L’Anm piazza i cartelloni in tribunale e «invade» persino i circoli della GdF

Il fronte del No al referendum sulla riforma costituzionale della giustizia sta usando ogni mezzo per provare a vincere la tenzone. Nel tribunale di Reggio Calabria sono stati collocati sei pannelli di grandi dimensioni che riassumono in modo strumentale le modifiche volute dal governo. Il locale Ordine degli avvocati ha subito espresso «la più ferma contrarietà verso l’iniziativa» e ha auspicato l’immediata rimozione del «materiale propagandistico», augurandosi che non si ripetano più «simili episodi».
I tazebao non offrono una lettura neutrale del testo referendario, ma già dal titolo inducono a fare una scelta di campo. Qualche esempio? «Un pm più forte e un Csm più debole. Uno squilibrio pericoloso». Oppure «La riforma incoraggia la scelta pilotata dei membri laici in quota alla maggioranza». Che non si capisce che cosa significhi, ma suscita sospetto. La Camera penale di Reggio Calabria ha definito l’episodio «uno dei suoi punti più bassi» della campagna e ha tacciato di «arroganza» e di «mancanza di rispetto» l’Associazione nazionale magistrati e il comitato «Giusto dire no» da essa fondato. Gli avvocati penalisti chiedono di sapere chi, come e con quale motivazione abbia autorizzato «tale indebita occupazione dello spazio giustizia, ancor più grave e non giustificabile perché esterna a ogni usuale spazio di concessione (come bacheche o altro)» e denunciano «la vera e propria occupazione diffusa effettuata nelle aree in cui quotidianamente la giustizia si amministra».
Qualcuno, ieri, ricordava che esiste una legge 212 del 1956 che recita: «Chiunque affigge stampati, giornali murali o altri, o manifesti di propaganda elettorale […] fuori degli appositi spazi è punito con l’arresto fino a 6 mesi e con l’ammenda da lire 50.000 a lire 500.000». Infine, secondo gli avvocati, gli ultrà del No avrebbero «clamorosamente calpestato» il recente richiamo di Sergio Mattarella «alla misura» in questa competizione. Il presidente dell’Anm di Reggio, Antonella Stilo, ha provato a stemperare le polemiche: «Presso il tribunale di Reggio Calabria è garantita l’affissione di manifesti esplicativi tanto delle ragioni del Sì, quanto delle ragioni del No». Quindi ha chiesto perché «chi aderisce al comitato del No […] debba incontrare limitazioni legate all’ampiezza dei manifesti» e ha puntualizzato che questi «si trovano al piano zero e non all’interno delle aule di udienza, così come è stato scritto» e lì sono destinati a rimanere «soltanto per qualche giorno».
Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè non è stato morbido: «Annettere il tribunale di Reggio Calabria e trasformarlo come fanno gli scalmanati che occupano gli edifici pubblici con cartelli intrisi di falsità sul referendum offende l’istituzione e dovrebbe indignare chi dovrebbe salvaguardarla. Disseminando il tribunale con quei cartelli, l’Anm ha compiuto un atto di teppismo elettorale gravissimo che pretenderebbe immediate iniziative da parte del presidente del tribunale e delle alte magistrature del capoluogo».
Discussioni anche a Treviso, dove l’Anm ha ottenuto l’aula d’assise del tribunale per perorare le proprie ragioni. Il giudice Marco Biagetti si è ribellato: «Non si può fare! Segnalerò la cosa nelle sedi opportune. Non credo sia consentito utilizzare luoghi istituzionali dove io stesso svolgo la mia funzione per un dibattito con quelle premesse. E il confronto?». Anche in Veneto hanno fatto sentire la loro voce sia l’Ordine degli avvocati che la Camera penale. La giornata di ieri è stata movimentata anche dalla notizia che la sezione laziale dell’Anm aveva organizzato «la prima festa del distretto» con «buffet e dj set» alla modica cifra di 60 euro presso il circolo della Guardia di finanza di Villa Spada a Roma. Nell’invito si precisava che «il ricavato» sarebbe stato «devoluto al comitato “Giusto dire no”».
Ma dopo le prime, inevitabili, polemiche le Fiamme gialle, che non conoscevano la finalità della serata e lo hanno scoperto solo dalla locandina, nella mattinata di ieri, hanno fatto sapere che i locali del circolo non sono utilizzabili per eventi politici e commerciali e i magistrati hanno dovuto mettersi alla ricerca di un’altra sede.
Il presidente dei senatori di Forza Italia Maurizio Gasparri si è dichiarato «esterrefatto» dopo avere saputo di «cene con sottoscrizione promosse con la propria sigla dall’Anm, come se si trattasse di un partito o di una qualunque associazione privata e non dell’associazione che raggruppa coloro che dispongono della libertà e della reputazione dei cittadini italiani». Gasparri ha stigmatizzato «l’arroganza» che avrebbe mostrato l’Anm nel chiedere «una struttura che fa capo a un corpo di polizia per raccogliere soldi per il No» e ha definito la condotta delle toghe «scandalosa» e «degna del carnevale di Rio, non dell’ordine giudiziario».
Quindi ha chiosato: «Se lo scopo della sottoscrizione per il No è stato taciuto, è una vergogna che dei magistrati abbiano mentito alla Guardia di finanza».
In questa campagna senza esclusione di colpi l’ha sparata grossa pure Paolo Bolognesi, referente del comitato «Società civile per il No al referendum» di Bologna ed ex presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980: «Immaginate se un domani ricapitasse una nuova strage come quella della stazione di Bologna. Pensate che con questa nuova legge si possa affrontare una situazione del genere e arrivare alla verità? Io penso proprio di no», ha dichiarato. «Un testo di questo tipo va a indebolire la magistratura, che è quello che voleva la loggia massonica P2 di Licio Gelli con il suo piano di Rinascita democratica».
Un refrain che il fronte del No cavalca da tempo, sperando, con lo spauracchio del fu Maestro venerabile, di rendere immodificabile il sistema Giustizia. L’ennesimo sacello inviolabile dei veri conservatori.






