
Dopo Il Sistema, Luca Palamara torna a svelare le magagne dei giudici italiani ad Alessandro Sallusti ne Il Sistema colpisce ancora. Come salvare la magistratura italiana dal vizio delle correnti e dalle mani dei politici, in libreria per Rizzoli a partire da oggi. Ne pubblichiamo un estratto.
Luca Palamara ha coniato la definizione laica della Trinità. La cellula del sistema giudiziario appare come una ma in realtà è trina: un pubblico ministero, un ufficiale di polizia giudiziaria (colui che fa materialmente le indagini) capace e un giornalista amico di entrambi. Ha sostenuto che una simile triade, se affiatata, complice e spregiudicata al punto giusto, è più potente del governo.
Dottor Palamara, molti dei suoi colleghi sostengono che via lei ora va tutto bene, fine della lottizzazione, dei veleni, delle interferenze della politica nella magistratura e viceversa.
«Posso portarla a fare un salto a Perugia?».
Volentieri, sarebbe un piacevole tuffo in uno dei cuori del Rinascimento italiano. Ma perché?
«Città splendida, grande storia: il Pinturicchio, Raffaello, c’è pure una delle università più antiche d’Europa. E poi c’è una Procura della Repubblica tra le più importanti d’Italia».
A chi ci legge sembrerà strano.
«Nel senso che la procura di Perugia non ha giurisdizione solo su quel piccolo territorio, è quella designata a indagare sui fatti e sui misfatti dei magistrati della Procura di Roma, e mi scusi se dico poco».
Se è per questo ha indagato anche su di lei.
«Già, e per rispondere alla sua domanda sulla magistratura dopo Palamara adesso le racconto una storia che inizia nel luglio 2022, due anni dopo la mia uscita di scena».
Sentiamola.
«Da qualche mese il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, aveva per le mani un’inchiesta che scottava assai, inchiesta che a sua volta la Procura di Milano, allora diretta da Francesco Greco, secondo le accuse di un suo sostituto, Paolo Storari, aveva tenuto nel cassetto».
Immagino si stia riferendo al caso della presunta loggia massonica segreta della cui esistenza, nel novembre 2019, il faccendiere Piero Amara parlò ai pm di Milano Laura Pedio e, appunto, Paolo Storari.
«Esatto, la cosiddetta loggia Ungheria della quale avrebbero fatto parte ministri, magistrati di rango, persino alti generali della Finanza e dei Carabinieri e financo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. L’attesa attorno a quell’indagine è ovviamente altissima, la tesi proposta da Amara è che una loggia segreta si fosse insinuata, anche attraverso le dinamiche correntizie, nella vita del Consiglio superiore della magistratura e più in generale nelle istituzioni del Paese. La Procura di Milano trasmette per competenza il fascicolo a Cantone che indaga e il 7 luglio 2022 annuncia che chiederà l’archiviazione. Quella richiesta formalmente è relativa ad altre persone, ma nella sostanza è un’indagine parallela per trovare nuove accuse che possano riguardarmi. Penso di aver stabilito un record: in quella archiviazione il mio nome ricorre per centoundici volte; eppure, non verrò mai iscritto nel registro degli indagati. Fino a quel momento nulla era trapelato, né sulle attività investigative né sul contenuto di quella richiesta. Del resto, non avrebbe potuto essere diversamente, la legge in questo parla chiaro: fino a che un giudice non si pronuncia sulla richiesta di archiviazione tutto deve rimanere segretato».
E invece…
«E invece solo due giorni dopo, il 9 luglio, il Fatto Quotidiano, in un articolo a firma del giornalista Antonio Massari, pubblica alcuni passaggi della richiesta di archiviazione, quelli in cui Cantone sostiene che, quando Amara dice di aver raccomandato Giuseppe Conte per fargli affidare un incarico pagato in modo sproporzionato dalla società Acqua Marcia, in realtà ha mentito».
Non mi stupisce, né la fuga di notizie né che questa, tra i tanti personaggi coinvolti, riguardi in modo positivo e assolutorio proprio Giuseppe Conte, da sempre sostenuto e difeso dal Fatto Quotidiano.
«Lei non si stupirà, io sì. Guarda caso il Fatto Quotidiano ritiene di non dover attribuire grande peso alle centosessantasette pagine che compongono quella richiesta di archiviazione squalificando in sostanza il racconto di Amara. A quel punto qualcosa deve essere andato storto all’interno della Procura di Perugia. Infatti, quello stesso giorno, mentre sono a cena, una telefonata mi anticipa che il Corriere della Sera e Repubblica stanno per pubblicare ulteriori stralci che riguardano episodi infamanti raccontati da Amara su di me, tipo che quando ero al Csm avrei accettato un Rolex del valore di trentamila euro per favorire il magistrato Maurizio Musco nel procedimento disciplinare che lo riguardava, o che addirittura avrei interferito su un giudice della Cassazione, Stefano Mogini, dicendogli che Musco era malato. Bollo quello che mi viene detto come una stupidaggine. Ritengo la cosa impossibile. Io con quella vicenda non c’entro nulla, per quell’episodio la Procura di Perugia non mi ha mai fatto una contestazione specifica né tanto meno inviato un avviso di garanzia. Perché mai di fronte ad accuse di cui non ho mai saputo nulla dovrei finire sui giornali? Peraltro, nessun giornalista del Corriere o di Repubblica mi ha cercato per sentire la mia versione, cosa che nell’immediatezza mi avrebbe consentito di smentire documentalmente queste accuse infamanti, in relazione alle quali oggi sono addirittura persona offesa del reato di calunnia commesso da Amara nei miei confronti».
Azzardo una possibile risposta: perché lei è Palamara, quello che scrivendo il libro Il Sistema ha scoperchiato il vaso di Pandora pure sugli intrecci opachi tra Procure e giornalisti, compresi quelli dei due giornali che sta citando.
«Ipotesi maligna la sua ma, come diceva uno che se ne intendeva, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Infatti la mattina successiva puntualmente mi ritrovo tutto spiattellato con grande evidenza. Viene addirittura affermato che solo grazie alla schiena dritta di quel magistrato di Cassazione, Stefano Mogini, la mia interferenza non è andata a buon fine. E mi pongo due domande, oltre a quella di come sia possibile pubblicare tesi diffamatorie già smentite da una richiesta di archiviazione che, in contrasto con quanto stabilisce la Corte costituzionale, viene trasformata in una sentenza di condanna a uso e consumo dei giornali».
Quali?
«La prima è: chi ha consegnato ai giornalisti del Corriere e di Repubblica notizie e documenti che avrebbero dovuto rimanere riservati, facendogli pure riprendere una frase che Mogini in realtà non ha mai pronunciato, perché nel suo verbale dirà che il nostro incontro è avvenuto su sua richiesta? Sarà un caso, ma recentemente lo stesso Mogini è stato penalizzato nella corsa per diventare primo presidente della Cassazione. La seconda è: chi sta dirigendo il traffico, ovvero chi decide che cosa e con quale fine, in una mole enorme di materiale, deve essere dato in pasto all’opinione pubblica e che cosa no?».
Non posso esimermi: lei queste cose – questi meccanismi perversi – non le scopre la mattina del 10 luglio 2022. Lei, come ha raccontato in precedenza, le sapeva e le ha viste fare fin dal 2008, quando ha iniziato a scalare il potere giudiziario.
«E infatti non faccio né la vittima né la verginella. Sto rispondendo da testimone diretto alla sua domanda di fondo: il “Sistema” perverso della giustizia – come sostengono quelli contrari alla riforma della magistratura che ci porterà al referendum – è morto con la fine dell’epoca Palamara o è ancora vivo e vegeto? Io le sto dimostrando che è vivo, e se andiamo avanti saprò essere ancora più convincente».
Prego.
«Dicevamo di quella mattina. Per prima cosa presento una denuncia alla Procura di Firenze, competente per eventuali reati commessi dai colleghi di Perugia, in merito alla fuga di notizie. E subito accade qualcosa di inatteso».
Che cosa?
«Il procuratore Cantone telefona personalmente al mio avvocato, il professor Rampioni, per dirgli che a suo avviso avevamo tutte le ragioni per sporgere denuncia».
Anche lui non l’ha presa bene.
«Per nulla, al punto che – cosa inusuale – decide di occuparsi personalmente della vicenda: vuole capire chi, nel suo ufficio, ha violato il segreto istruttorio. Dispone quindi una serie di accertamenti interni per ricostruire tutti i passaggi delle carte e dalle verifiche emerge un nome, quello di Raffaele Guadagno, cancelliere della Procura e figura ben conosciuta negli ambienti giudiziari e giornalistici. È lui – secondo quanto accertato – ad aver materialmente estratto la richiesta di archiviazione e ad averla consegnata al giornalista del Fatto Quotidiano Antonio Massari, ma nulla sappiamo della manina che il giorno dopo ha fornito la richiesta di archiviazione a Giuliano Foschini di Repubblica e Giovanni Bianconi del Corriere della Sera per spostare il racconto da Giuseppe Conte alla mia persona».
A questo punto che succede?
«Viene disposta in fretta e furia una perquisizione compiuta secondo modalità che più di tante chiacchiere rivelano come funziona il Sistema di cui stiamo parlando».
Cioè?
«Si scoprirà poi, attraverso la lettura delle chat, che i due pubblici ministeri che avevano proceduto alla perquisizione di Guadagno avevano con lui rapporti di amicizia molto stretti. Addirittura, dal telefono di uno dei due, Gemma Miliani, era partita una chiamata WhatsApp immediatamente prima dell’inizio delle operazioni di perquisizione. La conseguenza è che Guadagno a quella perquisizione non sarà presente e la figlia consegnerà il computer agli inquirenti. Il suo telefono cellulare verrà consegnato solamente il giorno dopo».
Non ci credo.
«È tutto agli atti. Si ricordi una cosa: quando il Sistema viene attaccato si chiude a riccio per sopravvivere e per chi ne fa parte non vale quello che vale per i comuni mortali. Altro che separazione delle carriere».
© Rizzoli, 2026





