Ansa
Una catena di errori ha ucciso il piccolo dal cuore malato e anche, per la seconda volta, il bimbo che gliene aveva donato uno nuovo, bruciato da adulti inadeguati. Ma i medici non sono i soli responsabili: anche la politica deve rispondere di tanta incuria.
L’altra sera ero ospite di Paolo Del Debbio a Dritto e Rovescio. Si parlava della straziante morte del piccolo Domenico Caliendo. Erano ospiti anche la mamma, la signora Patrizia Mercolino, e l’avvocato Francesco Petruzzi. Non avevo occhi che per quella signora. Ma c’è stato un momento - confesso - in cui avrei davvero voluto abbracciarla; è stato quando il legale ha raccontato che il bambino sarebbe rimasto col torace aperto senza il cuore per almeno 14-15 minuti. «Il cuore malato di Domenico era già stato espiantato ed era poggiato su un piccolo telo verde del banco accanto al lettino».
Sono come andato in apnea. Ma come fa quella madre a reggere? Così quando Del Debbio mi ha dato la parola dopo l’intervento di Pierpaolo Sileri, ex viceministro ma soprattutto medico chirurgo, non pensavo ad altro che a quella immagine; così con un coinvolgimento emotivo totale le ho detto che avrei voluto abbracciarla, che le volevamo bene e che le stavamo vicini in una battaglia disumana. Già, perché non è umano che una madre per avere giustizia debba rivivere tutte le volte la Via Crucis del proprio figlioletto. Immaginare che il proprio bimbo - della cui vita lei, il marito e i fratelli hanno potuto condividere solo pochi mesi, dentro i quali si sono accartocciati tutti i chiaroscuri della vita, tutte le vette e tutti gli abissi - fosse con il torace aperto, senza il proprio cuoricino perché adagiato su un telo verde, in balia di primari troppo superbi, almeno in quelle fasi, per essere considerati medici, ecco: immaginare questo e riviverlo è come attrezzarsi per scandagliare le profondità scurissime della tragedia.
Sì, questa è la croce poggiata sulle spalle di mamma Patrizia: farsi spazio tra le miserie umane per avere giustizia. Un’esplorazione che non ha dolori eguali. Ho accompagnato da poco mio papà nel suo trapasso e ricordo l’ultima notte che abbiamo dormito assieme prima che il mattino dopo si spegnesse; ma se accompagnare i genitori è una tappa naturale della vita, così non è quando tocca ai genitori accompagnare i figli. Qui poi siamo addirittura oltre, perché non bastavano la malattia grave di Domenico né un’altra sofferenza - la vita dell’altro bambino, donatore, deceduto per un annegamento - che poteva trasformarsi in vita e invece ha sommato i dolori; non bastava perché le stazioni della Via Crucis sono aumentate e si sono riempite di particolari raccapriccianti, di vergognosi silenzi, di colpevoli omissioni. Non è morto un bambino: hanno ucciso un bambino! È un’altra cosa.
Quel bambino è morto per colpa di qualcuno in particolare, qualcuno che se è in cima a una organizzazione si prende tutta la responsabilità. Poi ci sono quelli che coprono, che non dicono: cos’altro non c’è nella cartella clinica? Ma dico di più: sicuri che non vi siano alterazioni in quella cartella? E che dire di un primario che sparisce, che ha paura di guardare negli occhi Patrizia e Antonio? Che dire di una direzione generale e di una direzione sanitaria incapaci di andare oltre i comunicati per esprimere cordoglio. Devono metterci la faccia, non essere stupiti che i pazienti ora temano. Costoro sono di nomina politica? E allora anche la politica deve ammettere che ha scelto persone sbagliate, e che la lottizzazione intossica non solo la sanità ma le vite degli altri. La politica che si accapiglia sui soldi che mancano e poi però balbetta, non agisce, inciampa quando tutto il mondo vede che il cuore di un bambino che poteva salvare la vita di un altro bambino viene trasportato dentro un contenitore tipo quelli del picnic, quando l’ospedale aveva in dotazione box di nuova generazione inutilizzati: a che gioco state giocando? Incapaci! Quante sono le strutture che non impiegano macchinari acquistati e inutilizzati? Qui non è più solo una questione di ghiaccio secco, ma di chi, di quel ghiaccio secco, aveva «autorizzato» l’impiego.
I fatti che emergono ci fanno sapere che il cuore del piccolo donatore (che non può sparire dai nostri pensieri, perché la sua morte poteva ridiventare vita) era diventato «una pietra durissima» e che per un quarto d’ora Domenico era svuotato del suo cuoricino che, pur malandato, soffiava vita. Mi domando: ma il cuore di questi primari, di questi professori così pieni di sé in sala operatoria da sentirsi Dio, dov’è? Dov’è? Come si può festeggiare il Natale quando il 23 dicembre sai che un bambinello nella tua sala operatoria veniva umiliato, disonorato, portato alla morte? Un bimbo tenuto col torace aperto, col cuore espiantato in attesa di un cuore che la generosità ridona e che invece la miseria di professionisti sciatti e menefreghisti spegne; e poi silenzi, tentativi di scaricare le colpe, arroganza e negligenza: quanto è forte mamma Patrizia in questa salita a piedi scalzi verso una giustizia vera e giusta. L’altra sera ho pianto in tv. E non sono stato il solo.
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Carlo Nordio (Ansa)
L’indagine sul caso Almasri a carico della Bartolozzi, che non gode dell’immunità, sembra una strategia per portare in aula anche il ministro della Giustizia e Piantedosi come testimoni. La memoria va a Enzo Carra.
L’avviso di conclusione indagini, preludio di un processo, a carico di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, mi ha riportato alla memoria un episodio di tanti anni fa. Era il 4 marzo del 1993 quando il pool di Mani pulite dispose l’arresto di Enzo Carra, portavoce dell’allora segretario della Dc, Arnaldo Forlani. A San Vittore, carcere milanese dove stazionavano perennemente i cronisti, fu portato in manette e la foto del giornalista con gli schiavettoni (prima di diventare capo ufficio stampa della Democrazia cristiana era stato a lungo redattore ed editorialista del quotidiano romano Il Tempo) fece il giro delle redazioni.
Secondo i pm, Carra era a conoscenza di una tangente di cinque miliardi pagata da un dirigente Eni al partito, ma il portavoce di Forlani negò di sapere e dunque finì in carcere con l’accusa di falsa testimonianza. In pratica, non riuscendo ad arrivare al pesce grosso, la procura se la prese con quello piccolo.
Ecco, la storia di Giusi Bartolozzi mi sembra uguale. I pm di Roma che indagano sul caso Almasri, ossia sulla liberazione del capo delle milizie libiche, avrebbero voluto mandare a processo Carlo Nordio, insieme a Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, cioè mezzo governo, ma il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere, dunque non restava che Bartolozzi, la quale pur non avendo avuto un ruolo diretto nella vicenda viene accusata di falsa testimonianza, proprio come Carra. Cioè i ministri, grazie all’immunità, sono usciti dalla porta, ma i magistrati provano a farli rientrare nell’inchiesta dalla finestra, perché in un eventuale processo al capo di gabinetto di sicuro chiamerebbero a testimoniare Nordio, Piantedosi e Mantovano, i quali in tribunale - ma non come imputati - avrebbero l’obbligo di rispondere. L’espediente è contestato dal governo, che dopo i passi ufficiali della Procura, probabilmente contesterà le decisioni dei pm davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che in questo modo si violano comunque le garanzie parlamentari. Vedremo come si risolverà la faccenda.
Ciò detto, il caso mi riporta alla memoria un altro fatto, che credo spieghi bene perché questa faccenda sia tutta politica e assai poco giudiziaria. Mi spiego. Cominciamo con ricostruire brevemente la vicenda. Osama Almasri è - o era, visto che in Libia le cose sono sempre in movimento - il capo di una milizia che controllava il carcere di Mitiga, a Tripoli. La Corte penale internazionale dell’Aia lo accusò di gravi crimini nei confronti dei migranti e nel gennaio dello scorso anno ne dispose l’arresto.
Il generale in quei giorni era a spasso per l’Europa, ma curiosamente nessuno in Germania e negli altri Stati Ue si occupò di sottoporlo a fermo. Poi, una volta giunto a Torino, ecco scattare l’arresto. Per un paio di giorni Almasri rimane a disposizione dell’autorità giudiziaria. Poi, non essendo arrivata alcuna decisione del ministero della Giustizia, la Corte decide la sua scarcerazione e con un volo dei nostri servizi segreti viene rimpatriato. Sul perché Nordio non abbia agito in quelle 48 ore ci sono diverse versioni: quella ministeriale è che l’Aia abbia sbagliato le procedure, non allegando gli atti indispensabili. Quella della Procura è che la decisione del governo sia stata politica e i ministri si siano resi responsabili di omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento (nei confronti di Almasri) e peculato (per aver rispedito il miliziano su un volo dei nostri 007).
Ora, a me pare evidente che il generale libico è stato riportato in Libia per evitare che Tripoli per rappresaglia ci invadesse con migliaia di migranti o arrestasse qualche nostro connazionale, come è accaduto a Teheran con Cecilia Sala. È assolutamente chiaro che l’interesse nazionale fosse prevalente rispetto a tutto il resto, anche alla necessità di consegnare alla corte dell’Aia un torturatore. E a questo proposito ricordo un episodio raccontato da Francesco Cossiga. Durante le esequie di Enrico Berlinguer, a Padova, un giudice veneto spiccò un mandato di cattura contro Arafat. Il capo dei palestinesi fu prelevato mentre era in corso la cerimonia e portato a Palazzo Giustiniani, nell’alloggio di Cossiga, ai tempi presidente del Senato. Lì rimase per il tempo necessario ad accordargli una robusta scorta dei reparti speciali della polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri. A ricordarlo è l’ex capo dello Stato: «Quando gli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati del mandato di cattura finalmente individuarono il luogo dove si trovava Arafat, cioè l’aeroporto di Ciampino, quando essi vi giunsero, l’aereo privato egiziano che lo trasportava guarda caso era già decollato».
Qualcuno indagò Cossiga e quanti avevano organizzato la fuga? Fu rinviato a processo il suo portavoce o il suo capo della segreteria? No, perché come spiegava l’allora presidente della Repubblica, «vi sono dei casi in cui gli interessi internazionali dello Stato richiedono che l’azione penale non sia esercitata o non sia comunque soddisfatto l’interesse alla soddisfazione della pretesa punitiva dello Stato». Chiaro, no?
Dunque, perché processare una funzionaria se il suo ministro ha fatto prevalere l’interesse nazionale?
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Ansa
Incredibile lassismo nei confronti di un anestesista condannato per sette omicidi volontari e lasciato in servizio. Il provvedimento dell’Asst Lecco arriva dopo 12 anni.
Ci ha pensato 12 anni l’Ordine dei medici per sospendere un medico anestesista rianimatore, colpevole di sette omicidi volontari. Nessuna lunga riflessione e radiazioni velocissime invece per i sanitari che durante la pandemia Covid, senza ammazzare nessuno, si sono rifiutati di sottoporsi alla vaccinazione anti coronavirus e così, oltre a essere bollati come medici «no vax», sono stati accusati di non rispettare «un dovere etico e deontologico».
Ma tant’è e soltanto ieri la direzione generale dell’Asst Lecco ha disposto la sospensione con effetto immediato del dottor Vincenzo Campanile, 53 anni, anestesista rianimatore del 118 di Monfalcone (Gorizia), e il divieto assoluto di riprendere servizio al pronto soccorso dell’ospedale San Leopoldo Mandic di Merate (Lecco). La decisione è stata presa perché il medico è stato condannato a 17 anni e tre mesi di carcere per aver ucciso a Trieste sette pazienti, con il pretesto di porre fine alle loro sofferenze, durante interventi di soccorso domiciliare, tra il 2014 e il 2018. La sentenza della Corte d’assise d’Appello di Trieste è dello scorso ottobre, e prevede una condanna addirittura più pesante rispetto al primo grado. Come raccontato dall’infermiera che aveva visto il medico iniettare del farmaco di colore bianco, che tuttavia non risultava dai referti, Campanile mentre lavorava per il 118 di Trieste, invece che curarli e assisterli, ha ucciso i sette pazienti ultrasettantenni affetti da gravi patologie, somministrando loro iniezioni letali di Propofol, un potente sedativo. Il dottore e i suoi legali hanno sempre sostenuto la tesi della «sedazione palliativa caritatevole».
Al termine del processo di primo grado, a febbraio 2023, era stato condannato a 15 anni e sette mesi di reclusione, beneficiando di uno sconto di pena rispetto alla richiesta dei pm, perché avrebbe agito «per motivi morali», cioè con pietà verso i pazienti. La magistratura ha però escluso questa ricostruzione perché se avesse voluto alleviare le sofferenze dei pazienti avrebbe potuto attivare i colleghi delle cure palliative. E così, a ottobre, il rianimatore è stato condannato in Appello a 17 anni e tre mesi: «Non ha agito per motivi di particolare valore morale o sociale».
Ma nel frattempo, da «angelo della morte» era diventato un «medico gettonista» del reparto di emergenza del piccolo ospedale San Leopoldo Mandic di Merate, grazie a una cooperativa esterna che ha in appalto la copertura dei turni, che i medici di ruolo altrimenti non riuscirebbero a svolgere perché in pochi, garantendo così l’apertura del pronto soccorso h24. I primi a ribellarsi contro il nuovo arrivato sono stati gli altri medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari di reparto. Tutto possibile perché l’Ordine dei medici «non aveva ritenuto di dover sospendere il medico né di avviare un procedimento per la radiazione in attesa dell’ultimo grado di giudizio in Cassazione». La sentenza è arrivata e il dg dell’Asst di Lecco, Marco Trivelli, ha comunicato la sospensione immediata di tutti i turni programmati del gettonista.
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Cesare Parodi (Ansa)
Buffet e dj set a 60 euro in una sede delle Fiamme gialle. Ma salta tutto causa proteste.
Il fronte del No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia sta usando ogni mezzo per provare a vincere la tenzone. Nel tribunale di Reggio Calabria sono stati collocati sei pannelli di grandi dimensioni che riassumono in modo strumentale le modifiche volute dal governo. Il locale Ordine degli avvocati ha subito espresso «la più ferma contrarietà verso l’iniziativa» e ha auspicato l’immediata rimozione del «materiale propagandistico», augurandosi che non si ripetano più «simili episodi».
I tazebao non offrono una lettura neutrale del testo referendario, ma già dal titolo inducono a fare una scelta di campo. Qualche esempio? «Un pm più forte e un Csm più debole. Uno squilibrio pericoloso». Oppure «La riforma incoraggia la scelta pilotata dei membri laici in quota alla maggioranza». Che non si capisce che cosa significhi, ma suscita sospetto. La Camera penale di Reggio Calabria ha definito l’episodio «uno dei suoi punti più bassi» della campagna e ha tacciato di «arroganza» e di «mancanza di rispetto» l’Associazione nazionale magistrati e il comitato «Giusto dire no» da essa fondato. Gli avvocati penalisti chiedono di sapere chi, come e con quale motivazione abbia autorizzato «tale indebita occupazione dello spazio giustizia, ancor più grave e non giustificabile perché esterna a ogni usuale spazio di concessione (come bacheche o altro)» e denunciano «la vera e propria occupazione diffusa effettuata nelle aree in cui quotidianamente la giustizia si amministra».
Qualcuno, ieri, ricordava che esiste una legge 212 del 1956 che recita: «Chiunque affigge stampati, giornali murali o altri, o manifesti di propaganda elettorale […] fuori degli appositi spazi è punito con l’arresto fino a 6 mesi e con l’ammenda da lire 50.000 a lire 500.000». Infine, secondo gli avvocati, gli ultrà del No avrebbero «clamorosamente calpestato» il recente richiamo di Sergio Mattarella «alla misura» in questa competizione. Il presidente dell’Anm di Reggio, Antonella Stilo, ha provato a stemperare le polemiche: «Presso il tribunale di Reggio Calabria è garantita l’affissione di manifesti esplicativi tanto delle ragioni del Sì, quanto delle ragioni del No». Quindi ha chiesto perché «chi aderisce al comitato del No […] debba incontrare limitazioni legate all’ampiezza dei manifesti» e ha puntualizzato che questi «si trovano al piano zero e non all’interno delle aule di udienza, così come è stato scritto» e lì sono destinati a rimanere «soltanto per qualche giorno».
Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè non è stato morbido: «Annettere il tribunale di Reggio Calabria e trasformarlo come fanno gli scalmanati che occupano gli edifici pubblici con cartelli intrisi di falsità sul referendum offende l’istituzione e dovrebbe indignare chi dovrebbe salvaguardarla. Disseminando il tribunale con quei cartelli, l’Anm ha compiuto un atto di teppismo elettorale gravissimo che pretenderebbe immediate iniziative da parte del presidente del tribunale e delle alte magistrature del capoluogo».
Discussioni anche a Treviso, dove l’Anm ha ottenuto l’aula d’assise del tribunale per perorare le proprie ragioni. Il giudice Marco Biagetti si è ribellato: «Non si può fare! Segnalerò la cosa nelle sedi opportune. Non credo sia consentito utilizzare luoghi istituzionali dove io stesso svolgo la mia funzione per un dibattito con quelle premesse. E il confronto?». Anche in Veneto hanno fatto sentire la loro voce sia l’Ordine degli avvocati che la Camera penale. La giornata di ieri è stata movimentata anche dalla notizia che la sezione laziale dell’Anm aveva organizzato «la prima festa del distretto» con «buffet e dj set» alla modica cifra di 60 euro presso il circolo della Guardia di finanza di Villa Spada a Roma. Nell’invito si precisava che «il ricavato» sarebbe stato «devoluto al comitato “Giusto dire no”».
Ma dopo le prime, inevitabili, polemiche le Fiamme gialle, che non conoscevano la finalità della serata e lo hanno scoperto solo dalla locandina, nella mattinata di ieri, hanno fatto sapere che i locali del circolo non sono utilizzabili per eventi politici e commerciali e i magistrati hanno dovuto mettersi alla ricerca di un’altra sede.
Il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri si è dichiarato «esterrefatto» dopo avere saputo di «cene con sottoscrizione promosse con la propria sigla dall’Anm, come se si trattasse di un partito o di una qualunque associazione privata e non dell’associazione che raggruppa coloro che dispongono della libertà e della reputazione dei cittadini italiani». Gasparri ha stigmatizzato «l’arroganza» che avrebbe mostrato l’Anm nel chiedere «una struttura che fa capo a un corpo di polizia per raccogliere soldi per il No» e ha definito la condotta delle toghe «scandalosa» e «degna del carnevale di Rio, non dell’ordine giudiziario».
Quindi ha chiosato: «Se lo scopo della sottoscrizione per il No è stato taciuto, è una vergogna che dei magistrati abbiano mentito alla Guardia di finanza».
In questa campagna senza esclusione di colpi l’ha sparata grossa pure Paolo Bolognesi, referente del comitato «Società civile per il No al referendum» di Bologna ed ex presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980: «Immaginate se un domani ricapitasse una nuova strage come quella della stazione di Bologna. Pensate che con questa nuova legge si possa affrontare una situazione del genere e arrivare alla verità? Io penso proprio di no», ha dichiarato. «Un testo di questo tipo va a indebolire la magistratura, che è quello che voleva la loggia massonica P2 di Licio Gelli con il suo piano di Rinascita democratica».
Un refrain che il fronte del No cavalca da tempo, sperando, con lo spauracchio del fu Maestro venerabile, di rendere immodificabile il sistema Giustizia. L’ennesimo sacello inviolabile dei veri conservatori.
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