dico che si debba essere, per forza, convinti della bontà delle nuove norme costituzionali, ma, almeno, ci vorrebbe il buon senso di commentarle (e forse prima ancora di leggerle), usando argomentazioni giuridiche, visto che siamo su un campo eminentemente tecnico e maledettamente complesso.
È come se introducessero un nuovo farmaco salvavita o contro i tumori e il fronte del No, quello c’è sempre a prescindere in ogni campo, fosse rappresentato da investigatori e operai metalmeccanici (ovviamente con tutto il rispetto di queste categorie, di cui fa parte il sottoscritto). E i giornali e i media amici spingessero per dare più credito a questi ultimi che non agli scienziati proponenti.
Sarebbe indiscutibilmente il caos, e si avrebbe contro la ricerca scientifica e la stessa evoluzione. Mi si potrebbe controbattere che molti «esperti» tra cui magistrati sono contrari. E questo ovviamente ci sta, ma fa il paio con la notizia, poco diffusa, di molti colleghi che sono a favore della riforma, anche se hanno deciso legittimamente di non esporsi, (cosa che mi dispiace e rispetto alle possibili motivazioni mi preoccupa molto e dovrebbe preoccupare anche i cittadini).
Ma, ad ogni modo, io sono contento che ci siano diverse opinioni e idee, quando queste sono il frutto di approfondimenti e riflessioni tecniche sul testo. E non mi scandalizza che anche i magistrati la possano pensare diversamente. Così, spesso, mi capita di confrontarmi anche in occasione di pubblici convegni con i sostenitori del No, le cui opinioni, ribadisco, rispetto, anche se non condivido. E spiego, o provo almeno a farlo, che non le condivido per un motivo fondamentale che, poi, ha ricadute per me decisive sulla scelta del Sì.
A me sembra, ma sono pronto a discutere di fronte a eventuali argomenti contrari, che si sia perso di vista il testo della norma. Ho la sensazione che molti di quelli che parlano non l’abbiano, addirittura, neanche letto. Lo dimostra l’evoluzione degli argomenti a sostegno del No. Si è passati, infatti, da un imbarazzante «la riforma vuole sottomettere i giudici alla politica», la cui falsità è stata facilmente smascherata, ad un più subdolo «indebolimento del pubblico ministero attraverso la frammentazione del governo della magistratura».
In buona sostanza, da quel che è dato comprendere, l’assioma non dimostrato, coniato dal giornalista/filosofo Saviano e magicamente ripreso da qualche magistrato (non mi sorprenderebbe che si accodasse qualcun altro prossimamente) sarebbe questo: separando giudici e pubblici ministeri (anche con la creazione di due Csm) si indebolirebbe la magistratura e quindi anche la risposta alla mafia.
Il problema di questo ragionamento è che la separazione è scritta nella norma ed accompagnata dalla garanzia della autonomia, sia del giudice che del pubblico ministero, mentre la asserita e ventilata conseguenza dell’indebolimento di una delle due funzioni o di tutte e due è tutta da dimostrare. O meglio, sarebbe da dimostrare. E, qui, la situazione si complica per i sostenitori del No e si comprende, almeno seguendo un criterio logico, il carattere surrettizio di questa posizione.
Direbbe un mio amico napoletano dai modi un po’ ruvidi: ci manca un pezzo! E, effettivamente, davvero io non riesco a capire e a immaginare concretamente come si possa scientemente realizzare questo indebolimento. Mi sembra la stessa aprioristica impostazione che indusse l’Associazione nazionale magistrati a proclamare un giorno di sciopero, nel dicembre 1991, sei mesi prima della strage di Capaci, contro Giovanni Falcone, accusato di aver tradito la magistratura e di voler minarne l’autonomia con la sua creazione della Procura nazionale antimafia. E, lì, sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma restiamo al testo della norma. Oggi il Csm è unico, riconosciuto dalla Costituzione come organo di autogoverno, presieduto dal presidente della Repubblica, e composto da 2/3 di magistrati (giudici e pm), eletti tra quelli indicati dalle correnti, e 1/3 di membri laici, eletti dal Parlamento. Domani, con la riforma, ogni ruolo (giudici e pm, ognuno per conto suo) avrà il suo Csm, sempre riconosciuto dalla Costituzione, a presidio della rispettiva autonomia, sempre presieduto dal presidente della Repubblica e composto da 2/3 rispettivamente di giudici e di pm, nominati a sorteggio, e da 1/3 di esperti, tratti a sorteggio da un elenco predisposto dal Parlamento.
Non vorrei sbagliare, o almeno non di troppo, ma l’unica differenza sostanziale mi sembra quella del sorteggio. Infatti, la separazione, aldilà degli indiscutibili riflessi sulla parità processuale delle parti e sulla irrinunciabile autonomia del giudice, produrrà due organi, sempre costituzionali, che potranno forse meglio di oggi tutelare le rispettive prerogative. Qualcuno, non a caso, diceva scherzosamente qualche tempo fa «two è meglio che one». I giudici potranno esprimere meglio le loro esigenze e i pubblici ministeri fare altrettanto, realizzandosi una autonomia completa, non più zoppa, sia interna che esterna.
Ovviamente, mi farebbe piacere essere smentito con motivazioni di merito, che sto ancora aspettando. Allora, se così è, viene da domandarsi: cosa tradisce il discorso del No? Cosa viene tenuto nascosto, tenendone intenzionalmente all’oscuro chi dovrebbe o vorrebbe esserne a conoscenza, e quindi in questo caso gli elettori? Io ho un’idea, anche se spero di sbagliarmi. Visto che il cuore della riforma è il sorteggio, che incide pesantemente sul potere delle correnti, non vorrei che vi sia qualche nostalgico del correntismo in magistratura.
E lo dico davvero ora col cuore, e non solo con la mente, perché credo che nessuno possa e debba proteggere un sistema, che seppur nato sotto buoni e nobili auspici, ha di fatto dimostrato nella sua deriva più becera (vedi il noto caso Palamara) di essere solo un vero e proprio cancro per la giustizia ed una vergogna per la magistratura. Io non so, perché a differenza di altri, non provo neanche ad avventurarmi in prognosi del tutto ipotetiche e prive di fondamento logico, prima ancora che scientifico, se il sorteggio sarà il metodo giusto.
Ma, quello che ho chiaro e di cui sono orgogliosamente convinto, è che la deriva correntista ha fatto e continua a fare male ai magistrati, che rappresentano fortunatamente la grandissima parte della categoria, che la mattina si svegliano e pensano, tra mille difficoltà e dubbi, a come provare ad amministrare giustizia nel modo più decente possibile. E sono convinto che tanti di loro sono proprio quelli che oggi mantengono un comprensibile e condivisibile contegno di riserbo e di equilibrio. Sono quelli che invidio molto perché sono più continenti di me, che, di fronte alla mistificazione della verità ed al sistematico utilizzo di mezzi subdoli ed ingannevoli, non riesco a non provare a fornire una versione diversa, nella speranza, almeno quella, che i cittadini riescano a determinarsi in maniera corretta e informata.





