Ho letto con dispiacere le dichiarazioni del giornalista Roberto Saviano che si avventura in commenti e proposte di voto sulla riforma della giustizia. Non mi risultava, tranne qualche titolo onorario senza valore scientifico, che il dottor Saviano avesse compiuto studi giuridici e con che profitto. E infatti, interrogata la rete che tutto sa, mi ha risposto che «non risulta pubblicamente quale voto di laurea abbia ottenuto Roberto Saviano, quando si è laureato in Filosofia all’università degli studi di Napoli». Le biografie disponibili confermano semplicemente che si è laureato in filosofia, ma non riportano il voto finale del suo percorso di laurea.
Lui stesso quando ne parla, lo definisce come una ricerca di un «corpo a corpo con la verità». Cosa che probabilmente ha, poi, dimenticato nel tempo, adottando un metodo molto più politicamente e ideologicamente orientato. Non è un caso che oggi sia considerato una della più autorevoli voci della sinistra italiana. Ma non mi interessa parlare di lui, quanto piuttosto delle sue dichiarazioni, che, però, tradiscono inevitabilmente questo suo orientamento che ne condiziona la credibilità.
Il suo discorso in sintesi è questo: «Ogni riforma che allenta l’autonomia dei pm e frammenta il governo della magistratura rende più difficile colpire il potere dei clan». Il suo è un vecchio trucchetto che funziona sempre e che nulla ha a che fare con la verità. Si dà per scontato un concetto e si sposta l’attenzione su altro, in modo che il lettore dia per provato il presupposto, che, invece, è tutt’altro che scontato.
Questa tecnica si chiama petizione di principio (in latino petitio principii). È una fallacia logica in cui si assume come vero ciò che, invece, andrebbe dimostrato, spesso in modo implicito. Nel suo caso specifico, il meccanismo è semplice: prima introduce un presupposto non dimostrato (si indebolisce l’autonomia del pm), poi si sposta l’attenzione su un altro punto (la lotta alla mafia) e così il lettore finisce per accettare il presupposto come un dato di fatto (che resta però indimostrato).
Se, poi, come fa il giornale che ha lanciato la notizia, oggi ci metti il carico di un magistrato (asseritamente antimafia) anche lui ideologicamente affine a Saviano, l’opera è compiuta. Il messaggio che passa al distratto lettore è quello che ha ragione Saviano, quindi addirittura che la riforma e chi la propone (il governo) vogliono impedire la lotta alla mafia o addirittura favorire quest’ultima.
Ma, si tratta di una vera e propria mistificazione della realtà. In termini giornalistici si chiama framing manipolativo e il nome dice tutto: manipolazione della realtà per finì biecamente politici (o meglio di partito). Ma, ormai, molti tifosi del No hanno scelto questa strada. Ne parlano storici, attori, cantanti, come se fosse argomento da bar dello sport. È il segno che si è persa la misura e, forse, anche la vergogna. È diventata una sorta di crociata in cui ogni strumento sarebbe consentito, sempre basato sull’assunto che loro hanno ragione e tutti gli altri sono in malafede, se non addirittura filo mafiosi.
Tutto questo è davvero preoccupante. Io non dico che si debba essere, per forza, convinti della bontà delle nuove norme costituzionali, ma, almeno, ci vorrebbe il buon senso di commentarle (e forse prima ancora di leggerle), usando argomentazioni giuridiche, visto che siamo su un campo eminentemente tecnico e maledettamente complesso.
È come se introducessero un nuovo farmaco salvavita o contro i tumori e il fronte del No, quello c’è sempre a prescindere in ogni campo, fosse rappresentato da investigatori e operai metalmeccanici (ovviamente con tutto il rispetto di queste categorie, di cui fa parte il sottoscritto). E i giornali e i media amici spingessero per dare più credito a questi ultimi che non agli scienziati proponenti.
Sarebbe indiscutibilmente il caos, e si avrebbe contro la ricerca scientifica e la stessa evoluzione. Mi si potrebbe controbattere che molti «esperti» tra cui magistrati sono contrari. E questo ovviamente ci sta, ma fa il paio con la notizia, poco diffusa, di molti colleghi che sono a favore della riforma, anche se hanno deciso legittimamente di non esporsi, (cosa che mi dispiace e rispetto alle possibili motivazioni mi preoccupa molto e dovrebbe preoccupare anche i cittadini).
Ma, ad ogni modo, io sono contento che ci siano diverse opinioni e idee, quando queste sono il frutto di approfondimenti e riflessioni tecniche sul testo. E non mi scandalizza che anche i magistrati la possano pensare diversamente. Così, spesso, mi capita di confrontarmi anche in occasione di pubblici convegni con i sostenitori del No, le cui opinioni, ribadisco, rispetto, anche se non condivido. E spiego, o provo almeno a farlo, che non le condivido per un motivo fondamentale che, poi, ha ricadute per me decisive sulla scelta del Sì.
A me sembra, ma sono pronto a discutere di fronte a eventuali argomenti contrari, che si sia perso di vista il testo della norma. Ho la sensazione che molti di quelli che parlano non l’abbiano, addirittura, neanche letto. Lo dimostra l’evoluzione degli argomenti a sostegno del No. Si è passati, infatti, da un imbarazzante «la riforma vuole sottomettere i giudici alla politica», la cui falsità è stata facilmente smascherata, ad un più subdolo «indebolimento del pubblico ministero attraverso la frammentazione del governo della magistratura».
In buona sostanza, da quel che è dato comprendere, l’assioma non dimostrato, coniato dal giornalista/filosofo Saviano e magicamente ripreso da qualche magistrato (non mi sorprenderebbe che si accodasse qualcun altro prossimamente) sarebbe questo: separando giudici e pubblici ministeri (anche con la creazione di due Csm) si indebolirebbe la magistratura e quindi anche la risposta alla mafia.
Il problema di questo ragionamento è che la separazione è scritta nella norma ed accompagnata dalla garanzia della autonomia, sia del giudice che del pubblico ministero, mentre la asserita e ventilata conseguenza dell’indebolimento di una delle due funzioni o di tutte e due è tutta da dimostrare. O meglio, sarebbe da dimostrare. E, qui, la situazione si complica per i sostenitori del No e si comprende, almeno seguendo un criterio logico, il carattere surrettizio di questa posizione.
Direbbe un mio amico napoletano dai modi un po’ ruvidi: ci manca un pezzo! E, effettivamente, davvero io non riesco a capire e a immaginare concretamente come si possa scientemente realizzare questo indebolimento. Mi sembra la stessa aprioristica impostazione che indusse l’Associazione nazionale magistrati a proclamare un giorno di sciopero, nel dicembre 1991, sei mesi prima della strage di Capaci, contro Giovanni Falcone, accusato di aver tradito la magistratura e di voler minarne l’autonomia con la sua creazione della Procura nazionale antimafia. E, lì, sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma restiamo al testo della norma. Oggi il Csm è unico, riconosciuto dalla Costituzione come organo di autogoverno, presieduto dal presidente della Repubblica, e composto da 2/3 di magistrati (giudici e pm), eletti tra quelli indicati dalle correnti, e 1/3 di membri laici, eletti dal Parlamento. Domani, con la riforma, ogni ruolo (giudici e pm, ognuno per conto suo) avrà il suo Csm, sempre riconosciuto dalla Costituzione, a presidio della rispettiva autonomia, sempre presieduto dal presidente della Repubblica e composto da 2/3 rispettivamente di giudici e di pm, nominati a sorteggio, e da 1/3 di esperti, tratti a sorteggio da un elenco predisposto dal Parlamento.
Non vorrei sbagliare, o almeno non di troppo, ma l’unica differenza sostanziale mi sembra quella del sorteggio. Infatti, la separazione, aldilà degli indiscutibili riflessi sulla parità processuale delle parti e sulla irrinunciabile autonomia del giudice, produrrà due organi, sempre costituzionali, che potranno forse meglio di oggi tutelare le rispettive prerogative. Qualcuno, non a caso, diceva scherzosamente qualche tempo fa «two è meglio che one». I giudici potranno esprimere meglio le loro esigenze e i pubblici ministeri fare altrettanto, realizzandosi una autonomia completa, non più zoppa, sia interna che esterna.
Ovviamente, mi farebbe piacere essere smentito con motivazioni di merito, che sto ancora aspettando. Allora, se così è, viene da domandarsi: cosa tradisce il discorso del No? Cosa viene tenuto nascosto, tenendone intenzionalmente all’oscuro chi dovrebbe o vorrebbe esserne a conoscenza, e quindi in questo caso gli elettori? Io ho un’idea, anche se spero di sbagliarmi. Visto che il cuore della riforma è il sorteggio, che incide pesantemente sul potere delle correnti, non vorrei che vi sia qualche nostalgico del correntismo in magistratura.
E lo dico davvero ora col cuore, e non solo con la mente, perché credo che nessuno possa e debba proteggere un sistema, che seppur nato sotto buoni e nobili auspici, ha di fatto dimostrato nella sua deriva più becera (vedi il noto caso Palamara) di essere solo un vero e proprio cancro per la giustizia ed una vergogna per la magistratura. Io non so, perché a differenza di altri, non provo neanche ad avventurarmi in prognosi del tutto ipotetiche e prive di fondamento logico, prima ancora che scientifico, se il sorteggio sarà il metodo giusto.
Ma, quello che ho chiaro e di cui sono orgogliosamente convinto, è che la deriva correntista ha fatto e continua a fare male ai magistrati, che rappresentano fortunatamente la grandissima parte della categoria, che la mattina si svegliano e pensano, tra mille difficoltà e dubbi, a come provare ad amministrare giustizia nel modo più decente possibile. E sono convinto che tanti di loro sono proprio quelli che oggi mantengono un comprensibile e condivisibile contegno di riserbo e di equilibrio. Sono quelli che invidio molto perché sono più continenti di me, che, di fronte alla mistificazione della verità ed al sistematico utilizzo di mezzi subdoli ed ingannevoli, non riesco a non provare a fornire una versione diversa, nella speranza, almeno quella, che i cittadini riescano a determinarsi in maniera corretta e informata.
Gli interventi sul referendum della giustizia si stanno moltiplicando e offrono continui spunti di riflessione. E, dopo un inizio che sembrava quasi a senso unico, molti colleghi, orientati a votare Sì, stanno legittimamente esprimendo la loro opinione e sviluppando le loro argomentazioni. È un bene per chi vuole approfondire e votare con consapevolezza.
di Catello Maresca, Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Ho molto apprezzato, sul punto, le posizioni del collega D’Avino, oggi procuratore di Parma, con cui ho avuto la fortuna di lavorare qualche anno fa, quando eravamo entrambi alla Procura antimafia di Napoli (articolo pubblicato sulla Verità del 18 gennaio). Mi ha confermato, con motivazioni lucide e convincenti, una impressione, sorta ascoltando i sostenitori del No.
Soprattutto dopo il contestatissimo manifesto, apparso in alcune stazioni italiane, sul presunto intento di sottomettere la magistratura alla politica, mi è sembrato che si fosse superato il limite della correttezza istituzionale, nel pur aspro dibattito in corso.
I romani, a cui si deve la nascita del diritto delle civiltà moderne, sostenevano che «cogitationis poenam nemo patitur», vale a dire che: «Nessuno può essere punito per un semplice pensiero». Oggi, si parla di processo alle intenzioni per indicare una valutazione, quasi sempre di condanna, che si fonda sulla supposizione delle intenzioni del soggetto sottoposto al giudizio, indipendentemente da suoi comportamenti o da suoi atti concreti. In sostanza, questo accade quando si tende ad accusare qualcuno per ciò che si presume voglia o volesse fare, e non per ciò che ha effettivamente fatto. Ovviamente, in ambito giuridico, dove contano le prove sui fatti e non sulle mere intenzioni, fare un processo alle intenzioni è considerato assolutamente scorretto.
Io non ho condiviso la discesa in campo della magistratura associata contro la riforma della giustizia, perché mi sarei aspettato una più cauta e tranquillizzante posizione di rispettosa attesa delle decisioni dei rappresentanti del popolo, che nel nostro sistema costituzionale sono i parlamentari, e, nel caso di specie, anche degli stessi italiani, direttamente chiamati ad esprimersi tra poco col referendum. Ma tant’è, la scelta è stata diversa e diffusamente condivisa dai rappresentanti di categoria, per cui non si può che prenderne atto.
Quello che, però, potrebbe ragionevolmente aspettarsi da chi ha fatto, fa e dovrà continuare a fare dell’applicazione del diritto «in nome del popolo» il fondamento del suo agire professionale quotidiano, sarebbe un corretto esercizio del potere che si è scelto di esercitare.
Il rischio è davvero elevato Scendere in campo significa, infatti, già aver compiuto la propria scelta irreversibile, senza volontà, né capacità, forse, di ripensamento. E i toni, a tratti, si avvicinano proprio a quelli usati per i processi.
caccia alle streghe
Il campo è quello del giudizio sulle scelte del Parlamento ed in questo contesto si è deciso di fare la parte del peggior esempio di pubblico ministero; quello che ha già in tasca la soluzione, che è già convinto che l’indagato abbia sbagliato e vada condannato, senza se e senza ma. Si tratta di una scelta quantomeno bizzarra, perché si vestono i panni di quel pubblico ministero, di cui, almeno dichiaratamente, si sostiene di voler difendere l’indipendenza. Sì, proprio di quei magistrati che hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla giustizia, coi loro eccessi, mascherati da autonomia, che, invece, sarebbe stato quantomeno opportuno stigmatizzare e da cui si sarebbe dovuto prendere le distanze.
E, così, presi dal sacro fuoco di chi si è autoproclamato portatore assoluto di verità e di ragione, si sta compiendo, sommessamente credo, l’errore più grave: ci si sforza, proprio come quei pubblici ministeri (fortunatamente non tanti), innamorati delle loro incrollabili convinzioni, di trovare a tutti i costi argomenti sostenibili, anche travalicando le regole stesse del giudizio.
Con l’Illuminismo, soprattutto grazie a Cesare Beccaria, il cui pensiero si può ritrovare nelle pagine del suo Dei delitti e delle pene, si afferma con forza l’idea, fino ad allora assolutamente non scontata, che lo Stato non possa giudicare l’interiorità dell’individuo, ma solo dei suoi comportamenti sulla base di solide prove. Punire le intenzioni porta all’arbitrio del potere, proprio dei sistemi nei quali il sospetto vale quanto la prova e la presunta pericolosità morale giustifica di per sé sola la punizione. È qui, quasi 300 anni fa, che nacque l’idea moderna che il «processo alle intenzioni» fosse tipico dei regimi ingiusti. Continuare ad arrampicarsi sugli specchi alla ricerca di elementi, almeno lontanamente indizianti, a me sembra evocare più che un giusto processo, lontani ricordi più prossimi alla caccia alle streghe.
Valga per tutti l’esempio della discussione sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, che è uno dei cardini della riforma.
I sostenitori del No, e quindi, in primis, la magistratura associata, sostengono tra le altre cose che sarebbe inutile, perché di fatto già insita in un sistema in cui negli anni, a furia di ostacoli e divieti, il passaggio tra funzioni è diventato quasi impossibile. Niente di più vero! Ma appunto tra funzioni e non di carriere. La confusione che si ingenera tra separazione di funzioni e di carriere (voluta?) tradisce le intenzioni. Se, infatti, già ci fosse la separazione non si comprende perché, se si è davvero contrari, non si è manifestata con forza tale convinzione contro chi, come la ministra Cartabia, quella separazione l’ha realizzata, inserendola in maniera addirittura subdola, senza fare ricorso a riforme costituzionali. Se la separazione la attua di fatto una ministra va bene; se, invece, la propone apertamente un altro no? Allora forse si tratta di cose ben diverse? E la separazione delle carriere (non delle funzioni), allora, serve davvero ad assicurare la terzietà del giudice, già riconosciuta dalla Costituzione.
E vi è di più. Non comprendo sinceramente perché, se davvero, come sostengono i comitati per il No, il malcelato intento del legislatore sia quello «di mettere il pubblico ministero sotto al governo», o «ridurre il potere della magistratura», o qualche altro nascosto proposito complottista, questa maggioranza, la più solida della storia del nostro Paese, non di sinistra, proprio oggi, si lascerebbe scappare questo obiettivo, rimandando il raggiungimento del risultato a domani o dopodomani o a quando, chissà, presumibilmente gli equilibri politici saranno molto più complicati o, addirittura, non ci sarà più una maggioranza che la pensa allo stesso modo.
un punto di partenza
E un’altra circostanza mi induce ancora a riflettere. Non ho mai fatto processi alle intenzioni e nel mio ruolo di pubblico ministero ho cercato, sicuramente non riuscendoci sempre, di non innamorarmi delle mie posizioni e di lasciare sempre uno spazio al dubbio. Io non so se le intenzioni della maggioranza dei parlamentari che hanno votato la riforma siano tutte, o in parte, e in che quota parte, punitive per la magistratura, o ispirate a sentimenti di rivalsa o prevaricazione della politica sulla magistratura, e, devo dire la verità, non mi interessa più di tanto. E, se anche così fosse, mi dispiacerebbe umanamente solo per chi avesse tale bassa considerazione delle istituzioni.
Quel che conta, però, è ciò che è stato scritto nero su bianco (i loro comportamenti, eventualmente censurabili, aldilà delle intenzioni) e ciò che possa derivare da una riforma che, comunque vada, segnerà un passaggio epocale per il sistema giustizia in Italia, anche per effetto della chiara discesa in campo dell’Associazione nazionale magistrati che nell’immaginario collettivo rappresenta tutta la magistratura. Anche per questo ribadisco di non aver condiviso tale posizione. Il referendum sta diventando, infatti, una questione di tifoseria.
E, se il popolo voterà No vorrà dire che si sarà schierato dalla parte dei magistrati, condividendone l’agire e le preoccupazioni. E questo realisticamente non potrà che portare ad una sostanziale prosecuzione dello stato attuale della giustizia in Italia. Se voterà Sì, invece, il popolo deciderà di cambiare rotta, di scegliere un modello di magistratura diversa, auspicando un sistema giustizia migliore. E a quel punto, agendo in nome del popolo, i magistrati dovranno contribuire a costruire qualcosa di diverso che non potrà, comunque, funzionare senza di loro.
Dopo la riforma, nella eventualità che sia approvata, bisognerà pensare alla giustizia, alle carceri, alla sicurezza, all’antimafia. Sarà solo un nuovo inizio.
Quando sono entrato in magistratura, ormai nel lontano 1999, ho avuto netta l’impressione di un meccanismo farraginoso, a tratti illogico, spesso incomprensibile per i cittadini. Col tempo è cresciuta in me la consapevolezza di trovarmi in un sistema poco efficiente, in cui dovevi attrezzarti sostanzialmente da solo per provare a raggiungere degli obiettivi. E, pensate come possa essere complesso continuare a fare con coscienza il proprio lavoro, anche quando ti rendi conto di far parte di un sistema che funziona a singhiozzo o, a tratti, non è affatto adeguato. Quando vedi che molte decisioni, anche strategiche, sembrano dettate da criteri tutt’altro che lineari e spesso per nulla orientati alla funzionalità del servizio giustizia. E poi scopri il caso Palamara e all’improvviso ti sembra tutto più chiaro.
Eppure, si va avanti moltiplicando gli sforzi, fondamentalmente perché ci credi, perché sei cresciuto nel mito di Falcone e Borsellino, e speri, comunque, che prima o poi cambi qualcosa.
Ma sono passati governi e ministri e, se possibile, la situazione è anche peggiorata, fino all’apoteosi del disastro Cartabia.
Ecco, forse con la riforma questo momento dell’inversione di rotta sta arrivando. E la speranza è che questo non sia un punto di arrivo, ma solo quello di partenza per una giustizia vera, più giusta e più equa per tutti.
Perché una convinzione credo possa essere condivisa, almeno questa. E cioè che non c’è sicurezza senza giustizia, non si può aspirare ad un progresso sano senza giustizia. Non serve a nulla parlare ai ragazzi e praticare l’antimafia, se poi la giustizia non funziona. E potrei continuare per ore, passando per la sanità, per la tutela dei più deboli, e via dicendo.
La giustizia giusta in un Paese è tutto ed è quello a cui tutti dobbiamo aspirare.
Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli
Voterò «Sì» al referendum perché credo nella giustizia e nel valore della magistratura. Troppo spesso si sostiene, in maniera semplicistica, che i giudici applichino solo la legge. Non è stato mai così, non lo è oggi e non lo sarà mai neanche domani. In realtà, la loro funzione è molto più complessa e consiste nel dare (e non fare) giustizia. Eppure, lo sentiamo dire spesso dai detrattori della funzione giudiziaria, per provare a circoscrivere e a limitare il potere esercitato dai giudici; o anche da appartenenti ad ambienti giudiziari, in tal caso prevalentemente per scopi difensivi, quando da una certa norma derivano effetti inattesi o, forse meglio, indesiderati per qualcuno.
Tuttavia, credo che nessuno, quando lo dice, lo pensi veramente e ne sia intimamente convinto. Se così fosse si perderebbe l’essenza stessa della funzione giudiziaria, che è di interpretazione delle norme e, nelle più alte espressioni, di nomofilassi. È un termine brutto di origine greca che significa garanzia di esatta ed uniforme interpretazione della legge, assicurando l’unità del diritto oggettivo nazionale e la certezza del diritto per i cittadini. Non proprio una cosa da poco. Se si associa all’efficienza e, quindi, alla tempestività della risposta giudiziaria, è uno di quegli elementi che consentono a un Paese di fare il salto di qualità, anche in termini di vivibilità, di ricchezza e di prodotto interno lordo. È la Giustizia, con la lettera maiuscola, che è cosa ben diversa dal semplice diritto.
La funzione di una giustizia giusta è collegata, però, all’esistenza di giudici giusti. È, quindi, quella che tende ad assicurare che la legge sia applicata correttamente e rapidamente e che sia interpretata con equità, talvolta con buon senso e, soprattutto, nello stesso modo nei confronti di chicchessia e in tutta Italia. Chi dice il contrario, e pensa di risolvere la pratica come una funzione da algoritmo più o meno standardizzata, probabilmente non ha capito niente, non solo di giustizia, ma proprio della vita.
Semmai dovesse accadere una cosa del genere, se non ci sarà più bisogno di uomini e donne per giudicare, ma basterà un computer, vorrà dire che l’umanità avrà rinunciato a se stessa, avrà smarrito la sua essenza. E avrà perso anche il senso della Giustizia. Ma oggi, fortunatamente, non è quel momento. C’è ancora bisogno, un maledetto bisogno di giudici, bravi, sereni e, come diceva mia nonna, giudiziosi. Non è un caso che in periodi di rivoluzione tecnologica digitale, proprio il campo del diritto sia uno di quelli più ostici anche per l’emergente Intelligenza artificiale.
Questo perché le norme sono generali e astratte, mentre la quotidianità è fatta di singoli casi, quasi sempre diversi tra loro, che vanno inquadrati e disciplinati, interpretando quelle norme generali e «adattandole» all’ipotesi specifica. Si definisce, in gergo giuridichese, un’operazione ermeneutica, che fa non a caso rima con ermetico: difficile da comprendere. L’interpretazione, quindi, in sé è una necessità, non un male, anzi è l’unico modo per rendere concreto ed effettivo il dettato normativo che nasce per disciplinare materie in senso generale e astratto. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di magistrati e di avvocati, non ci sarebbero controversie, né decisioni. Falcone e Calamandrei sarebbero vissuti, avrebbero lavorato e sarebbero morti per nulla. Non avremmo processi e nemmeno tante trasmissioni televisive che sono seguite da milioni di telespettatori che provano a scimmiottarli. A differenza dei programmi tv, però, l’interpretazione, quella vera, quella importante perché decisiva, deve essere libera e non condizionata, né da pregiudizi né da inclinazioni politiche. Il processo è un luogo sacro e tutto quello che tende a smentirlo è sacrilego. Al di là della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che ha un valore fondamentalmente estetico, il vero obiettivo della riforma Nordio è questo.
Ho fatto il pubblico ministero per oltre 25 anni e oggi faccio il giudice, e mai, in oltre un quarto di secolo, ho pensato di condizionare o di poter essere condizionato dai miei colleghi in toga. E sono certo che questo accada nella grandissima parte delle volte. Ma è altrettanto innegabile che, invece, in casi sparuti e in alcuni momenti della storia, per effetto di pochi episodi molto rumorosi, questa terzietà della giurisdizione sembra venire meno, almeno agli occhi del cittadino comune. Poi, magari concretamente non è neanche vero, o non lo è completamente. Ma il messaggio che passa è devastante, perché agli occhi della maggioranza dei cittadini la giustizia perde il suo connotato fondamentale: la terzietà e l’equilibrio. Un caso emblematico, che ci dovrebbe far riflettere profondamente, è drammaticamente espresso nella frase «tanto è inutile che li arrestano (o che li arrestiamo) perché i giudici li fanno subito uscire». E quando a dirlo sono anche gli operatori di polizia significa che siano davvero giunti a un punto critico. Si è persa non solo la fiducia nei giudici, ma si stanno sgretolando le fondamenta stesse delle istituzioni statali.
Allora la riforma della giustizia è diventata una esigenza ineludibile e necessaria. Purtroppo, averla trasformata in un terreno di competizione politica è stato da irresponsabili. Si sarebbe dovuto prendere atto della situazione e individuare in maniera condivisa un percorso nell’interesse del Paese per ridare credibilità e affidabilità al sistema giustizia, che, peraltro, resta ancora un baluardo contro le mafie, un’altra non secondaria implicazione che analizzeremo in un’altra occasione. Togliere potere alle correnti in magistratura significa proprio questo: assicurare una giustizia libera da pregiudizi, scevra da condizionamenti legati al governo di turno, non addomesticata o addomesticabile attraverso simpatie ideologiche che pure, purtroppo, in passato sono esistite.
Negare tutto questo e non avere la lungimiranza di andare oltre, nell’interesse dell’Italia, rappresenta un limite pesantissimo che rende il risultato incerto e, comunque vada, la riforma monca. Dai cocci di questa battaglia, si dovrà ripartire per ricostruire Giudici e Giustizia.





