Mario Adinolfi
Mario Adinolfi (Ansa)

Mario Adinolfi è finito al Regina Coeli: non per una sentenza ma per un aggravamento di una precedente misura cautelare.

Il trasferimento in carcere e l’annuncio online

Era ai domiciliari dall’8 luglio, con l’accusa di truffa aggravata e continuata, legata al suo presunto sistema «scommessa collettiva». In questi mesi ha continuato a scrivere online, malgrado il divieto dell’ordinanza. «Mi portano in carcere perché scrivo su Facebook. Sono il primo italiano nella storia a subire questo tipo di arresto»: così ieri il leader del Popolo della Famiglia ha annunciato sui social network il provvedimento eseguito dalla Guardia di finanza di Roma.

Le motivazioni del Gip e i post contestati

«L’adozione della misura custodiale di maggiore rigore», spiega una nota, «è scaturita dalla reiterata e sistematica violazione delle prescrizioni contenute nell’originaria ordinanza cautelare, con la quale era stato imposto all’indagato il divieto di utilizzare, in qualsiasi forma, dispositivi telefonici, informatici e telematici, fatta eccezione per i contatti con il proprio difensore».

Gli accertamenti hanno documentato la pubblicazione di 49 articoli a sua firma sul proprio blog e 23 post sul suo profilo Facebook. In precedenza, né Adinolfi né i suoi legali avevano chiesto l’autorizzazione per utilizzare i dispositivi. Secondo il gip, l’utilizzo dei social rappresenta un rischio di reiterazione dei reati contestati e un pericolo di inquinamento probatorio. Già dal 20 luglio scorso, le parti offese segnalavano violazioni.

La linea della difesa e le condizioni di salute

«L’aggravamento della misura cautelare per Mario Adinolfi è un provvedimento che spaventa», la posizione di Pablo De Luca, avvocato difensore, «è il primo arresto in Italia per una persona perché scrive sui social». «Adinolfi è un giornalista, è vero che non doveva pubblicare sui social ma ha scritto articoli in cui commenta i fatti di attualità e non vedo che pericolo possa esserci per la reiterazione dei reati o l’inquinamento probatorio» ha aggiunto. Infine, De Luca ha espresso dubbi che il suo assistito possa rimanere in carcere, considerando le sue condizioni di salute.

L’inchiesta sulla «scommessa collettiva»

Prima del trasferimento in carcere di ieri mattina, la vicenda giudiziaria ha toccato l’apice lo scorso 8 luglio, quando il gip ha disposto gli arresti domiciliari con l’accusa di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo della raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. Contestualmente sono anche stati sequestrati preventivamente 400.000 euro. L’oggetto dell’indagine è la cosiddetta «scommessa collettiva»: un circuito creato da Adinolfi sui social network per raccogliere fondi, promettendo rendimenti «sicuri» legati a scommesse sportive. Diverse persone hanno denunciato, sostenendo di aver versato somme anche ingenti, senza riavere, in tutto o in parte, capitale e remunerazioni.

Secondo l’accusa, il leader del Popolo della Famiglia avrebbe raccolto nell’ultimo quinquennio 4,7 milioni di euro: una somma in parte legata alle scommesse ma soprattutto destinata a spese per beni di lusso come orologi, viaggi, imbarcazioni e quadri. In particolare, si contesta la condotta sistematica dell’accusato, nonché lo sfruttamento della sua immagine pubblica come ex parlamentare, leader politico e giocatore di poker.

La versione e le precisazioni dell’indagato

Più volte Adinolfi ha dichiarato di «essere un giocatore», ma «non un truffatore di vecchiette né un lestofante». Secondo la sua versione, il gruppo di scommettitori era composto da «una novantina di persone», tra le quali figuravano anche «persone importanti». Il meccanismo, a suo avviso, era trasparente: i partecipanti inviavano denaro volontariamente e lui lo raccoglieva. Non casualmente, sostiene che a sporgere denuncia sarebbero solo i perdenti, e non i vincitori delle scommesse. «Ho sempre fatto una vita morigerata, altro che Courmayeur, non so neanche sciare» ha tenuto a precisare.

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