«Sottrarre Alfredo Cospito al regime carcerario 41 bis». L’anarco-insurrezionalista al 41 bis è il soggetto di uno dei post dei medici anti Cpr, nella loro mailing list ristretta, che ben descrive il terreno sul quale nasce e si sviluppa la mobilitazione per evitare il trattenimento degli stranieri: la contestazione dei luoghi e degli strumenti della detenzione.
Cospito e la matrice anti-istituzionale
Una matrice che gli stessi promotori richiamano quando propongono di recuperare «gli strumenti e le pratiche dell’esperienza anti-istituzionale degli anni Sessanta e Settanta». Messaggio dopo messaggio, anno dopo anno, la mailing list è cresciuta a dismisura. Perché molto prima che la Procura di Ravenna intervenisse con perquisizioni e sequestri di smartphone, qualcuno aveva già deciso che servivano una «mappatura», medici da coinvolgere, strutture da individuare, materiale «iper-diretto e pre-masticato» per i colleghi e persino «piccoli e grandi atti di disobbedienza civile». Oggi quelle parole assumono inevitabilmente un peso diverso.
La Procura di Ravenna ipotizza l’esistenza di una rete di sanitari organizzata per impedire, attraverso false certificazioni, l’invio degli stranieri irregolari nei Centri di permanenza per i rimpatri. Il 16 settembre la polizia ha eseguito 23 perquisizioni in diverse città italiane. Nicola Cocco, infettivologo della Società italiana di medicina delle migrazioni e animatore della campagna no Cpr, è stato indicato dagli inquirenti come figura di riferimento della rete ed è indagato per associazione a delinquere.
Quasi tutti gli altri destinatari delle perquisizioni, invece, al momento dell’operazione non risultavano indagati. Cocco respinge l’impostazione accusatoria: sostiene di non avere mai invitato i colleghi a produrre falsi e rivendica una campagna culturale contro i Cpr. Le mail, che La Verità ha potuto consultare, consentono però di ricostruire gli scambi di opinioni tra i sanitari dell’antagonismo.
La «resistenza diffusa» e i medici da coinvolgere
La cornice viene dichiarata apertamente: con tanto di asterischi al posto delle desinenze: «Un’iniziativa costruita con il contributo di «espert*, giornalist*, avvocat*, medic*, studios* e attivist*» si propone di affrontare il tema dei trattenimenti utilizzando «gli strumenti e le pratiche dell’esperienza anti-istituzionale degli anni Sessanta e Settanta», da «ri-attualizzare» rispetto al contemporaneo governo.
Non è soltanto teoria. La strada indicata è quella della «resistenza diffusa» e del «granello di sabbia» che ogni individuo è chiamato a inserire «nell’ingranaggio». «Soprattutto» attraverso «piccoli e grandi atti di disobbedienza civile». Poi vengono chiamati in causa gli operatori coinvolti «nel funzionamento dei Cpr e dei luoghi di detenzione amministrativa», cominciando proprio da «dottori e dottoresse cui sia richiesto di certificare l’idoneità delle persone alla vita nei Cpr».
L’indicazione è quella di considerare, «in coscienza e secondo le loro regole deontologiche, l’atrocità e la violenza del luogo» e quindi «l’inidoneità di chiunque a esservi rinchiuso». E il cosiddetto «decreto Cutro», viene spiegato agli iscritti, avrebbe portato sempre più operatori sanitari a confrontarsi, «volenti o nolenti», con un Cpr o un hotspot nella propria Regione. Ma anche a essere «chiamati a valutazioni di idoneità dei candidati trattenuti», a intervenire in Pronto soccorso oppure a ricevere «proposte di lavoro in questi centri».
La «Campagna Dottor*» prende forma
Poi la rete cresce. In un’altra comunicazione si racconta che «davvero tante» persone avrebbero chiesto da tutta Italia di entrare nel gruppo. In particolare «dottor* chiamat* a certificare l’idoneità al trattenimento in Cpr» che si sarebbero trovati «a disagio in questo ruolo» e avrebbero chiesto «consiglio e informazioni» sulla «campagna». L’1 febbraio 2024 si fa un altro passo.
«La “Campagna Dottor*” è stata avviata, ma va “spinta”», si legge nella mailing list. Viene fissato un incontro online per il 20 febbraio. Agli iscritti viene affidato anche un compito molto preciso: «Segnalarci se doveste individuare strutture o dottor* con l’incarico di effettuare valutazioni di idoneità alla vita in comunità ristretta in Cpr in giro per l’Italia».
La campagna cerca anche il modo di raggiungere i medici meno politicizzati. Ed è qui che compare un’altra mail particolarmente significativa. Chi ha preparato un pacchetto di slide spiega di avere incontrato «una serie di colleghi e colleghe» che «sarebbero anche disposti a non firmare», ma privi della necessaria conoscenza dell’argomento. Sono persone, osserva, che forse non parteciperebbero a un evento pubblico, ma potrebbero essere raggiunte attraverso materiale «iper-diretto e pre-masticato».
La rete tra medici e città italiane
C’è chi valuta anche le conseguenze. Il linguaggio ricorda quello della galassia antagonista: «Al netto della predisposizione ideologica», si legge nella mail, «essendoci di mezzo guardie e autorità varie, chi manca di cultura dell’opposizione è interessato anche alle proprie conseguenze legali».
Nell’autunno del 2024 la geografia comincia a riempirsi. Un certo Vito si dice disponibile a raccogliere firme a Bologna e propone di muoversi insieme a un collega che frequenta più medici di lui. Immagina un’iniziativa in un circolo frequentato da medici e psicologi. E aggiunge: «Sia a Ferrara che ad Ancona ho contatti». Il 21 ottobre risponde Vanessa. Dice di essere «in contatto con medici di diversi ospedali e Ausl». E aggiunge: «I nostri gruppi sono un po’ ovunque e abbiamo già gruppi attivi nella rete no Cpr sia a Bologna, sia nelle Marche che a Ferrara e in altre città».
Ma c’è anche un’altra mail. Marianna fa sapere di lavorare nell’Ausl Bologna, «area migranti e vulnerabilità», e di fare parte del Gris Emilia-Romagna, il gruppo locale della Società italiana di medicina delle migrazioni, «che può essere assolutamente coinvolto».
Federica le risponde mettendosi a disposizione per Bologna. Ma apre un’altra casella sulla cartina: «Sono iscritta all’ordine di Bari e potrei provare a estendere la cosa tramite i miei amici medici lì». Si parla di Brindisi. Del San Gerardo di Monza, dove «non vengono più effettuate le visite di idoneità». Cocco riferisce che in Ats Brianza se ne occuperebbero «in particolare alcuni giovanissimi medici».
Si discute di Milano, Reggio Emilia e Modena. E si parla di nuovo di Bari. Si affrontano i casi di immigrati riportati in Italia dall’Albania per inidoneità e sottoposti a una nuova valutazione per l’eventuale trasferimento nel Cpr barese. Ed è a quel punto che un utente ricorda che «qualcuno a Bari aderisce alla nostra Campagna». La chiamavano «resistenza diffusa». Quella che avrebbe dovuto permettere al «granello di sabbia» di finire «nell’ingranaggio». Adesso la Procura di Ravenna vuole capire se, da qualche parte, quel granello di sabbia abbia preso la forma di un certificato medico.
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