Altri raid su Teheran, ayatollah decapitati. Israele: «Uccisi Larijani e Soleimani»

La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran segna una nuova escalation con l’uccisione di Ali Larijani, figura chiave dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica. Secondo quanto annunciato dall’esercito israeliano e dal ministro della Difesa Israel Katz, Larijani - segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e destinatario di una taglia americana da 10 milioni di dollari - è stato eliminato in un attacco aereo nella notte tra lunedì e martedì.
L’operazione, riferisce l’emittente israeliana Channel 12, sarebbe stata inizialmente programmata per la notte precedente e poi rinviata all’ultimo momento. La decisione di colpire è arrivata dopo aver individuato Larijani in uno degli appartamenti utilizzati come rifugio, dove si trovava insieme al figlio anche lui ucciso. Il raid nel quale sono stati lanciati 20 missili conferma come non esistano più luoghi sicuri per i vertici del regime.
Le Forze di Difesa israeliane hanno definito Larijani una delle figure più influenti e longeve del sistema di potere iraniano, sottolineandone il legame diretto con la Guida Suprema. Dopo aver guidato personalmente la repressione di gennaio contro i manifestanti iraniani, Larijani aveva consolidato il proprio peso all’interno del regime. Alla morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nelle prime fasi del conflitto, era così diventato il perno del sistema, coordinando le attività politico-militari e le operazioni internazionali. La sua eliminazione si inserisce in una più ampia offensiva che, secondo fonti vicine all’opposizione come Iran International, avrebbe causato nella stessa notte la morte di circa 300 membri della milizia Basij. Tra le vittime figurano anche il comandante Gholamreza Soleimani, il suo vice Seyyed Karishi e altri quadri apicali, colpiti mentre si trovavano in un campo temporaneo allestito nei pressi di Teheran dopo la distruzione di diverse basi nelle settimane precedenti. Soleimani era il comandante delle forze Basij, una milizia di volontari composta da 700.000 persone che opera in difesa della Repubblica islamica. L’aeronautica militare israeliana ha nuovamente colpito nel pomeriggio i membri della milizia e i suoi checkpoint a Teheran e in altre località, come mostrano i video dell’Idf.
I raid notturni hanno inoltre preso di mira infrastrutture logistiche e centri di comando, inclusi siti con centinaia di veicoli militari. Secondo le stime dell’Idf, dall’inizio delle operazioni sarebbero stati uccisi tra i 4.000 e i 5.000 tra soldati e comandanti iraniani, infliggendo un duro colpo alla catena di comando della Repubblica islamica. Teheran non ha confermato né smentito la morte di Larijani, limitandosi a diffondere sui social una dichiarazione manoscritta attribuita allo stesso dirigente, risalente a giorni precedenti e priva di riferimenti agli eventi. Nel messaggio, Larijani minacciava gli Stati Uniti e rivendicava la capacità di risposta del regime, parlando di «propaganda nemica» e promettendo vendetta per il sangue versato. L’uccisione di Larijani si aggiunge a una lunga lista di perdite eccellenti che hanno colpito la leadership iraniana nelle ultime settimane, tra cui lo stesso Khamenei, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani. Resta invece avvolta nell’incertezza la sorte di Mojtaba Khamenei, indicato come nuova Guida Suprema ma mai apparso pubblicamente dal 28 febbraio. Nel frattempo, il regime ha fatto sapere che Mojtaba avrebbe respinto proposte di de-escalation e di cessate il fuoco avanzate da mediatori internazionali, segnalando la volontà di proseguire il confronto militare. L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito anche Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese. Secondo fonti militari, la campagna congiunta israelo-americana starebbe procedendo più rapidamente del previsto, con un’intensificazione degli attacchi contro l’industria della difesa iraniana e gli arsenali missilistici. Tuttavia, le operazioni sono destinate a proseguire per almeno altre tre settimane: «Abbiamo migliaia di obiettivi da colpire», ha dichiarato alla Cnn il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin. Sul piano politico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’eliminazione di Larijani «un’opportunità per il popolo iraniano di riprendere il controllo del proprio destino», sostenendo che l’offensiva mira anche a destabilizzare il sistema di potere della Repubblica islamica.
In questo scenario di crescente vuoto ai vertici, il controllo del Paese sembra sempre più nelle mani dei Pasdaran. Tra le figure emergenti spicca Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e oggi consigliere militare della Guida Suprema, indicato da diverse fonti come l’uomo che starebbe gestendo la transizione e coordinando la risposta strategica dell’Iran. Teheran ha risposto con il lancio di un numero limitato di missili, facendo scattare le sirene d’allarme nel centro e nel nord di Israele e in Cisgiordania, senza causare vittime mentre droni iraniani hanno colpito l’ambasciata statunitense a Baghdad.
In serata, però, lo scenario è mutato con un attacco su larga scala da parte di Hezbollah nel nord e nel centro di Israele, già anticipato dalle Idf che nelle ore precedenti avevano rilevato un’intensificazione dei preparativi dell’organizzazione per colpire il territorio israeliano. In precedenza il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, aveva rivendicato la decisione di riprendere le ostilità contro Israele, sottolineando come ciò avvenga «dopo quindici mesi in cui abbiamo lasciato spazio alla diplomazia con pazienza e perseveranza». Dopo le sue dichiarazioni alle Idf è stato ordinato di eliminare immediatamente qualsiasi alto esponente iraniano o di Hezbollah, senza attendere l’approvazione della leadership politica.






