Giuseppe Di Gregorio, classe 1959, parla come ha lavorato: dritto, ruvido, senza filtri. Ex ispettore di polizia a Milano, una vita tra volanti, commissariati, stazione Centrale, Turro, Greco, Quarto Oggiaro, Comasina e piazzale Loreto. Si definisce «un cagnaccio», uno che ha imparato tutto sulla strada. «La mia laurea è l’esperienza», dice. E ancora oggi, in pensione, ragiona da poliziotto. Tanto che pochi giorni fa ha sventato persino una rapina in un bar proprio sotto la redazione del nostro giornale.
«La vittima viene sempre dopo»
Mario Roggero, il gioielliere, è stato condannato per aver ucciso due rapinatori.
«Gli darei una medaglia. So che c’è una sentenza, ma guardo anche la storia di un uomo che ha subito rapine, paura, danni, solitudine. Lo Stato dov’era? La sicurezza deve garantirla lo Stato. Se lascia sola la vittima, poi non può stupirsi quando esplode. Non dico che uno debba farsi giustizia da solo. Dico che bisogna chiedersi quante volte lo Stato non è arrivato».
Per lei il vero problema è la vittima?
«Sì. Nel nostro sistema la vittima è spesso l’ultima. Denuncia, aspetta, paga, si assicura, viene rapinata di nuovo. Chi subisce rapine, truffe, violenze sessuali, maltrattamenti in famiglia o atti persecutori dovrebbe sentire lo Stato alle spalle. Invece troppe volte è solo».
E le forze dell’ordine?
«Sole anche loro. Si chiede agli uomini in divisa di essere eroi silenziosi, vicini alla gente, pronti al sacrificio. Poi, quando succede qualcosa, cominciano carte e scaricabarile. Il poliziotto vero rischia di essere abbandonato proprio da chi gli chiede di operare».
La strage sfiorata in via Cermenate
Quando ha letto della strage di Castel d’Azzano, dove l’esplosione di un casolare costò la vita a tre carabinieri, che cosa ha pensato?
«A via Cermenate. Quando senti di un uomo barricato, di una casa satura di gas, di colleghi che entrano e saltano in aria, torni lì. Io una storia così l’ho vissuta sulla pelle: capelli e ciglia bruciati, macerie addosso e la sensazione precisa di essere morto».
Che cosa accadde?
«Era il 2002, poco dopo le Torri Gemelle. Io ero con Manfredi Fava, allora dirigente reggente del commissariato Garibaldi Venezia, oggi dirigente del Centro. Dalla Questura ci dissero: “Andate in via Cermenate, c’è un uomo barricato che minaccia di far esplodere il palazzo”. Era armato e aveva già sparato ferendo un vigile del fuoco».
C’era anche Paolo Scrofani.
«Sì. Il dottor Scrofani, dirigente del commissariato Ticinese. Un grande poliziotto, prima alla Narcotici della Squadra Mobile. Lo avevo salutato poco prima in Questura. Poi me lo ritrovai lì, davanti a quella porta».
Provò a trattare?
«Mandiamo una volante a prendere il fratello dell’uomo barricato. Se non ascolta noi, pensai, magari ascolta lui. Lo portai davanti alla porta. L’uomo chiese: “Chi mi avete portato?”. Gli dissi: “Ascoltalo, è tuo fratello”. Fece appena in tempo a rispondere. Poi vidi una fiammata enorme».
Il boato?
«Non lo ricordo. Probabilmente svenni subito. Rimasi sepolto: fu la mia salvezza. L’onda d’urto prese in pieno gli altri. Il fratello volò nella tromba dell’ascensore, Scrofani fu travolto, un collega rimase ferito. Era il caos. Quando mi ripresi sentii un collega gridare: “Non ci vedo più”. Gli dissi di darmi la pistola. Io non avevo la mia e l’uomo era ancora armato».
Entrò lo stesso?
«Sì. Andai verso l’appartamento. Polvere, muri crollati, luce strana. L’uomo era lì, bruciato in volto. Gli chiesi dov’era la pistola. Me la indicò con gli occhi. Avrei potuto sparargli, forse mi avrebbero trattato da eroe. Invece allontanai l’arma con il piede e gli mettemmo le manette. Prima avevo visto Scrofani: speravo fosse svenuto come me, ma capii subito che era gravissimo. Queste immagini non te le togli più dagli occhi».
«La mia laurea è l’esperienza»
Da dove nasce il suo modo di fare il poliziotto?
«Dal giuramento: dire la verità e non nascondere nulla. Io sono sempre stato così come mi vede. Se qualcuno mi fa una domanda, rispondo secondo verità. Ai colleghi dicevo: se sbagli in buona fede, dillo. La buona fede è tutto. Stai servendo la collettività, non facendo il delinquente».
Quando entra in polizia?
«Il primo marzo 1978. Quindici giorni dopo rapiscono Moro e ammazzano cinque uomini della scorta. Eravamo in duecento alla scuola, un centinaio se ne andò. Paura, certo. Quella era l’Italia: terrorismo, rapine, criminalità, i film di Maurizio Merli, la polizia con la pistola in mano. Eravamo giovani, esaltati dalla divisa, ma pronti a combattere: o cadi tu o cado io».
Che Milano era?
«Durissima. Negli anni Ottanta la criminalità era forte. Negli anni ’80-’85 il nostro idolo era il maresciallo Ferdinando Oscuri: prendeva tutti i cattivi ed era famoso per avere preso a sberle Vallanzasca. Oggi Oscuri non c’è più e Valla è in Rsa. Ricordo la fuga da San Vittore, i morti per terra, i colleghi ammazzati, gli attentati. Sentivi la radio, poi il silenzio. E il silenzio voleva dire guai seri».
La sua zona?
«Nord-est: Greco Turro, Quarto Oggiaro, Comasina, stazione Centrale. Alla Centrale ci ho lasciato l’anima. Spacciatori, borseggiatori, bande. I primi erano peruviani e cileni: dove c’era un pullman di giapponesi c’erano loro a rubare valigie. Poi albanesi, rumeni, nigeriani, magrebini, cinesi. Ogni volta dovevi capire un mondo nuovo».
Quando comincia a fare, come dice lei, «polizia vera»?
«Dall’83. Squadra volante, commissariato, strada. Il commissariato è la vera gavetta. Per me resta il cuore della polizia, se funziona. Una volta significava presenza, iniziativa, conoscenza del territorio. Oggi spesso è diventato burocrazia».
«Quando un poliziotto ha paura, lo Stato è più debole»
Dice che non mancano gli uomini, manca organizzazione.
«Esatto. Si dice sempre: siamo pochi. Io dico che tra polizia, carabinieri, finanza e locale siamo tanti. Il problema è come siamo organizzati. Il coordinamento non funziona. Il 112, così com’è, è un problema. Si fanno tavoli e dibattiti. Ma il cittadino vuole sapere: se chiamo, arriva qualcuno? Se denuncio, succede qualcosa?».
Le volanti erano diverse?
«Eravamo in tre. Uno guidava e custodiva macchina e armi, due operavano. Oggi spesso sono in due, magari giovani e poco esperti. Ma quando hai davanti uno armato, la teoria finisce. Lì contano sangue freddo, esperienza e il collega che hai accanto».
Ha mai avuto paura?
«Certo. Chi dice di no racconta balle. Il coraggio è fare quello che devi fare nonostante la paura. Una volta, in un cunicolo, mi trovai davanti rapinatori con pistole vere in pugno. Guardai occhi e mano: stava abbassando l’arma. Il dirigente poi mi chiese perché non avessi sparato. Risposi: non posso sparare a uno che sta abbassando la pistola».
Quindi fermezza, non brutalità.
«Mai violenza gratuita. Noi poliziotti, loro criminali. Ma li arrestavamo con rispetto. Credo nella mano ferma dello Stato, non nella cattiveria. Nei conflitti a fuoco non ti sparano addosso in base ai gradi: se c’è il piombo, arriva per tutti. Se lo Stato non punisce e non protegge i deboli, perde forza».
Un’operazione che ricorda più delle altre?
«Una lunga indagine contro una delle ultime bande che terrorizzavano le banche con rapine vere, armi vere, guardie giurate disarmate fuori dagli istituti. Gente pronta a sparare. Con Luigi Negro abbiamo rischiato grosso. C’erano rapinatori che ti offrivano 50 milioni di lire a testa per lasciarli andare. Nel 1990 con quei soldi compravi casa. Ma la sera la cosa importante era tornare ad abbracciare i figli».
Chi sono stati i suoi compagni di viaggio?
«Luigi Negro e Archimede Maggi. Io, Maggi e Negro per qualcuno eravamo i tre moschettieri. Io e Negro i due di Miami Vice. Erano tempi in cui i gradi stavano sulle divise, ma se c’era il piombo lo prendevi indipendentemente dai gradi. Ho lavorato anche con tanti bravi collaboratori: senza di loro non sarei diventato quello che sono stato».
Il migliore con cui ha lavorato?
«Pietro Morelli. Per me il miglior poliziotto d’Italia. Ha lavorato alla Mobile di Napoli e ha arrestato l’ultimo grande latitante napoletano, Michele Zagaria, “capatosta”. Un poliziotto vero, di quelli che sanno leggere la strada e non hanno bisogno di troppe parole».
Cosa pensa della polizia di oggi?
«Non voglio fare il vecchio che dice che una volta era tutto meglio. Però oggi avrei difficoltà. C’è paura di sbagliare, di essere lasciati soli, di finire indagati per ogni cosa. E quando un poliziotto ha paura di fare il poliziotto, lo Stato è più debole».
Che cosa direbbe a un giovane agente?
«Ricordati per chi lavori: il tuo datore di lavoro resta il cittadino, soprattutto la vittima di un reato. Cercati buoni maestri, buoni compagni, non mentire mai e non perdere il gusto di correre dietro ai ladri».
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