Mentre la difesa di Valter Lavitola, l’oste del Cefalù bistrot che ha ammesso di essere il bombarolo premuroso, prepara una nuova richiesta al Riesame e valuta di riportare il mandante davanti ai magistrati per riempire i vuoti della confessione, il suo legale, Sergio Cola, torna a battere su uno dei punti più delicati del giallo.
Non è una novità, ma una tesi che l’avvocato ribadisce alla vigilia dell’incontro nel carcere di Rebibbia con il suo assistito: «È intuibile che dopo l’attentato Ranucci avesse capito chi fosse il mandante». E il fatto che Cola insista proprio su questo passaggio trasforma una frase già pronunciata in un tassello che la difesa sembra voler inserire stabilmente dentro la ricostruzione del caso.
Con un altro elemento: «Gli atti», aggiunge Cola, «dimostrano che Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta». Il particolare serve a irrobustire la spiegazione fornita al gip da Lavitola dopo l’arresto: l’attentato sarebbe stato organizzato per proteggere l’amico, costringendo lo Stato ad aumentargli la tutela.
Se, come sostiene Cola, Ranucci aveva capito che Lavitola era il mandante, bisognerà stabilire quando quella convinzione sarebbe maturata e leggere alla luce di quella data i rapporti successivi tra i due. Il 4 novembre 2025, meno di tre settimane dopo l’esplosione, davanti alla Commissione antimafia l’inchiestista Rai aveva analizzato la dinamica dell’attentato e osservava che «quell’ordigno che è stato messo davanti casa è stato messo in una posizione probabilmente di non offendere», perché appoggiato alla spalla del muro in modo da dirigere gli effetti soprattutto verso le automobili e non verso l’abitazione.
La scorta di Ranucci e la spiegazione di Lavitola
Ranucci, proprio in quella occasione, confermò anche l’effetto immediato dell’esplosione sulla propria sicurezza: «Mi è stata aumentata la scorta. In questo momento ho l’esercito davanti casa e un’auto blindata». Sono elementi che ora Cola utilizzerà per supportare la confessione altruistica del suo assistito.
Ma nell’ordinanza il significato dell’attentato viene letto in maniera molto più ampia. Il gip scrive che l’obiettivo attribuito a Lavitola sarebbe stato duplice: mettere Ranucci al riparo dalle contestazioni che ne minacciavano la permanenza alla guida di Report, una volta trasformato in «un bersaglio della criminalità organizzata», e «aumentare esponenzialmente la popolarità» del giornalista per agevolarne la futura «discesa in campo».
La bomba e il progetto politico per Ranucci
E nelle carte c’è una coincidenza temporale che il giudice considera tutt’altro che casuale. Dopo la bomba, scrive la gip, «gli sfoghi di Ranucci sulle proprie difficoltà lavorative cessano». Contemporaneamente il giornalista comincia a condividere con Lavitola «con soddisfazione» sondaggi e commenti sul momento di grande popolarità. Per il giudice l’attentato rappresenta quindi un dato «estremamente positivo e favorevole» per il progetto politico coltivato da Lavitola.
Le frasi dal carcere e la posizione di Report in Rai
Ma il capitolo più ambiguo arriva dal basso della piramide, dal commando accusato di aver materialmente realizzato l’attentato. In carcere, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino discutono dell’inchiesta. Mutone sostiene che nei livelli superiori «si sono venduti tra di loro». E D’Avino prende le distanze dal significato dell’azione: «Noi non abbiamo dato fastidio a nessuno! È una cosa che hanno fatto tra di loro!».
Poi insiste: «Le persone non se la devono prendere con noi, sai perché? È una cosa che si sono fatti loro». Il gip interpreta quelle conversazioni come riferimenti alle «dinamiche dei livelli superiori», non come prova di un coinvolgimento della vittima. E questo confine va mantenuto.
Per ora la frase di Cola si posiziona più avanti delle carte prodotte dagli inquirenti. Nell’attesa che anche Gomes Clesio Tavares torni in Italia, come ha annunciato l’altro giorno al Tg1. Intanto, la posizione di Ranucci in Rai resta in bilico (mentre si attende una nuova convocazione da parte dei pm).
La Russa: «Report va cambiato, non eliminato»
Ignazio La Russa, intervenendo a Bar Italia di Fdi, ha sostenuto che «Report non vada cancellato ma cambiato», contestando quella che considera una sproporzione nelle inchieste dedicate al principale partito di sinistra: «Solo l’1,5 per cento dei casi».
Il vertice del Senato ha aggiunto che non gli interessa necessariamente la permanenza di Ranucci alla conduzione, purché il giornalismo d’inchiesta non venga usato «per attaccare qualcuno». E con una battuta finale, ha osservato: «Non vorrei che ce ne mandino uno peggio, la vedo difficile ma potrebbero trovarlo».
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