Ritorna l’incubo subprime nella finanza americana. BlackRock azzera un prestito
Wall Street trema non solo per l’Iran. BlackRock ha ridotto a zero il valore di un prestito privato da 25 milioni concesso a Infinite Commerce Holdings, società sviluppatrice di marchi di prodotti di consumo progettati per aumentare le vendite sui marketplace di e-commerce, appena tre mesi dopo averlo valutato a 100 centesimi per dollaro. Il prestito, che ora è privo di valore, segna il secondo crollo improvviso che ha colpito di recente la divisione di credito privato di BlackRock.
È l’inizio di una mega crisi di liquidità (e di fiducia) stile 2007-2008? Per un decennio il credito privato è stato il motore silenzioso della finanza alternativa. Oggi però i ribassi in Borsa dei grandi gestori, l’accelerazione delle richieste di rimborsi nei fondi retail, i record negativi sui prestiti software e - dato finora sottovalutato - 1.400 miliardi di dollari di esposizione bancaria verso istituzioni finanziarie cosiddette «non depositate» disegnano un rischio sistemico che non può più essere ignorato.
I numeri parlano da soli. Dal picco, le principali società quotate del settore hanno subìto perdite pesanti: Carlyle -25%, Apollo -39%, Ares -42%, Blackstone -43%, KKR -44%. Il caso più estremo è Blue Owl, precipitata del 61%. Non si tratta di correzioni fisiologiche in un mercato volatile: sono cali che segnalano un cambio di regime per un’industria abituata a navigare senza scosse.
Per capire come si è arrivati a questo punto occorre tornare indietro di un decennio. Il credito privato è fiorito nell’era post-crisi finanziaria globale, in un contesto segnato dal ritiro progressivo delle banche tradizionali causa regole più rigide, dai tassi ai minimi storici e dalla fame di rendimento degli investitori istituzionali. I grandi gestori alternativi - Blackstone, Apollo, Ares, KKR - hanno colmato il vuoto, offrendo prestiti diretti alle imprese in cambio di rendimenti superiori al mercato obbligazionario pubblico. La ricetta sembrava infallibile: credito strutturato, soluzioni di capitale su misura, prestiti garantiti da attività reali. I rendimenti erano attraenti, la volatilità appariva sotto controllo e la stabilità del valore patrimoniale netto rassicurava gli investitori. Ma con l’impennata dei tassi avviata dal 2022 e la persistente incertezza macroeconomica, quello scenario è svanito, lasciando allo scoperto vulnerabilità strutturali che i tassi a zero avevano tenuto nascoste.
I mercati dei prestiti pubblici hanno aperto il 2026 in difficoltà, contagiando rapidamente la percezione del rischio nel credito privato. Un fondo che replica il Morningstar Lsta U.S. Leveraged Loan Index ha perso oltre il 2% a febbraio, con il 26% del capitale esposto a prestiti software, dice Bloomberg, a fronte di un rendimento quasi nullo delle obbligazioni investment grade che al settore tecnologico destinano solo il 3%. Il debito di aziende software ad alta leva è finito sotto pressione per il boom dell’Intelligenza artificiale agentica, che all’80% può sostituire i programmatori. Quindi gli investitori sono diventati selettivi, non più disposti a correre rischi indiscriminatamente per prestiti spesso non quotati, che lavorano nel medio lungo periodo. Circa il 21% dei prestiti Software & Services è scambiato sotto gli 80 centesimi per dollaro di nominale, segno di elevata incertezza sul rifinanziamento e ridotta liquidità. Secondo PitchBook, al 31 gennaio è stato toccato il record storico di 25 miliardi di dollari di prestiti software speculativi scambiati sotto tale soglia.
Allo stesso tempo, i veicoli di credito privato orientati alla clientela retail affrontano un ambiente di liquidità sempre più esigente. Fitch ha rilevato che i rimborsi per i Business Development Company perpetui non negoziati sono balzati al 4,5% del valore netto dell’attivo (il mitico Nav) nel quarto trimestre 2025, dall’1,6% del trimestre precedente - quasi triplicati in novanta giorni - con la raccolta fondi in parallelo rallentamento. La tensione strutturale è quella che da sempre caratterizza il modello semi-liquido: gli investitori si aspettano di poter uscire con relativa facilità, ma i prestiti sottostanti sono illiquidi per natura. Quando i rimborsi accelerano, il gestore è costretto a scegliere tra opzioni tutte impopolari: bloccare le uscite, ritardare i prelievi, accumulare liquidità o vendere asset a sconto. Il tutto erodendo quella percezione di stabilità che ha alimentato la crescita del settore.
C’è pure una profonda interconnessione tra il sistema bancario tradizionale e le istituzioni finanziarie non depositate (le Ndfi), categoria che include i fondi di credito privato e di private equity. Le banche americane hanno prestato oltre 1.400 miliardi di dollari a soggetti Ndfi: in soli quindici anni, questa forma di esposizione è cresciuta del 2.320%. Nel 2010 i prestiti agli Ndfi rappresentavano meno dell’1% del portafoglio creditizio totale delle banche; oggi ne costituiscono l’11%. Il credito privato è la categoria con la maggiore esposizione, seguito a breve distanza dal private equity. JPMorgan detiene la quota di mercato più ampia, seguita da Bank of America e Citigroup; le banche più piccole, con circa il 20% del mercato, destano preoccupazione maggiore poiché meno diversificate e quindi più vulnerabili in caso di deterioramento del credito privato.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la traiettoria dei default. Dal 2025, il tasso di insolvenza degli Ndfi è in aumento costante: a gennaio 2026 ha raggiunto il 5,8%, il livello più alto dall'agosto 2024. L’inflazione persistente è il principale motore di questa dinamica e le tensioni geopolitiche potrebbero alimentarla ulteriormente, trascinando al ribasso le aziende che si finanziano attraverso il credito privato e, a cascata, le banche che a quel credito prestano denaro. Il problema è aggravato da un vuoto strutturale: la grande maggioranza degli Ndfi non è quotata in Borsa. A differenza delle obbligazioni, per le quali esistono credit default swap che consentono alle banche di coprire il rischio di insolvenza, strumenti analoghi sugli Ndfi non esistono.
Nel 2007-2008 la crisi dei subprime che portò al crac Lehman nacque da prestiti personali non pagati. Domanda: ora a far saltare il sistema saranno le imprese e le start up insolventi?
Il vero test probabilmente non sarà legato ai rimborsi, ma alla tenuta del credito sottostante e alla capacità del sistema bancario - esposto per 1.400 miliardi - di reggere l’urto senza strumenti di copertura adeguati. O il credito privato uscirà da questa fase rafforzato o trascinerà con sé una fetta il sistema finanziario globale.


















