
Ho letto con dispiacere le dichiarazioni del giornalista Roberto Saviano che si avventura in commenti e proposte di voto sulla riforma della giustizia. Non mi risultava, tranne qualche titolo onorario senza valore scientifico, che il dottor Saviano avesse compiuto studi giuridici e con che profitto. E infatti, interrogata la rete che tutto sa, mi ha risposto che «non risulta pubblicamente quale voto di laurea abbia ottenuto Roberto Saviano, quando si è laureato in Filosofia all’università degli studi di Napoli». Le biografie disponibili confermano semplicemente che si è laureato in filosofia, ma non riportano il voto finale del suo percorso di laurea.
Lui stesso quando ne parla, lo definisce come una ricerca di un «corpo a corpo con la verità». Cosa che probabilmente ha, poi, dimenticato nel tempo, adottando un metodo molto più politicamente e ideologicamente orientato. Non è un caso che oggi sia considerato una della più autorevoli voci della sinistra italiana. Ma non mi interessa parlare di lui, quanto piuttosto delle sue dichiarazioni, che, però, tradiscono inevitabilmente questo suo orientamento che ne condiziona la credibilità.
Il suo discorso in sintesi è questo: «Ogni riforma che allenta l’autonomia dei pm e frammenta il governo della magistratura rende più difficile colpire il potere dei clan». Il suo è un vecchio trucchetto che funziona sempre e che nulla ha a che fare con la verità. Si dà per scontato un concetto e si sposta l’attenzione su altro, in modo che il lettore dia per provato il presupposto, che, invece, è tutt’altro che scontato.
Questa tecnica si chiama petizione di principio (in latino petitio principii). È una fallacia logica in cui si assume come vero ciò che, invece, andrebbe dimostrato, spesso in modo implicito. Nel suo caso specifico, il meccanismo è semplice: prima introduce un presupposto non dimostrato (si indebolisce l’autonomia del pm), poi si sposta l’attenzione su un altro punto (la lotta alla mafia) e così il lettore finisce per accettare il presupposto come un dato di fatto (che resta però indimostrato).
Se, poi, come fa il giornale che ha lanciato la notizia, oggi ci metti il carico di un magistrato (asseritamente antimafia) anche lui ideologicamente affine a Saviano, l’opera è compiuta. Il messaggio che passa al distratto lettore è quello che ha ragione Saviano, quindi addirittura che la riforma e chi la propone (il governo) vogliono impedire la lotta alla mafia o addirittura favorire quest’ultima.
Ma, si tratta di una vera e propria mistificazione della realtà. In termini giornalistici si chiama framing manipolativo e il nome dice tutto: manipolazione della realtà per finì biecamente politici (o meglio di partito). Ma, ormai, molti tifosi del No hanno scelto questa strada. Ne parlano storici, attori, cantanti, come se fosse argomento da bar dello sport. È il segno che si è persa la misura e, forse, anche la vergogna. È diventata una sorta di crociata in cui ogni strumento sarebbe consentito, sempre basato sull’assunto che loro hanno ragione e tutti gli altri sono in malafede, se non addirittura filo mafiosi.
Tutto questo è davvero preoccupante. Io non dico che si debba essere, per forza, convinti della bontà delle nuove norme costituzionali, ma, almeno, ci vorrebbe il buon senso di commentarle (e forse prima ancora di leggerle), usando argomentazioni giuridiche, visto che siamo su un campo eminentemente tecnico e maledettamente complesso.
È come se introducessero un nuovo farmaco salvavita o contro i tumori e il fronte del No, quello c’è sempre a prescindere in ogni campo, fosse rappresentato da investigatori e operai metalmeccanici (ovviamente con tutto il rispetto di queste categorie, di cui fa parte il sottoscritto). E i giornali e i media amici spingessero per dare più credito a questi ultimi che non agli scienziati proponenti.
Sarebbe indiscutibilmente il caos, e si avrebbe contro la ricerca scientifica e la stessa evoluzione. Mi si potrebbe controbattere che molti «esperti» tra cui magistrati sono contrari. E questo ovviamente ci sta, ma fa il paio con la notizia, poco diffusa, di molti colleghi che sono a favore della riforma, anche se hanno deciso legittimamente di non esporsi, (cosa che mi dispiace e rispetto alle possibili motivazioni mi preoccupa molto e dovrebbe preoccupare anche i cittadini).
Ma, ad ogni modo, io sono contento che ci siano diverse opinioni e idee, quando queste sono il frutto di approfondimenti e riflessioni tecniche sul testo. E non mi scandalizza che anche i magistrati la possano pensare diversamente. Così, spesso, mi capita di confrontarmi anche in occasione di pubblici convegni con i sostenitori del No, le cui opinioni, ribadisco, rispetto, anche se non condivido. E spiego, o provo almeno a farlo, che non le condivido per un motivo fondamentale che, poi, ha ricadute per me decisive sulla scelta del Sì.
A me sembra, ma sono pronto a discutere di fronte a eventuali argomenti contrari, che si sia perso di vista il testo della norma. Ho la sensazione che molti di quelli che parlano non l’abbiano, addirittura, neanche letto. Lo dimostra l’evoluzione degli argomenti a sostegno del No. Si è passati, infatti, da un imbarazzante «la riforma vuole sottomettere i giudici alla politica», la cui falsità è stata facilmente smascherata, ad un più subdolo «indebolimento del pubblico ministero attraverso la frammentazione del governo della magistratura».
In buona sostanza, da quel che è dato comprendere, l’assioma non dimostrato, coniato dal giornalista/filosofo Saviano e magicamente ripreso da qualche magistrato (non mi sorprenderebbe che si accodasse qualcun altro prossimamente) sarebbe questo: separando giudici e pubblici ministeri (anche con la creazione di due Csm) si indebolirebbe la magistratura e quindi anche la risposta alla mafia.
Il problema di questo ragionamento è che la separazione è scritta nella norma ed accompagnata dalla garanzia della autonomia, sia del giudice che del pubblico ministero, mentre la asserita e ventilata conseguenza dell’indebolimento di una delle due funzioni o di tutte e due è tutta da dimostrare. O meglio, sarebbe da dimostrare. E, qui, la situazione si complica per i sostenitori del No e si comprende, almeno seguendo un criterio logico, il carattere surrettizio di questa posizione.
Direbbe un mio amico napoletano dai modi un po’ ruvidi: ci manca un pezzo! E, effettivamente, davvero io non riesco a capire e a immaginare concretamente come si possa scientemente realizzare questo indebolimento. Mi sembra la stessa aprioristica impostazione che indusse l’Associazione nazionale magistrati a proclamare un giorno di sciopero, nel dicembre 1991, sei mesi prima della strage di Capaci, contro Giovanni Falcone, accusato di aver tradito la magistratura e di voler minarne l’autonomia con la sua creazione della Procura nazionale antimafia. E, lì, sappiamo tutti come è andata a finire.
Ma restiamo al testo della norma. Oggi il Csm è unico, riconosciuto dalla Costituzione come organo di autogoverno, presieduto dal presidente della Repubblica, e composto da 2/3 di magistrati (giudici e pm), eletti tra quelli indicati dalle correnti, e 1/3 di membri laici, eletti dal Parlamento. Domani, con la riforma, ogni ruolo (giudici e pm, ognuno per conto suo) avrà il suo Csm, sempre riconosciuto dalla Costituzione, a presidio della rispettiva autonomia, sempre presieduto dal presidente della Repubblica e composto da 2/3 rispettivamente di giudici e di pm, nominati a sorteggio, e da 1/3 di esperti, tratti a sorteggio da un elenco predisposto dal Parlamento.
Non vorrei sbagliare, o almeno non di troppo, ma l’unica differenza sostanziale mi sembra quella del sorteggio. Infatti, la separazione, aldilà degli indiscutibili riflessi sulla parità processuale delle parti e sulla irrinunciabile autonomia del giudice, produrrà due organi, sempre costituzionali, che potranno forse meglio di oggi tutelare le rispettive prerogative. Qualcuno, non a caso, diceva scherzosamente qualche tempo fa «two è meglio che one». I giudici potranno esprimere meglio le loro esigenze e i pubblici ministeri fare altrettanto, realizzandosi una autonomia completa, non più zoppa, sia interna che esterna.
Ovviamente, mi farebbe piacere essere smentito con motivazioni di merito, che sto ancora aspettando. Allora, se così è, viene da domandarsi: cosa tradisce il discorso del No? Cosa viene tenuto nascosto, tenendone intenzionalmente all’oscuro chi dovrebbe o vorrebbe esserne a conoscenza, e quindi in questo caso gli elettori? Io ho un’idea, anche se spero di sbagliarmi. Visto che il cuore della riforma è il sorteggio, che incide pesantemente sul potere delle correnti, non vorrei che vi sia qualche nostalgico del correntismo in magistratura.
E lo dico davvero ora col cuore, e non solo con la mente, perché credo che nessuno possa e debba proteggere un sistema, che seppur nato sotto buoni e nobili auspici, ha di fatto dimostrato nella sua deriva più becera (vedi il noto caso Palamara) di essere solo un vero e proprio cancro per la giustizia ed una vergogna per la magistratura. Io non so, perché a differenza di altri, non provo neanche ad avventurarmi in prognosi del tutto ipotetiche e prive di fondamento logico, prima ancora che scientifico, se il sorteggio sarà il metodo giusto.
Ma, quello che ho chiaro e di cui sono orgogliosamente convinto, è che la deriva correntista ha fatto e continua a fare male ai magistrati, che rappresentano fortunatamente la grandissima parte della categoria, che la mattina si svegliano e pensano, tra mille difficoltà e dubbi, a come provare ad amministrare giustizia nel modo più decente possibile. E sono convinto che tanti di loro sono proprio quelli che oggi mantengono un comprensibile e condivisibile contegno di riserbo e di equilibrio. Sono quelli che invidio molto perché sono più continenti di me, che, di fronte alla mistificazione della verità ed al sistematico utilizzo di mezzi subdoli ed ingannevoli, non riesco a non provare a fornire una versione diversa, nella speranza, almeno quella, che i cittadini riescano a determinarsi in maniera corretta e informata.






