L’avviso di conclusione indagini, preludio di un processo, a carico di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, mi ha riportato alla memoria un episodio di tanti anni fa. Era il 4 marzo del 1993 quando il pool di Mani pulite dispose l’arresto di Enzo Carra, portavoce dell’allora segretario della Dc, Arnaldo Forlani. A San Vittore, carcere milanese dove stazionavano perennemente i cronisti, fu portato in manette e la foto del giornalista con gli schiavettoni (prima di diventare capo ufficio stampa della Democrazia cristiana era stato a lungo redattore ed editorialista del quotidiano romano Il Tempo) fece il giro delle redazioni.
Secondo i pm, Carra era a conoscenza di una tangente di cinque miliardi pagata da un dirigente Eni al partito, ma il portavoce di Forlani negò di sapere e dunque finì in carcere con l’accusa di falsa testimonianza. In pratica, non riuscendo ad arrivare al pesce grosso, la procura se la prese con quello piccolo.
Ecco, la storia di Giusi Bartolozzi mi sembra uguale. I pm di Roma che indagano sul caso Almasri, ossia sulla liberazione del capo delle milizie libiche, avrebbero voluto mandare a processo Carlo Nordio, insieme a Matteo Piantedosi e Alfredo Mantovano, cioè mezzo governo, ma il Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere, dunque non restava che Bartolozzi, la quale pur non avendo avuto un ruolo diretto nella vicenda viene accusata di falsa testimonianza, proprio come Carra. Cioè i ministri, grazie all’immunità, sono usciti dalla porta, ma i magistrati provano a farli rientrare nell’inchiesta dalla finestra, perché in un eventuale processo al capo di gabinetto di sicuro chiamerebbero a testimoniare Nordio, Piantedosi e Mantovano, i quali in tribunale - ma non come imputati - avrebbero l’obbligo di rispondere. L’espediente è contestato dal governo, che dopo i passi ufficiali della Procura, probabilmente contesterà le decisioni dei pm davanti alla Corte costituzionale, sostenendo che in questo modo si violano comunque le garanzie parlamentari. Vedremo come si risolverà la faccenda.
Ciò detto, il caso mi riporta alla memoria un altro fatto, che credo spieghi bene perché questa faccenda sia tutta politica e assai poco giudiziaria. Mi spiego. Cominciamo con ricostruire brevemente la vicenda. Osama Almasri è - o era, visto che in Libia le cose sono sempre in movimento - il capo di una milizia che controllava il carcere di Mitiga, a Tripoli. La Corte penale internazionale dell’Aia lo accusò di gravi crimini nei confronti dei migranti e nel gennaio dello scorso anno ne dispose l’arresto.
Il generale in quei giorni era a spasso per l’Europa, ma curiosamente nessuno in Germania e negli altri Stati Ue si occupò di sottoporlo a fermo. Poi, una volta giunto a Torino, ecco scattare l’arresto. Per un paio di giorni Almasri rimane a disposizione dell’autorità giudiziaria. Poi, non essendo arrivata alcuna decisione del ministero della Giustizia, la Corte decide la sua scarcerazione e con un volo dei nostri servizi segreti viene rimpatriato. Sul perché Nordio non abbia agito in quelle 48 ore ci sono diverse versioni: quella ministeriale è che l’Aia abbia sbagliato le procedure, non allegando gli atti indispensabili. Quella della Procura è che la decisione del governo sia stata politica e i ministri si siano resi responsabili di omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento (nei confronti di Almasri) e peculato (per aver rispedito il miliziano su un volo dei nostri 007).
Ora, a me pare evidente che il generale libico è stato riportato in Libia per evitare che Tripoli per rappresaglia ci invadesse con migliaia di migranti o arrestasse qualche nostro connazionale, come è accaduto a Teheran con Cecilia Sala. È assolutamente chiaro che l’interesse nazionale fosse prevalente rispetto a tutto il resto, anche alla necessità di consegnare alla corte dell’Aia un torturatore. E a questo proposito ricordo un episodio raccontato da Francesco Cossiga. Durante le esequie di Enrico Berlinguer, a Padova, un giudice veneto spiccò un mandato di cattura contro Arafat. Il capo dei palestinesi fu prelevato mentre era in corso la cerimonia e portato a Palazzo Giustiniani, nell’alloggio di Cossiga, ai tempi presidente del Senato. Lì rimase per il tempo necessario ad accordargli una robusta scorta dei reparti speciali della polizia di Stato e dell’Arma dei carabinieri. A ricordarlo è l’ex capo dello Stato: «Quando gli ufficiali di polizia giudiziaria incaricati del mandato di cattura finalmente individuarono il luogo dove si trovava Arafat, cioè l’aeroporto di Ciampino, quando essi vi giunsero, l’aereo privato egiziano che lo trasportava guarda caso era già decollato».
Qualcuno indagò Cossiga e quanti avevano organizzato la fuga? Fu rinviato a processo il suo portavoce o il suo capo della segreteria? No, perché come spiegava l’allora presidente della Repubblica, «vi sono dei casi in cui gli interessi internazionali dello Stato richiedono che l’azione penale non sia esercitata o non sia comunque soddisfatto l’interesse alla soddisfazione della pretesa punitiva dello Stato». Chiaro, no?
Dunque, perché processare una funzionaria se il suo ministro ha fatto prevalere l’interesse nazionale?



