Grezzo. Rozzo. Confuso. Banale. Ridondante. Inutilmente enfatico. Caotico. Disordinato. Sbrodolato. Ripetitivo. Pensierini da Baci Perugina... Tali aggettivi ed espressioni le metto a disposizione di chi, dopo aver letto il mio libro, avrà voglia di stroncarlo - legittimamente, sia chiaro: il diritto di critica è sacrosanto. Anche perché quei termini sono tutti calzanti.
Il mio primo, e presumo ultimo, libro è infatti proprio così: tirato via, scritto male e argomentato peggio. Però è autentico.
(Sì, lo so: sembra di sentire Giorgia Meloni quando, a chi le segnalava i giudizi non esattamente lusinghieri che le aveva riservato l’alleato Silvio Berlusconi dopo la vittoria alle politiche 2022, affacciandosi dal sedile della macchina replicò: «Non ho niente da dire, mi pare però mancasse un punto tra quelli elencati: che non sono ricattabile»).
Direte: un libro non va giudicato in base alle pur buone intenzioni dell’autore.
Vero, ma non posso mentire, almeno con i lettori della Verità: l’ho messo nero su bianco come sentivo dovesse essere scritto.
«In apnea», come l’ha definito Alessandra Arachi sul Corriere della Sera (grazie a lei, e grazie ad Aldo Cazzullo, il primo a contattarmi: non siamo sempre d’accordo, ma la stima c’è sempre stata, e rimane).
Perché la punteggiatura è assente, come se avessi scritto in trance, lasciando spazio a un lungo flusso di coscienza - cattiva, perché onusta di sensi di colpa.
Una lunga confessione come se, sdraiatomi sul lettino, mi fossi messo a parlare con l’analista. In questo caso, il mio stesso padre. Si fa prima a dire cosa non è, il mio pregevole manufatto.
Non è un trattarello sociologico sull’evoluzione della figura del padre, in principio l’autorevole pater familias, quindi il dispotico Padre padrone (come da titolo del volume di Gavino Ledda, Feltrinelli 1975), infine oggi il «mammo».
Non me lo sarei potuto permettere, e comunque in materia esiste una copiosa produzione, penso ai libri di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? Raffaello Cortina 2017, Maurizio Quilici, Storia della paternità, Fazi 2010, Antonio Polito, Contro i papà, Rizzoli 2012.
Non è nemmeno la storia della mia famiglia, altrimenti lo spazio riservato a mia madre e a mia sorella sarebbe stato ben diverso. Non è la mia autobiografia - a chi interesserebbe? - né professionale né privata.
Nel primo caso, avrei ringraziato chi mi ha accompagnato lungo il percorso: da Giampaolo Pansa a Marco Tronchetti Provera, da Afef ad Adriano Panatta, da Maurizio Belpietro (l’unico, quando fui sostituito alla guida del TgLa7, a scrivere in lode dello stile che avevo esibito nel momento del «licenziamento»: senza cioè atteggiarmi a martire dell’informazione e della democrazia - che è spesso una posa ipocrita, e che proprio per questo in questo Paese paga sempre), fino a Enrico Mentana, che nel 1995 mi volle al Tg5 per sei mesi, e successivamente mi offrì anche l’assunzione, proposta che rifiutati perché nel frattempo avevo intrapreso la carriera di autore televisivo.
Nel secondo caso, si sarebbe trattato di un inutile memoir di un patetico maschio italiota, egoista e fedifrago, capace di farsi - disinvoltamente e allegramente - i casi suoi fino all’età di 55 anni.
Ed eccoci allo snodo fatale, al giro di boa: nel 2016 divento padre, e le mie prospettive - come d’incanto - cambiano.
D’accordo, anche qui siamo all’acqua calda: diventare padre, ritrovarsi genitore, non è poi una circostanza così speciale. Anche perché ho sempre pensato che nella vita non sia obbligatorio fare figli. A me non è successo fino appunto a 10 anni fa. E vivevo benissimo.
Poi, all’arrivo di Lucia e Romeo, ho scoperto che potevo vivere meglio.
Intendiamoci: continuo a sostenerlo, «replicarsi» non è un dovere.
Ma non condanno certo chi non ha figli (anche perché non sempre è una scelta, ma una situazione imposta dalla natura: in tal caso, capisco chi si adoperi per averlo, un figlio, purché non ricorra all’orrida pratica dell’utero in affitto, che mercifica il corpo delle donne, altro che la pubblicità).
Sia che si diventi padri oppure no, un dato è certo: si è comunque sempre figli, e su questo non ci piove.
Anche se poi confrontarsi con il nodo rappresentato dai rapporti con il proprio padre è un terreno estremamente sdrucciolevole, intriso di lacrime e di bestemmie, di conti senza sconti, di ammissioni e recriminazioni, accuse e incomprensioni, pentimenti tardivi che sono utili «come il morso di un cane a una pietra», evocando il grande Friedrich Nietzsche.
Il mio libro, in fondo, è tutto qui: il tentativo, non so quanto riuscito, di rimettere insieme i pezzi, tornando sul luogo del delitto (c’è sempre un momento in cui il figlio maschio esclama: «Father, I want to kill you», come Jim Morrison dei Doors nel brano The end, e scusate la citazione rock, ma sono pur sempre anche il Cavaliere Nero di Virgin Radio, e anche questo dettaglio rientra nel libro in modo significativo), alla ricerca di indizi e prove come tessere di un mosaico necessariamente incompleto, per saldare i sospesi.
Fuori tempo massimo, comunque, visto che mio padre e mia madre se ne sono andati a tre settimane l’uno dall’altra, tra aprile e maggio 2020, la primavera del Covid, senza neppure un funerale causa lockdown.
Quello che mi è successo dopo la scomparsa dei miei, il ritrovarmi improvvisamente orfano a 60 anni, condizione che di regola si associa all’infanzia o all’adolescenza («poverino, è rimasto orfano da bambino»), e che io invece ho sperimentato avendo già da un pezzo attraversato la mia personale linea d’ombra, è raccontato nel libro, ma sempre nel tentativo di capire meglio quale sia stato davvero il sentimento che ancora oggi mi fa commuovere se penso a quel padre calabrese, emigrato al Nord a 18 anni, entrato in Polizia tributaria, piombato a Como sul finire degli anni 50 quando i cartelli avvertivano «non si affitta ai terroni», autore di imprese memorabili quando dava la caccia agli «spalloni», che aspettava arrampicato sugli alberi, da cui il soprannome «Scoiattolo», per cui ha ricevuto medaglie ed encomi.
Un padre verso il quale oggi posso dire di nutrire un amore disperato, un legame indissolubile come quello manifestato da Camillo Sbarbaro nella sua poesia più celebre: «Padre / se anche tu non fossi il mio Padre / se anche fossi a me un estraneo / fra tutti quanti gli uomini già tanto / pel tuo cuore fanciullo t’amerei».
Che non a caso apre il primo capitolo.
Buona lettura, e grazie alla Verità per lo spazio.


