Dopo lo scoop di ieri della Verità nella guerra dei Lavitolas si apre un fronte sulle password e sugli account di posta elettronica. Non sono schermaglie. A mettere la questione nero su bianco è Sergio Cola, che con suo figlio Arturo difende Valterino.
L’11 settembre il penalista scrive al collega Giuseppe Cavallaro, legale di Natalia Potenza, l’italo-argentina che ha ingaggiato una battaglia personale con l’ex da quando ha appreso di un presunto tradimento del quale c’è traccia nella documentazione giudiziaria.
Cola non chiede spiegazioni. «Diffida». Sostiene di essere «venuto a conoscenza del fatto che lei e la sua assistita avete consegnato a diversi giornalisti comunicazioni private del mio assistito Lavitola». E specifica che tra il materiale ci sarebbero persino gli scambi di informazioni «intercorse» tra avvocato e cliente. Il riferimento ai giornalisti rende inevitabile collegare la lettera a ciò che sta accadendo in queste ore.
Ieri La Verità ha raccontato lo strappo ormai consumato tra la Potenza e l’ex compagno e il patrimonio di informazioni che la donna potrebbe custodire.
Uno scrigno che può contenere messaggi, documenti e comunicazioni risalenti al periodo in cui Lavitola era ancora libero. E che, evidentemente, interessa anche alla Procura. Ora la difesa dell’ex oste del Cefalù alza il tiro. Anche, probabilmente, per tentare di stoppare quella che sembra prospettarsi come una slavina.
Cola sostiene che la vicenda potrebbe avere «sicura rilevanza penale» e prospetta un’ipotesi precisa: la corrispondenza sarebbe stata acquisita «mediante accesso abusivo ai device di pertinenza» di Valterino.
La mail con «Ordinanza.pdf» nel mirino: l’accusa di accesso abusivo all’account
Con un passaggio molto esplicito. L’intimazione a Cavallaro di non utilizzare «le credenziali di accesso» a una casella mail in particolare: quella che conteneva, come abbiamo ricostruito ieri, l’invio del file «Ordinanza.pdf».
Che, con elevata probabilità, è lo stesso file inviato su WhatsApp alla Potenza da un’utenza denominata «Laura fidanzata Ranucci». Ovvero l’ordinanza di custodia cautelare per i quattro del commando avellinese. I coindagati di Lavitola.
Secondo Cola, il collega e la Potenza si sarebbero impossessati di quell’account «senza il consenso» del proprietario. Infine, la richiesta: non diffondere «comunicazioni private» riguardanti il suo assistito, «a maggior ragione se intrattenute con il suo difensore». La risposta di Cavallaro trasforma la diffida in una dichiarazione di guerra.
Cavallaro replica a Cola: «Respingo il tono intimidatorio della missiva»
E, rivolgendosi a Cola, scrive: «Respingo con forza e senza riserve il tono intimidatorio della missiva». Per Cavallaro le affermazioni contenute nella lettera sarebbero «non verificate» e avrebbero lo scopo di «condizionare l’attività difensiva di un collega e della sua assistita».
Non solo. Il penalista definisce il comportamento contestato «un tentativo inaccettabile di interferire nell’esercizio della funzione forense». Poi contrattacca: il metodo adottato dal collega, a suo giudizio, sarebbe «fondato sulla minaccia, sulla pressione e sul tentativo di intimidire».
La guerra legale si sposta sul materiale della Potenza: «Sarà utilizzato nell’interesse della giustizia»
Elementi che, secondo il legale della Potenza, ricorderebbero «modalità che, a quanto risulta dalle vicende giudiziarie di pubblico dominio, sono già al centro delle gravi accuse che gravano sul suo assistito». Segue un passaggio per stemperare i toni: «Mi auguro che tale assonanza sia del tutto casuale e che lei, in quanto professionista, sappia mantenere la propria condotta entro i confini che l’ordinamento e la deontologia impongono».
Ma il passaggio investigativamente più interessante arriva subito dopo: «La mia assistita […] ha agito e continuerà ad agire nel pieno rispetto della legge». E precisa: «Qualsiasi documento o comunicazione in suo possesso è stato acquisito e sarà utilizzato esclusivamente nell’interesse della giustizia e nei modi previsti dall’ordinamento». È una risposta netta. Che lasciava già presagire il deposito di materiale nel procedimento in cui è incappato il bombarolo reo confesso dell’attentato all’amico Sigfrido Ranucci.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >