Nel nostro Paese esiste un’emergenza sicurezza molto grave. Le nostre città sono ormai palcoscenico frequentissimo di episodi di violenza, spesso gratuita, senza che si riesca a porre un freno. Sembra mancare, aldilà delle singole iniziative delle locali prefetture, un piano strategico di lotta al crimine, anche organizzato.
Ci sono realtà, ormai, al Sud come al Nord, preda di più o meno organizzate bande criminali e fatti gravi, anche omicidiari, sono all’ordine del giorno. In questi ultimi giorni, nell’area a nord di Napoli vi è stata una recrudescenza di violenza e di aggressioni, culminata nell’omicidio del professore nella scuola di Melito.
Girano sulla rete video impressionanti di aggressioni a scopo di rapina nella vicina città di Afragola. Alcuni sindaci del circondario lamentano di essere abbandonati dallo Stato, dimenticando colpevolmente di essere essi stessi parte di quello Stato che criticano così aspramente. Eppure, si comprende il loro sfogo perché effettivamente c’è qualcosa che non va. Il nuovo governo dovrà prenderne atto e avrà il compito di elaborare una seria ed efficace strategia sul tema della sicurezza e della giustizia. Non si può più pensare che ad occuparsi di tutto possano essere solo i magistrati e le forze dell’ordine. Non è neanche solo questione di risorse di uomini e mezzi. La questione è prima di tutto strategica. Manca nel nostro Paese da tempo una seria e duratura programmazione delle attività antimafia. Le mafie a tutti i livelli ormai controllano le attività illecite. Soprattutto nelle grandi città, ma ormai anche nei piccoli centri, esistono bande (similmafiose) che si dedicano alle rapine, agli scippi, alla ricettazione dei veicoli, alla contraffazione dei beni, oltre allo spaccio di droga.
Non si deve essere convinti sostenitori panmafiosi, per accorgersi che dietro tali complesse attività criminali vi sono gruppi organizzati. Le mafie non sono più fatte da uomini rozzi con coppola e lupara. Ormai le mafie sono imprese e operano attraverso schemi strutturati ed attrezzati. È per questo che serve una nuova visione dell’antimafia, non più estetica ma pragmatica. Dalla antimafia di facciata, abilmente praticata da certa politica arrivista ed esibizionista, si deve passare a quella vera, a quella praticata. E non mi riferisco solo al settore giudiziario, dove pure c’è bisogno di una inversione di rotta decisa e repentina, ma anche soprattutto all’aspetto della prevenzione.
Bisogna abbandonare la faziosa propaganda antimafia che ai proclami roboanti non fa seguire quasi mai i fatti. Perché ciò accada le questioni devono essere affrontate scientificamente. Il problema è che, invece, l’approccio finora tenuto è stato tutt’altro che professionale. Tutti parlano di antimafia, ma pochi ne capiscono davvero. E così gli interventi spot non incidono se non in modo marginale sui problemi veri e gravi, e crescono insicurezza e criminalità. Serve, invece, un progetto organico di interventi per un contrasto senza frontiere. Innanzitutto bisogna risolvere il problema della copertura finanziaria attraverso la vendita dei beni confiscati non utilizzati per fini sociali e delle aziende destinate nel 98% dei casi al fallimento. Dobbiamo, perciò, intervenire sui compiti e sui poteri dell’Agenzia per i beni confiscati. E utilizzare i proventi delle attività per il finanziamento delle azioni per la sicurezza delle città. Poi occorrono subito nuove regole di ingaggio per le forze dell’ordine e per l’arresto in flagranza di reato. Si devono deliberare seri meccanismi di controllo e prevenzione antimafia per gli appalti del Pnrr.
Bisogna inserire nelle misure antimafia la riqualificazione delle periferie attraverso i servizi (asili nido, scuole, luoghi di aggregazione e sport). Ed, infine, è arrivato il momento di prevedere pene certe ed efficaci per i trasgressori, unitamente ad una nuova idea del carcere e degli istituti penitenziari.
Siamo nel pieno della seconda ondata dell'emergenza epidemiologica, ricominciano le proteste dei detenuti e dei loro familiari, e il governo ed il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si muovono per scongiurare un'altra Caporetto. Speriamo che, almeno questa volta, si riesca a raggiungere l'obiettivo di assistere dignitosamente i detenuti con patologie all'interno delle carceri e di non mandare a casa pericolosi delinquenti.
A tal proposito, se l'esperienza conta, anche e soprattutto per evitare di commettere gli stessi errori, val la pena ricordare quello che è successo a marzo. Rivolte simultanee dei detenuti in molti istituti di detenzione. Sistema penitenziario colto di sorpresa, o comunque non adeguatamente predisposto per fronteggiare l'emergenza. E poi le scarcerazioni indistinte con molti pericolosi delinquenti, anche mafiosi, mandati per mesi in vacanza domiciliare con il differimento della pena.
vecchio dap azzerato
Non è mia intenzione tornare sulla questione delle colpe o delle responsabilità, dopo che i dirigenti di quel Dap sono stati quasi tutti rimossi o «dimissionati», ma mi preoccupo affinché tali situazioni incresciose non abbiano mai più a ripetersi. Perché sbagliare è umano, anche se molto grave per chi riveste ruoli istituzionali di rilievo, ma perseverare è diabolico.
Il governo è intervenuto inserendo l'art. 30 nel decreto ristori ed ha pensato di replicare la medesima misura del cosiddetto «indultino», che prevede la detenzione domiciliare per i detenuti che non debbano scontare più di 18 mesi di reclusione, anche come residuo di altra pena. Come anticipato nelle notizie di stampa sono stati esclusi dal beneficio i mafiosi e gli autori di delitti più gravi. Nel frattempo, anche il Dap sta correndo ai ripari per evitare le conseguenze della diffusione del virus nelle carceri.
il nuovo svuotacarceri
Mi preoccupano, da tecnico studioso del fenomeno mafioso, almeno due aspetti di una strategia che sembra improntata al solito opinabile principio di svuotare le carceri il più possibile senza fare, fino in fondo con chiarezza, distinzione tra tipologie di delinquenti. E soprattutto con pochi insufficienti interventi strutturali.
La prima criticità è legata al nuovo «indultino», riproduzione di quello previsto a marzo dall'art. 123 del decreto Cura Italia. Con una modifica introdotta, cogliendo in parte una mia indicazione, già pubblicata a maggio sul sito Juorno.it. Viene, infatti, previsto il divieto di scioglimento del cumulo delle pene per i reati di mafia e di terrorismo.
La questione è molto tecnica, ma sostanzialmente può essere spiegata dicendo che con il precedente art. 123 del Cura Italia sono usciti dal carcere mafiosi come Antonio Noviello, del clan dei Casalesi, condannato ad oltre 16 anni per reati di stampo mafioso e reati comuni. L'indultino di marzo consentiva, infatti, la scarcerazione anticipata - in periodo di Covid - di questi soggetti, anche se dovevano finire di scontare una pena inferiore a 18 mesi per reati comuni.
Con le nuove norme questo non sarà più possibile. Ma non sempre. Perché è stata inserita una eccezione dell'eccezione. E cioè questo avverrà solo se i reati sono connessi. E vi risparmio ulteriori tecnicismi. La conclusione è che si tratta di una norma che scontenta tutti, che verosimilmente avrà una applicazione modesta e non risolverà il problema del sovraffollamento delle carceri. Peraltro, non essendo stata pubblicata la relazione di accompagnamento non è dato sapere se, in questi 6 mesi dopo il primo lockdown, sia stata fatta una previsione sull'impatto della norma.
nessun beneficio
Quindi, a mio modesto parere, il sovraffollamento resterà e i giudici di sorveglianza saranno chiamati ad esprimersi sulle situazioni critiche senza sostanziali novità, né migliorie rispetto a marzo.
E qui entra in gioco la seconda criticità che è legata alla circolare del Dap del 22 ottobre con cui si danno disposizioni ai Provveditorati (organi periferici che coordinano gli istituti carcerari) per la gestione del rischio Covid all'interno del carcere. Ci si preoccupa - giustamente - della gestione dei detenuti Covid, ma mancano totalmente indicazioni sulla «gestione straordinaria» dei detenuti con patologie diverse anche gravi, in un momento nel quale il servizio sanitario nazionale è in emergenza assoluta.
Mi chiedo se lasciare la delega alle Asl (ancora competenti per legge per i profili sanitari di tutta la platea carceraria) senza l'indicazione di tempi, modalità di effettuazione di cure ed esami clinici, ed eventuali «corsie prioritarie» per i detenuti più pericolosi, non sia scelta operativa rischiosissima. Si veda cosa è accaduto per il boss Pasquale Zagaria, mandato a casa ad aprile, per l'impossibilità di effettuare controlli medici per la riconversione a centro Covid dell'ospedale dove veniva curato.
Allo stato delle disposizioni un detenuto, anche al 41 bis, a cui non sarà assicurata la richiesta necessaria terapia sanitaria, a causa, ad esempio, della temporanea chiusura/sospensione del servizio medico per emergenza Covid, temo che rischi di andare a casa sulla base dell'art. 147 c.p.. Non mi risulta siano stati fatti screening precisi delle patologie più diffuse ed analisi del rischio-scarcerazioni per i mafiosi con patologie. Con conseguente logico potenziamento delle strutture/reparti sanitari interessati. Dall'altro lato, almeno questo, la famigerata circolare del 21 marzo (definita da molti la vera svuotacarceri) resta ancora sospesa.
Auspico che non si ripeta una storia già vista. E rispetto a queste critiche costruttive mi aspetto non infastidite repliche piccate, ma chiare risposte rassicuranti, cui seguano fatti concreti. Non siamo più disponibili ad accettare scuse postume con non chiare assunzioni di responsabilità, né tantomeno goffi tentativi di buttare la croce sui giudici, che in genere non dispongono di corrispondenti strumenti mediatici per difendersi efficacemente. Non so più in che lingua bisogna dirlo. Così non va bene. Così non si affronta l'emergenza. È sbagliato. È pericoloso.
strategia assente
A inizio marzo, molto prima del pur meritorio Massimo Giletti che colse il nostro grido di dolore su La7 e ne ha fatto poi quasi una battaglia personale, ebbi a denunciare la questione pubblicamente dalle pagine del quotidiano d'informazione Juorno.it. Lanciai l'allarme e suggerì una possibile soluzione. Con atteggiamento da soloni presuntuosi all'epoca si sottovalutò la questione. Ed abbiamo visto tutti come è andata a finire. Cerchiamo di non replicare una delle pagine più buie nella lotta alle mafie nel nostro Paese.
Serve un intervento immediato, coraggioso ed efficace. I mafiosi vanno curati, ma va fatto esclusivamente all'interno del circuito carcerario. E l'opinione pubblica ha diritto, dopo tutto quello che è accaduto in primavera, di sapere quali siano gli strumenti e le strategie che si sono adottate per evitare il peggio.
*Sostituto procuratore
generale di Napoli
In certi momenti sembra che quando si assumono ruoli istituzionali si venga improvvisamente colti da un seppur parziale deficit cognitivo. Mi si passi l'ironia, anche perché non intendo offendere nessuno. Capita però sempre più spesso che la politica, o meglio molti rappresentanti della politica che conta, prendano decisioni incomprensibili ai più. La «nuova» politica dovrà interrogarsi molto su questo virus che la colpisce da sempre. Anche perché pare non ci sia farmaco o vaccino capace di curare questa malattia: scrivere norme inapplicabili, imporre divieti che sono facilmente aggirabili, stabilire sanzioni che nessuno pagherà mai.
Forse è questo il motivo per cui in politica quasi sempre le promesse restano promesse e gli illusi/delusi aumentano ad ogni tornata elettorale!
Non mi piace generalizzare, anche perché spesso equivale a banalizzare argomentazioni serie. Prendiamo gli ultimi provvedimenti in tema di Covid, il Dpcm del 13 ottobre e l'ordinanza numero 79 del presidente della Regione Campania.
Una premessa è doverosa e si deve fare correttamente. Nessuno pensa che ci troviamo di fronte a una situazione facilmente risolvibile. Trovare il giusto equilibrio tra diritto alla salute e necessità economico-sociali è cosa complicatissima. Ma oggettivamente alcune «uscite» della politica in tempi di pandemia da Covid 19 appaiono davvero incomprensibili.
Da cotanti scienziati impegnati a livello centrale e periferico sarebbe lecito aspettarsi di più. Del finto divieto del governo per le partite di calcetto o sport di contatto già abbiamo scritto. Praticamente, nonostante il divieto, non è cambiato nulla. Anzi, una cosa è cambiata. I calciatori amatoriali per potersi divertire a giocare a calcetto ora dovranno pagare (oltre al campo) una quota per tesserarsi alle Associazioni sportive accreditate. Così si può giocare sul campo di calcetto e non temere controlli.
Ebbene, anche il presidente della Regione Campania, in genere - soprattutto prima delle elezioni - molto attento a queste cose, ha fatto finta di niente, e l'altro ieri in tutta fretta dopo l'ennesimo balzo in avanti del numero dei contagiati, quasi sorpreso, ha ordinato: niente scuola, niente più feste, niente matrimoni. Ma secondo il punto 1.3 dell'ordinanza di De Luca «è sospesa (solo, nda) l'attività di circoli ludici e ricreativi; restano consentite le attività dei circoli sportivi, nell'osservanza dei relativi protocolli di settore per la specifica disciplina sportiva e nel rispetto delle norme del Dpcm 13 ottobre 2020».
Quindi i ragazzi non possono andare a scuola (dove sono super controllati e tutelati), ma possono andare a giocare a calcetto dove i divieti vengono aggirati e i protocolli sanitari pure.
Che dire: le premesse ci sono tutte. I nostri giovani in Campania non diventeranno certo degli scienziati, ma sicuramente alleveremo una bella «cantera» per le giovanili del Napoli o della Salernitana. Le misure a metà, il mezzo mezzo, come dice un politico che alterna inflessibilità a lassismo, servono solo a creare rabbia e confusione. A proposito, a quelli che stanno pensando alle formule della cosiddetta «Nuova Politica», mi permetto di dare un consiglio di buonsenso: metteteci pure un po' di sano, competente e autentico coraggio.
Qualcuno lo dica anche al Presidente, della Regione ovviamente! Complimenti e avanti così! Siamo solo all'inizio e abbiamo un radioso futuro alle spalle.
Catello Maresca
Sostituto procuratore generale di Napoli





