Nel collo due fori, uno d’entrata – a destra – l’altro di uscita – a sinistra. Un unico colpo, dunque, dei 13 che sarebbero stati sparati da Roberto Mollo, ha ucciso Gjovalin Lazri, l’albanese di 36 anni che sabato notte, insieme ad altri complici, stava tentando di rubare materiali edili nel cortile del cascinale in ristrutturazione a Baldissero d’Alba, nel Cuneese.
L’esito dell’autopsia e i rilievi balistici
A stabilirlo è stato l’esame autoptico eseguito ieri all’Istituto di medicina legale di Torino dalla dottoressa Valentina de Biasio, nominata dalla Procura di Asti insieme al collega Lorenzo Varetto, per conto della difesa di Mollo. Con molta probabilità, la vittima sarebbe morta sul colpo, raggiunta lateralmente, tra il collo e la spalla, dal proiettile. Lazri, una volta colpito, non avrebbe più fatto nemmeno un passo.
L’autopsia è durata 3 ore, tanto è stato chiarito, ma i nodi da sciogliere sono ancora molti e di fondamentale importanza, per stabilire con esattezza la responsabilità di chi ha sparato, cioè di Roberto Mollo, al momento indagato a piede libero per omicidio volontario.
Con i prossimi passi si cercherà il riscontro tra le dichiarazioni rilasciate a caldo la notte dei fatti dall’indagato e i rilievi balistici. L’incarico è già stato affidato all’esperto di balistica forense Stefano Corsi. A lui, il compito di stabilire la traiettoria dei colpi. Dall’alto come ha raccontato Mollo? O ad altezza uomo?
Nel primo caso, si potrebbe anche pensare – lo stabiliranno le perizie – a un colpo di rimbalzo, circostanza che potrebbe ammorbidire l’accusa. Magari, da omicidio volontario a colposo, o a eccesso colposo di legittima difesa. E poi, a che distanza ha fatto fuoco Mollo? Si era parlato di 30 metri dalla vittima; secondo altre ipotesi, a circa 10.
Come recenti fatti dimostrano, dalla traiettoria degli spari si inferisce l’eventuale intento omicidiario. Se chi spara colpisce chi già sta fuggendo, risulta poi praticamente impossibile sostenere lo stato di legittima difesa putativa.
La ricostruzione dei fatti e la posizione dell’indagato
Certamente Roberto Mollo, il buono del paese come tutti lo descrivono, instancabile lavoratore, autotrasportatore di animali di giorno, pastore di pecore nel pomeriggio, ha agito per paura, perché, come lui stesso ha riferito ai carabinieri, è stato svegliato di soprassalto nel cuore della notte da chi, a suo dire, stava tentando di sfondargli la porta.
Inoltre, era accecato dal bagliore delle torce dei malviventi. E nonostante sia grande appassionato di tiro al bersaglio, con la sua calibro 9, regolarmente denunciata, non aveva grande destrezza. Se no perché, si lascia scappare uno dei militari che conduce le indagini, sparare così tanti colpi in sequenza, proprio lui che non aveva in animo di uccidere nessuno? Eppure, è bastato un un unico, maledetto colpo.
Il profilo della vittima e le reazioni dei familiari
La vittima aveva precedenti penali per reati contro il patrimonio; ora gestiva un bar a Torino, aveva un figlio di 4 anni e una moglie moldava. Diceva sempre, ad amici e parenti, di essersi lasciato alle spalle la vita di un tempo, di voler superare i vecchi problemi giudiziari e di voler condurre un’esistenza dignitosa e onesta. Eppure era insieme alla banda dei trasfertisti, uomini organizzati in bande, quasi sempre dell’Est Europa, che di giorno vivono in apparenza una vita di lavoro regolare per poi delinquere di notte.
«Sono distrutta dal dolore», afferma la vedova di Gjovalin. «Cosa dirò ora a mio figlio che non ha più un padre?». Sono le parole che ha affidato all’avocato difensore, Roberta Sisimbro. «Sentiamo parlare e leggiamo tante cose», ha aggiunto, «ma io voglio dire che non esistono persone buone e cattive. Persone che meritano di morire e altre che fanno bene a sparare. Voglio la verità e la giustizia».
Vicinanza alla famiglia della vittima arriva anche dallo stesso Mollo, tramite l’avvocato Piermario Morra: «Roberto e la sua famiglia hanno il massimo rispetto per il lutto della signora».
Le indagini sui complici e le ricerche sul territorio
La vedova, da domenica scorsa, è chiusa in casa, sotto choc, presumibilmente anche sorpresa da un marito che pensava sinceramente pentito. I complici di Gjovalin sono fuggiti a gambe levate nel cuore della notte, lasciando il loro amico morto in terra. Chi sono? Dove sono? E lei, la vedova, li conosce? Se lo stanno chiedendo anche gli inquirenti.
La sensazione – ma chi indaga non si sbottona – è che alla donna queste domande siano già state poste. Sulle risposte vige, però, il più stretto riserbo. La volontà è quella di proteggere la donna e il suo bambino.
Nel frattempo, prosegue la caccia ai ladri fuggiti e di cui si sono perse le tracce. Si continuano a perlustrare le zone, battuti palmo a palmo anche i sentieri boschivi nella provincia di Cuneo, nel circondario di Baldissero, paese dove non esistono telecamere e ci sono molte cascine abbandonate che vengono setacciate.
Droni e posti di blocco stanno fermando le auto che destano sospetti, ma dei fuggitivi, al momento, nessuna traccia.
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