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2026-01-17
«Credo nel valore della magistratura. Per questo voto “Sì” al referendum»
Catello Maresca (Ansa)
Tuttavia, credo che nessuno, quando lo dice, lo pensi veramente e ne sia intimamente convinto. Se così fosse si perderebbe l’essenza stessa della funzione giudiziaria, che è di interpretazione delle norme e, nelle più alte espressioni, di nomofilassi. È un termine brutto di origine greca che significa garanzia di esatta ed uniforme interpretazione della legge, assicurando l’unità del diritto oggettivo nazionale e la certezza del diritto per i cittadini. Non proprio una cosa da poco. Se si associa all’efficienza e, quindi, alla tempestività della risposta giudiziaria, è uno di quegli elementi che consentono a un Paese di fare il salto di qualità, anche in termini di vivibilità, di ricchezza e di prodotto interno lordo. È la Giustizia, con la lettera maiuscola, che è cosa ben diversa dal semplice diritto.
La funzione di una giustizia giusta è collegata, però, all’esistenza di giudici giusti. È, quindi, quella che tende ad assicurare che la legge sia applicata correttamente e rapidamente e che sia interpretata con equità, talvolta con buon senso e, soprattutto, nello stesso modo nei confronti di chicchessia e in tutta Italia. Chi dice il contrario, e pensa di risolvere la pratica come una funzione da algoritmo più o meno standardizzata, probabilmente non ha capito niente, non solo di giustizia, ma proprio della vita.
Semmai dovesse accadere una cosa del genere, se non ci sarà più bisogno di uomini e donne per giudicare, ma basterà un computer, vorrà dire che l’umanità avrà rinunciato a se stessa, avrà smarrito la sua essenza. E avrà perso anche il senso della Giustizia. Ma oggi, fortunatamente, non è quel momento. C’è ancora bisogno, un maledetto bisogno di giudici, bravi, sereni e, come diceva mia nonna, giudiziosi. Non è un caso che in periodi di rivoluzione tecnologica digitale, proprio il campo del diritto sia uno di quelli più ostici anche per l’emergente Intelligenza artificiale.
Questo perché le norme sono generali e astratte, mentre la quotidianità è fatta di singoli casi, quasi sempre diversi tra loro, che vanno inquadrati e disciplinati, interpretando quelle norme generali e «adattandole» all’ipotesi specifica. Si definisce, in gergo giuridichese, un’operazione ermeneutica, che fa non a caso rima con ermetico: difficile da comprendere. L’interpretazione, quindi, in sé è una necessità, non un male, anzi è l’unico modo per rendere concreto ed effettivo il dettato normativo che nasce per disciplinare materie in senso generale e astratto. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di magistrati e di avvocati, non ci sarebbero controversie, né decisioni. Falcone e Calamandrei sarebbero vissuti, avrebbero lavorato e sarebbero morti per nulla. Non avremmo processi e nemmeno tante trasmissioni televisive che sono seguite da milioni di telespettatori che provano a scimmiottarli. A differenza dei programmi tv, però, l’interpretazione, quella vera, quella importante perché decisiva, deve essere libera e non condizionata, né da pregiudizi né da inclinazioni politiche. Il processo è un luogo sacro e tutto quello che tende a smentirlo è sacrilego. Al di là della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che ha un valore fondamentalmente estetico, il vero obiettivo della riforma Nordio è questo.
Ho fatto il pubblico ministero per oltre 25 anni e oggi faccio il giudice, e mai, in oltre un quarto di secolo, ho pensato di condizionare o di poter essere condizionato dai miei colleghi in toga. E sono certo che questo accada nella grandissima parte delle volte. Ma è altrettanto innegabile che, invece, in casi sparuti e in alcuni momenti della storia, per effetto di pochi episodi molto rumorosi, questa terzietà della giurisdizione sembra venire meno, almeno agli occhi del cittadino comune. Poi, magari concretamente non è neanche vero, o non lo è completamente. Ma il messaggio che passa è devastante, perché agli occhi della maggioranza dei cittadini la giustizia perde il suo connotato fondamentale: la terzietà e l’equilibrio. Un caso emblematico, che ci dovrebbe far riflettere profondamente, è drammaticamente espresso nella frase «tanto è inutile che li arrestano (o che li arrestiamo) perché i giudici li fanno subito uscire». E quando a dirlo sono anche gli operatori di polizia significa che siano davvero giunti a un punto critico. Si è persa non solo la fiducia nei giudici, ma si stanno sgretolando le fondamenta stesse delle istituzioni statali.
Allora la riforma della giustizia è diventata una esigenza ineludibile e necessaria. Purtroppo, averla trasformata in un terreno di competizione politica è stato da irresponsabili. Si sarebbe dovuto prendere atto della situazione e individuare in maniera condivisa un percorso nell’interesse del Paese per ridare credibilità e affidabilità al sistema giustizia, che, peraltro, resta ancora un baluardo contro le mafie, un’altra non secondaria implicazione che analizzeremo in un’altra occasione. Togliere potere alle correnti in magistratura significa proprio questo: assicurare una giustizia libera da pregiudizi, scevra da condizionamenti legati al governo di turno, non addomesticata o addomesticabile attraverso simpatie ideologiche che pure, purtroppo, in passato sono esistite.
Negare tutto questo e non avere la lungimiranza di andare oltre, nell’interesse dell’Italia, rappresenta un limite pesantissimo che rende il risultato incerto e, comunque vada, la riforma monca. Dai cocci di questa battaglia, si dovrà ripartire per ricostruire Giudici e Giustizia.
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L’ex pm Catello Maresca si schiera con Nordio e riflette sulle cause della sfiducia dei cittadini nella categoria: «È venuta meno la terzietà per via di pregiudizi e ideologie di parte. Anche le forze dell’ordine ci contestano».Magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli Voterò «Sì» al referendum perché credo nella giustizia e nel valore della magistratura. Troppo spesso si sostiene, in maniera semplicistica, che i giudici applichino solo la legge. Non è stato mai così, non lo è oggi e non lo sarà mai neanche domani. In realtà, la loro funzione è molto più complessa e consiste nel dare (e non fare) giustizia. Eppure, lo sentiamo dire spesso dai detrattori della funzione giudiziaria, per provare a circoscrivere e a limitare il potere esercitato dai giudici; o anche da appartenenti ad ambienti giudiziari, in tal caso prevalentemente per scopi difensivi, quando da una certa norma derivano effetti inattesi o, forse meglio, indesiderati per qualcuno.Tuttavia, credo che nessuno, quando lo dice, lo pensi veramente e ne sia intimamente convinto. Se così fosse si perderebbe l’essenza stessa della funzione giudiziaria, che è di interpretazione delle norme e, nelle più alte espressioni, di nomofilassi. È un termine brutto di origine greca che significa garanzia di esatta ed uniforme interpretazione della legge, assicurando l’unità del diritto oggettivo nazionale e la certezza del diritto per i cittadini. Non proprio una cosa da poco. Se si associa all’efficienza e, quindi, alla tempestività della risposta giudiziaria, è uno di quegli elementi che consentono a un Paese di fare il salto di qualità, anche in termini di vivibilità, di ricchezza e di prodotto interno lordo. È la Giustizia, con la lettera maiuscola, che è cosa ben diversa dal semplice diritto.La funzione di una giustizia giusta è collegata, però, all’esistenza di giudici giusti. È, quindi, quella che tende ad assicurare che la legge sia applicata correttamente e rapidamente e che sia interpretata con equità, talvolta con buon senso e, soprattutto, nello stesso modo nei confronti di chicchessia e in tutta Italia. Chi dice il contrario, e pensa di risolvere la pratica come una funzione da algoritmo più o meno standardizzata, probabilmente non ha capito niente, non solo di giustizia, ma proprio della vita. Semmai dovesse accadere una cosa del genere, se non ci sarà più bisogno di uomini e donne per giudicare, ma basterà un computer, vorrà dire che l’umanità avrà rinunciato a se stessa, avrà smarrito la sua essenza. E avrà perso anche il senso della Giustizia. Ma oggi, fortunatamente, non è quel momento. C’è ancora bisogno, un maledetto bisogno di giudici, bravi, sereni e, come diceva mia nonna, giudiziosi. Non è un caso che in periodi di rivoluzione tecnologica digitale, proprio il campo del diritto sia uno di quelli più ostici anche per l’emergente Intelligenza artificiale.Questo perché le norme sono generali e astratte, mentre la quotidianità è fatta di singoli casi, quasi sempre diversi tra loro, che vanno inquadrati e disciplinati, interpretando quelle norme generali e «adattandole» all’ipotesi specifica. Si definisce, in gergo giuridichese, un’operazione ermeneutica, che fa non a caso rima con ermetico: difficile da comprendere. L’interpretazione, quindi, in sé è una necessità, non un male, anzi è l’unico modo per rendere concreto ed effettivo il dettato normativo che nasce per disciplinare materie in senso generale e astratto. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di magistrati e di avvocati, non ci sarebbero controversie, né decisioni. Falcone e Calamandrei sarebbero vissuti, avrebbero lavorato e sarebbero morti per nulla. Non avremmo processi e nemmeno tante trasmissioni televisive che sono seguite da milioni di telespettatori che provano a scimmiottarli. A differenza dei programmi tv, però, l’interpretazione, quella vera, quella importante perché decisiva, deve essere libera e non condizionata, né da pregiudizi né da inclinazioni politiche. Il processo è un luogo sacro e tutto quello che tende a smentirlo è sacrilego. Al di là della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, che ha un valore fondamentalmente estetico, il vero obiettivo della riforma Nordio è questo. Ho fatto il pubblico ministero per oltre 25 anni e oggi faccio il giudice, e mai, in oltre un quarto di secolo, ho pensato di condizionare o di poter essere condizionato dai miei colleghi in toga. E sono certo che questo accada nella grandissima parte delle volte. Ma è altrettanto innegabile che, invece, in casi sparuti e in alcuni momenti della storia, per effetto di pochi episodi molto rumorosi, questa terzietà della giurisdizione sembra venire meno, almeno agli occhi del cittadino comune. Poi, magari concretamente non è neanche vero, o non lo è completamente. Ma il messaggio che passa è devastante, perché agli occhi della maggioranza dei cittadini la giustizia perde il suo connotato fondamentale: la terzietà e l’equilibrio. Un caso emblematico, che ci dovrebbe far riflettere profondamente, è drammaticamente espresso nella frase «tanto è inutile che li arrestano (o che li arrestiamo) perché i giudici li fanno subito uscire». E quando a dirlo sono anche gli operatori di polizia significa che siano davvero giunti a un punto critico. Si è persa non solo la fiducia nei giudici, ma si stanno sgretolando le fondamenta stesse delle istituzioni statali.Allora la riforma della giustizia è diventata una esigenza ineludibile e necessaria. Purtroppo, averla trasformata in un terreno di competizione politica è stato da irresponsabili. Si sarebbe dovuto prendere atto della situazione e individuare in maniera condivisa un percorso nell’interesse del Paese per ridare credibilità e affidabilità al sistema giustizia, che, peraltro, resta ancora un baluardo contro le mafie, un’altra non secondaria implicazione che analizzeremo in un’altra occasione. Togliere potere alle correnti in magistratura significa proprio questo: assicurare una giustizia libera da pregiudizi, scevra da condizionamenti legati al governo di turno, non addomesticata o addomesticabile attraverso simpatie ideologiche che pure, purtroppo, in passato sono esistite. Negare tutto questo e non avere la lungimiranza di andare oltre, nell’interesse dell’Italia, rappresenta un limite pesantissimo che rende il risultato incerto e, comunque vada, la riforma monca. Dai cocci di questa battaglia, si dovrà ripartire per ricostruire Giudici e Giustizia.
Alessio Bertallot racconta l'evoluzione del dj e l'impatto della manipolazione dei dischi sulla cultura del nostro tempo, con un piccolo esempio rivelatore. Prima di regalarci un inedito lasciato in eredità dal grande amico Bosso e un esperimento tra jazz e Michael Jackson.
L'ex procuratore di Pavia Mario Venditti in una immagine di archivio (Ansa)
Un lungo elenco di «non ricordo». È questo il riassunto del verbale del maggiore dei carabinieri in congedo Maurizio Pappalardo. È stato sentito il 2 febbraio 2026 come persona informata dei fatti nel procedimento bresciano in cui è indagato l’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, per la contestata archiviazione di Andrea Sempio. Pappalardo, recentemente condannato a 5 anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e stalking nei confronti dell’ex fidanzata, è stato comandante del Nucleo informativo di Pavia sino al giugno 2023. L’ex ufficiale è stato convocato perché, la vigilia di Natale del 2016, con il proprio cellulare ha immortalato sulla scrivania di Venditti atti del procedimento su Sempio, anche se, annotano gli investigatori, «l’insolita foto di atti coperti dal segreto» non era finita nell’archivio del Nucleo guidato da Pappalardo. In compenso «si sarebbe, invece, riscontrato che presso» il vecchio ufficio del maggiore «era stato aperto un fascicolo P (permanente) su Andrea Sempio il 25 marzo 2017», dieci giorni dopo l’istanza di archiviazione avanzata da Venditti e dalla collega Giulia Pezzino e accolta il 23 marzo dal giudice.
Nelle carte visionate dalla Verità gli investigatori annotano che «all’interno del fascicolo P era stato inserito non solo il decreto di archiviazione conforme all’originale, ma anche una richiesta di archiviazione in bozza, con appunti manoscritti, differente dalla richiesta di archiviazione definitiva». Nelle note a margine non manca qualche errore (per esempio Stasi viene nominato Andrea e non Alberto), ma le correzioni sono state recepite nel provvedimento definitivo che, al contrario della bozza, non è finita, però, nel fascicolo P. Nella prima versione, preparata dalla pm Pezzino, a proposito del Dna si legge: «Non è idoneo a effettuare nessun confronto». Tutto in maiuscolo. Invece nel testo definitivo è scritto: «Non ha alcuna valenza indiziaria, né tanto meno probatoria della colpevolezza dell’indagato». Ora gli inquirenti pavesi evidenziano che il Nucleo informativo di Pappalardo non aveva «titolo per disporre del provvedimento in bozza con correzioni» e aggiungono di non conoscere «l’esito di eventuali accertamenti della Procura di Brescia sull’autore della scritta a mano».
Il riferimento è a un appunto scritto a mano su carta intestata della società di intercettazioni Rcs che non è altro che l’incipit dell’istanza definitiva. Ma vediamo che cosa (non) ha detto Pappalardo a febbraio ai sei investigatori (tre carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e tre finanzieri) che lo hanno compulsato su delega della Procura di Brescia. Quando gli chiedono con che criterio fosse stato «impiantato» il fascicolo P di Sempio, Pappalardo, nonostante le centinaia di ore di trasmissione sul caso Garlasco, risponde con uno sconcertante «Non so chi sia». A questo punto gli investigatori lo aggiornano, spiegandogli che si tratta della «persona che è attualmente indagata per l’omicidio di Garlasco».
Il maggiore insiste: «Non ne ero a conoscenza, avendo moltissimi fascicoli». E riferisce in base a quali fattori vengano aperti i dossier personali: «Ogni soggetto che viene a contatto con l’amministrazione dell’Arma dei carabinieri ha poi un suo fascicolo P». Nel verbale la linea di Pappalardo non cambia mai. La richiesta di archiviazione in bozza? «Non l’ho mai vista». L’appunto sul foglietto della Rcs? «Sconosco sia la grafia che l’atto, che vedo oggi per la prima volta». E subito dopo sottolinea: «Non sapevo che fosse all’interno del casellario del Nucleo informativo». Un vero e proprio catenaccio, che il militare porta avanti senza tentennamenti per 80 minuti. Quando gli mostrano l’ordinanza di archiviazione, quasi sbotta: «Non ho mai visto nulla su Andrea Sempio». Di fronte alla pagina del registro dei fascicoli P da cui risulta l’apertura di quello 099573 intestato al presunto omicida di Chiara Poggi, Pappalardo non è d’aiuto nemmeno per individuare chi abbia materialmente annotato il nuovo report: «Bisognerebbe vedere chi era in servizio quel giorno» si limita a suggerire. Quindi prosegue nei suoi dribbling: «Non sono in grado di riferire come mai venne impiantato il fascicolo poiché non ho conoscenza personale». E fa presente, per chiarire meglio la sua totale estraneità ai fatti, di non avere mai svolto indagini sulla vicenda di Garlasco. A proposito dei suoi rapporti con la Procura di Pavia, riferisce che il Nucleo informativo gestiva la scorta di Venditti e quindi lui si recava «lì per comprendere se vi fossero criticità».
Il 24 dicembre del 2016 Pappalardo, dal memoriale del servizio, risulta assente giustificato per la legge 104. Gli investigatori, con in mano le foto sospette ritrovate nel cellulare del testimone, gli chiedono se ricordi di essere passato in Procura quel giorno. Risposta, scontata: «Non ho memoria del fatto». A questo punto gli inquirenti gli mostrano i tre scatti incriminati. La prima fotografia ritrae il conferimento di incarico fatto dallo studio Giarda (che all’epoca difendeva Stasi) alla società Skp che ha svolto le indagini che hanno innescato l’apertura del fascicolo su Sempio; le altre due ritraggono, invece, una pagina dei tabulati telefonici acquisiti nel 2007 per l’omicidio di Garlasco e poi allegati alla relazione della Skp. Come detto, per gli investigatori, quelle immagini sono state realizzate con il telefonino di Pappalardo e i documenti immortalati si trovavano sulla scrivania di Venditti. Al testimone viene chiesto come mai abbia scattato queste fotografie. Altra risposta prevedibile: «Non ho memoria. Penso che mi fu chiesto dal comando provinciale poiché si seguiva molto il caso di Garlasco». Gli investigatori fanno presente che quel fascicolo era coperto da segreto. Pappalardo non fa un plissé: «Onestamente non me lo ricordo».
Il corpo a corpo prosegue. Ricorda se qualcuno le diede il permesso di fare queste foto? «No, non lo contestualizzo proprio. Penso che sia stato perché il Provinciale voleva avere Informazioni». Ricorda se fosse presente il dottor Venditti? «Non ve lo so dire. Prendo atto». Esclude di aver avuto incarico dalla Procura di fare accertamenti sulla Skp e sui tabulati? «A livello di Nucleo informativo lo escludo, a meno che qualcuno non lo abbia fatto di sua iniziativa senza dirmi nulla». Era prassi che lei entrasse nell’ufficio del dottor Venditti e prendesse un fascicolo fotografandolo? «Non era certamente prassi. Prendo atto della presenza di quelle foto, ma non ricordo proprio i fatti. Sicuramente non mi sono preso il fascicolo di mia iniziativa». Dalle carte emerge anche che quella vigilia di Natale Pappalardo aveva ricevuto numerose chiamate da un altro carabiniere che lavorava in Procura con Venditti. Ma dalle indagini non risulta che i due si siano incontrati negli uffici giudiziari.
In conclusione resta un mistero il motivo per cui l’allora comandante del Nucleo informativo di Pavia si sia recato nell’ufficio del procuratore aggiunto e abbia scattato tre foto che non sono mai entrate nel fascicolo P di Sempio. Resta altrettanto oscuro come e perché la bozza della richiesta di archiviazione del presunto omicida sia invece finita in quella cartella riservata. L’avvocato di Pappalardo, Beatrice Saldarini, si limita a osservare: «Siccome il verbale del mio assistito non è stato interrotto, evidentemente non sono emersi indizi di reità a carico di Pappalardo». L’informativa che lo riguarda, però, è stata inviata da Brescia a Pavia ed è confluita nel procedimento per l’omicidio di Chiara Poggi. «Questo mi ha stupito, ma neanche tanto» conclude la legale.
E spunta l’inchiesta sui giornalisti per «persecuzione» contro i Poggi
C’è una nuova indagine su Garlasco. Ma questa volta non riguarda direttamente l’omicidio di Chiara Poggi, né la posizione di Andrea Sempio, né la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi. Riguarda invece il racconto pubblico della vicenda, le accuse rilanciate in tv e sui social come le piste riemerse a ogni nuova svolta investigativa. A darne notizia è stato ieri Gianluigi Nuzzi a Dentro la notizia. Il fascicolo, affidato al pm Antonio Pansa della Procura di Milano, nasce da una mole imponente di esposti e querele che si sono raggruppati negli anni: circa 200 atti, secondo la ricostruzione televisiva. Una settantina sarebbero stati presentati dai genitori di Chiara Poggi, circa un centinaio dalle gemelle Paola e Stefania Cappa, a cui si aggiungerebbero iniziative di altri soggetti, tra cui l’ingegnere Paolo Reale.
L’ipotesi, in alcuni casi, non sarebbe più soltanto la diffamazione, ma anche quella di atti persecutori. Il punto è capire se la reiterazione di accuse, allusioni, ricostruzioni tv e social abbia superato il limite del diritto di cronaca, trasformando familiari e persone mai indagate in bersagli permanenti. Non si conosce ancora l’elenco degli indagati. È però chiaro da dove nasce il fascicolo: dalle azioni legali presentate negli anni dalla famiglia Cappa e dai Poggi contro blogger, giornalisti, direttori di settimanali, comunicatori, youtuber e opinionisti.
Il fronte più strutturato sembra essere quello della famiglia Cappa, l’avvocato Ermanno Cappa, la moglie Maria Rosa Poggi, zia di Chiara, e le figlie Paola e Stefania. In questi anni la loro linea è stata opposta a quella di molti altri protagonisti della storia di Garlasco. Hanno evitato presenze televisive, senza dare risposta al cosiddetto «circo mediatico», scegliendo anzi una sequenza di azioni giudiziarie contro chi ha continuato a chiamarli in causa. Tra i nomi emersi nelle querele e nelle ricostruzioni figurano Massimo Giletti, per Lo Stato delle cose, Olga Mascolo, per Storie Italiane, l’ex maresciallo Francesco Marchetto e, a quanto pare, anche l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi. Sul fronte della carta stampata è stata querelata Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo. Anche se il precedente più concreto riguarda Le Iene: per un servizio del 2022 sono stati condannati per diffamazione aggravata Riccardo Festinese e Alessandro De Giuseppe, in relazione a un servizio ritenuto lesivo nei confronti di Stefania Cappa. Del resto, in questi mesi si è spesso tornati a parlare di vecchie piste che non si sono mai consolidate. Marco Muschitta, l’operaio che nel 2007 disse di aver visto una ragazza simile a Stefania Cappa in bicicletta con un attrezzo da camino, salvo poi ritrattare. Gianni Bruscagin, il cosiddetto «super testimone», che ha riferito di aver saputo indirettamente che Stefania sarebbe stata vista entrare nella casa della nonna a Tromello con un grosso borsone. E poi ci sono state le dichiarazioni di Marchetto su un presunto Suv nero o le ipotesi sul Santuario della Bozzola, le teorie su lividi da stampella e persino il riferimento, rilanciato in tv da Roberta Bruzzone (che ne prese le distanze sostenendo di non condividerla), a un presunto giro di droga. Suggestioni, piste, racconti che si sono rivelati spesso privi di riscontri giudiziari solidi.
C’è poi da tempo depositato un ulteriore esposto in Procura, contenente audio dove si ipotizzerebbe una persecuzione subita dalle due gemelle e persino un tentativo di orientare o depistare le indagini. Se confermato, sarebbe un salto di livello, non più soltanto il possibile accanimento mediatico contro soggetti mai indagati, ma l’ipotesi che il «circo mediatico» abbia provato a incidere sul corso stesso dell’inchiesta.
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