È morto il «macellaio di Srebrenica». Ratko Mladić, ex comandante dell’Esercito della Republika Srpska, braccio militare della leadership serbo-bosniaca guidata politicamente dallo psichiatra Radovan Karadzic e braccio destro del presidente Slobodan Milošević, morto in carcere nel 2006.
Morto all’Aja il «boia di Srebrenica»: respinta l’ultima scarcerazione
Condannato all’ergastolo nel 2017 per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, è deceduto a 84 anni in un ospedale penitenziario dell’Aja, come annunciato dal figlio dell’ex comandante, Darko Mladić. Da tempo era gravemente malato, costretto a letto da un anno e mezzo, dopo essere stato colpito da un ictus e da un infarto.
Negli ultimi mesi i suoi avvocati avevano chiesto senza successo la scarcerazione per motivi umanitari. Ci aveva provato anche il figlio, che non l’ha mai abbandonato. Pare che l’ultima richiesta di scarcerazione sia stata respinta proprio ieri, dalla presidente del Meccanismo internazionale residuale per i tribunali penali, Graciela Gatti Santana: «I motivi umanitari addotti non giustificano una misura eccezionale come la scarcerazione anticipata».
Il ruolo nel genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo
Mladić si trovava nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja, dove stava scontando la pena definitiva inflittagli per le atrocità commesse durante la guerra in Bosnia. Il generale dell’Esercito jugoslavo aveva conquistato il macabro soprannome di «macellaio» per il suo ruolo durante l’assedio di Sarajevo e in particolare per la strage di Srebrenica del 1995, uno degli episodi più drammatici della guerra, quando le sue forze conquistarono l’enclave dichiarata «zona sicura» dall’Onu e uccisero più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi, in quello che la giustizia internazionale ha riconosciuto come genocidio. Oggi, ci sono ancora 1.534 salme da identificare e almeno altre 1.000 scomparse nel nulla.
La carriera militare, la pulizia etnica e il dramma familiare
Nato il 12 marzo 1942 nel villaggio di Bozanovici, nell’attuale Bosnia-Erzegovina, Mladić era cresciuto in una famiglia serba. Suo padre Neda, partigiano comunista, era stato ucciso quando lui era ancora bambino. Dopo aver lavorato come operaio metallurgico, entrò nell’accademia militare e iniziò la carriera nell’esercito popolare jugoslavo.
Con il crollo della Jugoslavia nel maggio del 1992, poche settimane dopo la proclamazione dell’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, Mladić venne nominato comandante dello Stato maggiore dell’Esercito della Repubblica serba di Bosnia. Conservò l’incarico fino al 1996 e divenne il braccio armato della pulizia etnica condotta dalle forze serbo-bosniache ai danni dei musulmani.
Oltre al massacro di Srebrenica fu considerato tra i principali responsabili dell’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, durante il quale furono uccisi 11.541 abitanti della città, tra cui 1.601 bambini, secondo le stime del Research and documentation center di Sarajevo. Ana Mladić, la figlia prediletta, si tolse la vita a 23 anni, dopo avere scoperto le atrocità del padre.
La latitanza durata 16 anni e l’arresto nel 2011
«Le frontiere sono sempre state tracciate col sangue, e le nazioni sono sempre state delimitate dalle tombe», amava dire Mladić. Dopo la guerra, il boia visse da ricercato e rimase latitante per quasi 16 anni, protetto dalle forze di sicurezza serbe e serbo-bosniache e successivamente dalla sua famiglia, fino all’arresto avvenuto nel maggio 2011 in un paese nel Nord della Serbia.
Le dichiarazioni al processo e le tesi della difesa
«Io sono il generale Mladić. Il mondo intero sa chi sono», dichiarò durante un’udienza preliminare nel 2011, «Sono qui per difendere il mio Paese e il mio popolo, non Ratko Mladić». Nel corso del processo sostenne infatti di voler essere ricordato come un difensore del popolo serbo, impegnato in una lotta per la sopravvivenza che affondava le radici nei conflitti secolari tra serbi e musulmani e che era tornata drammaticamente attuale con la dichiarazione d’indipendenza della Bosnia-Erzegovina dalla Jugoslavia nel 1992.
Nel corso del processo, i suoi avvocati chiesero la sua assoluzione e il suo rilascio, sostenendo che non aveva mai approvato gli eccidi di massa di civili musulmani o croati nella guerra in Bosnia e che era vittima del pregiudizio antiserbo occidentale.
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