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2026-01-23
«Grazie alla “Verità” e ai suoi lettori. Voglio dimostrare la mia innocenza»
Non posso nascondere che, dopo la lettura della sentenza, il mio corpo è stato attraversato un senso di vuoto e da un profondo disorientamento, tanto che, insieme a mia moglie, siamo usciti dall’aula per restare abbracciati, soli, nel nostro triste silenzio. Sentimenti umanamente inevitabili, che tuttavia non hanno mai incrinato il rispetto razionale e profondo che nutro per le istituzioni. Alla magistratura rinnovo la mia deferente stima, con l’auspicio che nei prossimi gradi di giudizio possa emergere la legittimità della mia azione.
Per un carabiniere, accettare una sentenza senza alcuna critica rappresenta un dovere morale, prima ancora che giuridico, nel quale continuo a riconoscermi. In questo percorso complesso, segnato da prove difficili che, purtroppo, coinvolgono anche i miei affetti più cari, non è mai venuto meno il sostegno umano e professionale di chi, insieme a me, condivide ogni giorno il senso del servizio. Tra questi vi sono tutti i colleghi del Nucleo Radiomobile di Roma, con i quali ho vissuto successi e sconfitte, momenti belli e difficili, sempre uniti da uno spirito di corpo autentico e profondo, che non mi ha mai fatto sentire solo. Con gli stessi sentimenti rivolgo un sincero ringraziamento a tutti i miei comandanti, a ogni livello della scala gerarchica, sino ai vertici dell’istituzione, che sotto il profilo umano non mi hanno mai fatto mancare vicinanza e sostegno. Un sentito grazie va inoltre a tutte le donne e a tutti gli uomini in uniforme del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico che, pur indossando divise di colori diversi, sono accomunati da un unico denominatore: servire la Patria al fianco del cittadino. Ho avvertito la loro corale vicinanza, espressa con equilibrio, professionalità e senso dello Stato, elementi che hanno contribuito ad alleggerire il peso della mia delicata posizione giuridica determinata dalla condanna.
Rinnovo un profondo ringraziamento, anche a nome della mia famiglia, al ministro della Difesa Guido Crosetto. La sua telefonata inaspettata mi ha fatto percepire, seppur idealmente, l’intensità di un abbraccio andato ben oltre il ruolo istituzionale ricoperto. Le sue parole riecheggiano nella mia mente e resteranno custodite gelosamente nel mio cuore per tutta la vita.
Un grazie speciale consentitemi di rivolgerlo al mio fratello d’armi Lorenzo, che per un vero miracolo oggi è ancora tra noi... In quell’androne tetro, tra ombre minacciose e il pericolo imminente, stava al mio fianco, pronto a difendere ciò in cui si crede profondamente: valori che nessun verbale potrà mai raccontare, nessuna aula di giustizia contenere, ma che solo chi li vive può comprendere fino in fondo. Sono sentimenti che ti donano il coraggio di vincere la paura quando tenta di prendere il sopravvento.
L’urlo di Lorenzo, che faceva eco e squarciava il silenzio in quel palazzo inanimato, e il suo corpo che si accasciava con la mano al fianco, mi hanno fatto temere di non poterlo mai più abbracciare da vivo. Poi il colpo di pistola e il buio, istanti che, come un sipario di angosce e incertezze, hanno sigillato quella scena nella mia memoria per sempre. Mentre per il carabiniere quella volta la sorte era stata benevola, un altro uomo stava perdendo la vita sotto i nostri occhi. Se da un lato ringraziavo Dio per la salvezza di Lorenzo, dall’altro lo pregavo, con tutta l’anima, che l’uomo a terra, ancora con l’arma bianca stretta in pugno, potesse trovare una possibilità di sopravvivere... Purtroppo non è stato così.
Ringrazio l’Italia intera, i tanti cittadini senza volto che non potrò mai ringraziare di persona, i miei parenti e i tanti amici, vicini e lontani, per l’affetto e per il contributo straordinario che è stato realizzato in favore dei tanti Marroccella che, lontani dai riflettori, continuano a sperare di poter dimostrare la loro innocenza. Un risultato che, soprattutto grazie ai tanti lettori del quotidiano La Verità, ha consentito a molti cittadini di conoscere il mio caso e di partecipare a una raccolta fondi che sarà destinata anche ad aiutare altri colleghi che, nell’esercizio delle loro funzioni e nell’adempimento del dovere, stanno affrontando un processo con la speranza di poter dimostrare la loro innocenza, scaturita da fatti maturati in contesti difficili e concitati, spesso complessi da ricostruire per la loro natura irripetibile. Se l’affetto e la vicinanza dei colleghi non mi sono mai mancati, ciò che non mi aspettavo è stato lo straordinario sostegno dei cittadini: un segnale forte il loro che va oltre la solidarietà e che rafforza in me la convinzione di aver sempre servito lo Stato e il cittadino con onore, lealtà e senso del dovere. A tutti loro dedico queste parole con riconoscenza e rispetto, certo che la verità fattuale, nel tempo, saprà trovare il proprio percorso di giustizia.
Chiudo ringraziando mia moglie, una donna straordinaria, che oltre a darmi la forza si prende cura dei nostri figli di 12 e 14 anni, raccontando loro che il papà non pregiudicato, ma un carabiniere che ha fatto il suo dovere e presto tornerà sulla sua gazzella, pronto a tendere la mano a chi ha bisogno e a correre per salvare una vita.
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Il vicebrigadiere Marroccella ci scrive e abbraccia idealmente tutti coloro che hanno contribuito alla sottoscrizione in suo sostegno. «La fiducia che ripongo nella magistratura non si è mai interrotta».In questi giorni io e la mia famiglia siamo stati travolti da una valanga di emozioni e di vicinanza: una partecipazione così ampia e sincera da farmi vivere momenti quasi surreali, come se stessi sognando. Prima di proseguire con questa lettera, che scrivo con il cuore di un umile servitore dello Stato, sento il dovere di chiarire alcuni aspetti, al fine di evitare interpretazioni diverse da quelle dettate esclusivamente dai miei autentici sentimenti. Nonostante la sentenza di primo grado che mi ha visto condannato a tre anni di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e al pagamento di una provvisionale di circa 140.000 euro, la fiducia che ripongo nella magistratura non si è mai interrotta. Non posso nascondere che, dopo la lettura della sentenza, il mio corpo è stato attraversato un senso di vuoto e da un profondo disorientamento, tanto che, insieme a mia moglie, siamo usciti dall’aula per restare abbracciati, soli, nel nostro triste silenzio. Sentimenti umanamente inevitabili, che tuttavia non hanno mai incrinato il rispetto razionale e profondo che nutro per le istituzioni. Alla magistratura rinnovo la mia deferente stima, con l’auspicio che nei prossimi gradi di giudizio possa emergere la legittimità della mia azione. Per un carabiniere, accettare una sentenza senza alcuna critica rappresenta un dovere morale, prima ancora che giuridico, nel quale continuo a riconoscermi. In questo percorso complesso, segnato da prove difficili che, purtroppo, coinvolgono anche i miei affetti più cari, non è mai venuto meno il sostegno umano e professionale di chi, insieme a me, condivide ogni giorno il senso del servizio. Tra questi vi sono tutti i colleghi del Nucleo Radiomobile di Roma, con i quali ho vissuto successi e sconfitte, momenti belli e difficili, sempre uniti da uno spirito di corpo autentico e profondo, che non mi ha mai fatto sentire solo. Con gli stessi sentimenti rivolgo un sincero ringraziamento a tutti i miei comandanti, a ogni livello della scala gerarchica, sino ai vertici dell’istituzione, che sotto il profilo umano non mi hanno mai fatto mancare vicinanza e sostegno. Un sentito grazie va inoltre a tutte le donne e a tutti gli uomini in uniforme del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico che, pur indossando divise di colori diversi, sono accomunati da un unico denominatore: servire la Patria al fianco del cittadino. Ho avvertito la loro corale vicinanza, espressa con equilibrio, professionalità e senso dello Stato, elementi che hanno contribuito ad alleggerire il peso della mia delicata posizione giuridica determinata dalla condanna. Rinnovo un profondo ringraziamento, anche a nome della mia famiglia, al ministro della Difesa Guido Crosetto. La sua telefonata inaspettata mi ha fatto percepire, seppur idealmente, l’intensità di un abbraccio andato ben oltre il ruolo istituzionale ricoperto. Le sue parole riecheggiano nella mia mente e resteranno custodite gelosamente nel mio cuore per tutta la vita. Un grazie speciale consentitemi di rivolgerlo al mio fratello d’armi Lorenzo, che per un vero miracolo oggi è ancora tra noi... In quell’androne tetro, tra ombre minacciose e il pericolo imminente, stava al mio fianco, pronto a difendere ciò in cui si crede profondamente: valori che nessun verbale potrà mai raccontare, nessuna aula di giustizia contenere, ma che solo chi li vive può comprendere fino in fondo. Sono sentimenti che ti donano il coraggio di vincere la paura quando tenta di prendere il sopravvento. L’urlo di Lorenzo, che faceva eco e squarciava il silenzio in quel palazzo inanimato, e il suo corpo che si accasciava con la mano al fianco, mi hanno fatto temere di non poterlo mai più abbracciare da vivo. Poi il colpo di pistola e il buio, istanti che, come un sipario di angosce e incertezze, hanno sigillato quella scena nella mia memoria per sempre. Mentre per il carabiniere quella volta la sorte era stata benevola, un altro uomo stava perdendo la vita sotto i nostri occhi. Se da un lato ringraziavo Dio per la salvezza di Lorenzo, dall’altro lo pregavo, con tutta l’anima, che l’uomo a terra, ancora con l’arma bianca stretta in pugno, potesse trovare una possibilità di sopravvivere... Purtroppo non è stato così. Ringrazio l’Italia intera, i tanti cittadini senza volto che non potrò mai ringraziare di persona, i miei parenti e i tanti amici, vicini e lontani, per l’affetto e per il contributo straordinario che è stato realizzato in favore dei tanti Marroccella che, lontani dai riflettori, continuano a sperare di poter dimostrare la loro innocenza. Un risultato che, soprattutto grazie ai tanti lettori del quotidiano La Verità, ha consentito a molti cittadini di conoscere il mio caso e di partecipare a una raccolta fondi che sarà destinata anche ad aiutare altri colleghi che, nell’esercizio delle loro funzioni e nell’adempimento del dovere, stanno affrontando un processo con la speranza di poter dimostrare la loro innocenza, scaturita da fatti maturati in contesti difficili e concitati, spesso complessi da ricostruire per la loro natura irripetibile. Se l’affetto e la vicinanza dei colleghi non mi sono mai mancati, ciò che non mi aspettavo è stato lo straordinario sostegno dei cittadini: un segnale forte il loro che va oltre la solidarietà e che rafforza in me la convinzione di aver sempre servito lo Stato e il cittadino con onore, lealtà e senso del dovere. A tutti loro dedico queste parole con riconoscenza e rispetto, certo che la verità fattuale, nel tempo, saprà trovare il proprio percorso di giustizia. Chiudo ringraziando mia moglie, una donna straordinaria, che oltre a darmi la forza si prende cura dei nostri figli di 12 e 14 anni, raccontando loro che il papà non pregiudicato, ma un carabiniere che ha fatto il suo dovere e presto tornerà sulla sua gazzella, pronto a tendere la mano a chi ha bisogno e a correre per salvare una vita.
Ansa
Nel suo intervento, Trump ha rivendicato l’ampiezza dei poteri del futuro Consiglio: «Una volta che questo comitato sarà completamente formato, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo», ha affermato, precisando che l’azione avverrà «in collaborazione con le Nazioni Unite». Tuttavia, al momento, Russia e Cina non hanno accettato l’invito ad aderire. Anche alleati storici degli Usa, come Regno Unito e Francia, hanno espresso forti riserve, temendo che il nuovo organismo possa legittimare regimi autoritari, incluso quello del presidente russo Vladimir Putin.
Nei giorni precedenti alla cerimonia, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era detto contrario sia al Board of Peace sia al Comitato esecutivo incaricato di supervisionare, insieme a un governo tecnico palestinese, il cessate il fuoco e la ricostruzione di Gaza. Secondo Netanyahu, l’assetto previsto lasciava troppo spazio a Turchia e Qatar, Paesi ostili allo Stato ebraico. Nelle ultime ore, tuttavia, la posizione israeliana si è ammorbidita, un cambio di rotta che fonti diplomatiche attribuiscono a pressioni statunitensi. Le perplessità di Londra sono state esplicitate dal ministro degli Esteri Yvette Cooper, che in un’intervista alla Bbc ha detto che l’Inghilterra non aderirà per ora al comitato. Pur ribadendo il sostegno al Piano di pace per Gaza, Cooper ha definito il Board «un trattato legale che solleva questioni molto più ampie», citando in particolare il possibile coinvolgimento di Putin. Analoga diffidenza viene registrata a Parigi, Pechino e Mosca, dove si teme che l’organismo finisca sotto il controllo diretto di Trump, ridimensionando di fatto il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il diritto di veto dei suoi membri permanenti.
Anche diversi Paesi più piccoli, che vedono nelle Nazioni Unite il principale forum multilaterale, guardano con sospetto all’iniziativa.
Formalmente, il Board of Peace nasce per coordinare la ricostruzione della Gaza del dopoguerra. Ma lo statuto, redatto dalla Casa Bianca, va oltre: l’obiettivo è «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», senza limiti geografici espliciti.
La presentazione politica è stata accompagnata da una forte impronta economica. Dopo l’introduzione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha lodato la capacità di Trump di «rendere trattabile ciò che sembrava irrisolvibile», e l’intervento emotivo dell’inviato speciale Steve Witkoff, la scena è stata dominata da Jared Kushner. Il genero del presidente ha illustrato un piano in 20 punti per Gaza con un linguaggio da sviluppatore immobiliare: slide, rendering e titoli come «New Gaza» e «Prosperity» hanno trasformato la pacificazione in un vero e proprio masterplan economico. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale», ha spiegato, invitando gli investitori presenti a cogliere le «incredibili opportunità».
Trump ha inoltre chiesto ai Paesi che aspirano a un seggio permanente nel consiglio di contribuire con un miliardo di dollari ciascuno. «Farà il lavoro che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare», ha dichiarato, difendendo l’ipotesi di un ruolo per la Russia. Da Mosca, Putin ha risposto aprendo alla possibilità di versare un miliardo di dollari, a condizione di poter utilizzare beni russi congelati, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.
Nei principali Paesi occidentali lo scetticismo resta diffuso. Anche Germania Norvegia, Svezia e Svizzera hanno già escluso l’adesione, mentre l’Italia di Giorgia Meloni si trova di fatto bloccata da vincoli costituzionali. Altri governi preferiscono attendere, ma il debutto del Board of Peace ha già aperto una frattura significativa nel sistema multilaterale tradizionale.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Come noto, infatti, un imprenditore locale, mesi fa, aveva messo a disposizione uno stabile di sua proprietà, in cui i Trevallion avrebbero potuto stabilirsi gratuitamente in attesa che la loro abitazione fosse rimessa a nuovo. Ma, invece di consentire che la famiglia si riunisse sotto un tetto comune, il tribunale ha deciso di tenerla separata: il padre da una parte, i figli e la madre dentro la casa protetta, a loro volta separati. In pratica, i contribuenti pagano per fare soffrire ancora genitori e figli.
Purtroppo non è finita qui. Oggi, era noto da tempo, avrebbe dovuto prendere il via la perizia psicologica sui genitori richiesta dal tribunale e affidata all’esperta Simona Ceccoli. Sono settimane che questa data è fissata, eppure le istituzioni sono riuscite in un miracolo: l’inizio della valutazione psicologica è stato ulteriormente rinviato. Motivo? Manca il traduttore che dovrebbe mediare fra la psicologa e i genitori. Il risultato è che la perizia partirà probabilmente la prossima settimana. E così siamo arrivati alla fine di gennaio senza nulla di fatto. A ciò va aggiunto che la Ceccoli avrà a disposizione 120 giorni per svolgere il suo complicato lavoro. Poi ci saranno valutazioni ulteriori ed è facile fare due conti: a meno di sorprese che non sembrano essere all’orizzonte, la famiglia nel bosco ha ancora davanti lunghi mesi di separazione. Mesi costosi, che se va avanti così dovranno continuare a pagare i contribuenti abruzzesi.
«Desta allarme una dilatazione, incomprensibile, dei tempi indicati per l’inizio delle operazioni peritali», ha detto al Centro l’avvocato Danila Solinas, difensore dei Trevallion, «giacché gli stessi rischiano di risultare disancorati e, anzi, ampliare il dramma che quotidianamente vive questa famiglia per la quale ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge». L’avvocato ha pienamente ragione; è possibile che si continui a prolungare l’agonia di questa famiglia per ragioni così stupide? Davvero non era possibile trovare un traduttore che si presentasse nel giorno stabilito visto che c’erano settimane a disposizione?
Ora l’associazione Sos utenti fa sapere di essere disposta a fornire gratuitamente la collaborazione di una persona titolata. L’interprete individuata si chiama Paola Pica, dalla provincia di Teramo, «già consulente e traduttrice nei tribunali di Roma e provincia, nonché insegnante di lingua italiana presso varie ambasciate straniere». Chissà, magari si sarebbe potuta coinvolgere prima questa associazione per evitare di perdere tempo.
Per altro non è nemmeno la prima volta che accade qualcosa di simile. Anche con la maestra ci sono stati problemi. Ne era stata individuata una, poi non si è presentata nel giorno stabilito e la tutrice Maria Luisa Palladino ne ha dovuta reclutare un’altra. Nel frattempo, i piccoli sono rimasti da novembre a gennaio senza istruzione: ben peggio di quanto accadeva quando stavano a casa con i genitori. Senza contare che la stessa curatrice e, in seguito, pure la nuova insegnante hanno rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo fornendo al grande pubblico informazioni sui bambini che avrebbero dovuto rimanere riservate.
In tutto questo tempo, i Trevallion hanno dimostrato una tenuta psicologica straordinaria. Hanno cercato di mediare con il tribunale e hanno accettato di vaccinare i figli. Imposizione, quest’ultima, non necessaria né obbligatoria. Ma, a quanto pare, la tutrice Palladino intende imporre ai Trevallion di mandare i bambini alla scuola pubblica, anche se l’homeschooling in Italia è legale.
Tutto questo avviene di fatto nel disinteresse generale. È vero che sulla famiglia nel bosco escono ancora articoli di giornale e servizi televisivi, ma i Trevallion continuano a essere in balia dell’arbitrio del tribunale. Hanno subito un ricatto disgustoso, si sono dovuti piegare e, nonostante questo, la loro disponibilità non è stata presa in considerazione per mesi. Per paradosso, anche se la famiglia venisse riunita domani, il danno sarebbe già stato fatto e quanto accaduto finora sarebbe comunque da considerare una profonda ingiustizia commessa nei riguardi di genitori che non hanno maltrattato i figli ma hanno la sola colpa di essere un po’ strani. Una colpa che il tribunale dell’Aquila li costringe a scontare amaramente.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti