Due fogli scritti a penna e ciclostilati. Una specie di manuale di sopravvivenza per il medico anti Cpr, con in evidenza i passaggi salienti per certificare le inidoneità e, allo stesso tempo, farla franca. Si parte da come motivare la diagnosi per uno straniero destinato a un Centro di permanenza per i rimpatri e si arriva a cosa fare quando alla porta si presenta la polizia con un decreto di perquisizione.
Gli appunti per i medici anti Cpr
Due fogli scritti a penna e ciclostilati. Una specie di manuale di sopravvivenza per il medico anti Cpr, con in evidenza i passaggi salienti per certificare le inidoneità e, allo stesso tempo, farla franca. Si parte da come motivare la diagnosi per uno straniero destinato a un Centro di permanenza per i rimpatri e si arriva a cosa fare quando alla porta si presenta la polizia con un decreto di perquisizione. In mezzo ci sono il codice penale, la deontologia professionale, la direttiva Lamorgese, una convinzione appuntata senza troppi giri di parole («i Cpr sono patogeni»). Ma, soprattutto, un «escamotage» da utilizzare: «La sofferenza/fragilità psicologica» e la positività all’esame del «Quantiferon», quello che permette di scoprire l’infezione da tubercolosi, se il paziente «non ha ancora fatto Rx torace».
Gli appunti manoscritti che La Verità ha potuto visionare condensano molti dei temi che ricorrono nella mobilitazione dei sanitari contrari ai Centri per i rimpatri. Non è facile ricondurli a chi li abbia materialmente redatti (per quanto sopra vi siano impressi due nomi, quello dell’avvocato Eugenio Losco, il difensore di Nicola Cocco, il medico infettivologo della Simm indagato per associazione a delinquere e considerato l’ideologo della Rete Mai più lager No cpr, e quello di tale dottor Gozzi), ma si tratta di materiale che sarebbe circolato negli ultimi mesi nell’istituto penitenziario la Dogaia di Prato. E da lì sarebbe uscito.
In cima alla prima delle due pagine campeggia un inequivocabile «No Cpr» cerchiato e sottolineato. Poco più sotto compare un argomento decisamente più scomodo, preceduto dalla parola «rischio»: «Falso ideologico». Ovvero la contestazione che la Procura di Ravenna muove ai medici indagati (si tratta quindi di un documento successivo all’apertura dell’inchiesta). Accanto viene richiamato l’articolo 481 del codice penale, quello che punisce la falsità ideologica commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità. Negli appunti vengono indicate anche le possibili conseguenze: «Reclusione fino a un anno» e ammende «da 50 a 500 euro». A lato compare un riferimento ai «medici di Ravenna» e alla «deontologia medica». Ma anche quella che sembra una interpretazione: «L’hanno fatto prob. perché è la sostanza della campagna No Cpr».
Il rischio del falso ideologico
Con un’annotazione ulteriore che, però, risulta difficile da agganciare al resto del testo: «Dalla polizia perché vinceranno il processo». È un particolare che, alla luce dell’inchiesta, non passa inosservato. Ma occorre tenere ben distinti i livelli: la presenza di quel passaggio documenta soltanto che chi ha messo su carta quegli appunti conosceva il cuore della vicenda del Reparto di malattie infettive del Santa Maria delle Croci. Segue, infatti, una frase: «Dobbiamo tutelare la salute della persona». Quindi il riferimento all’articolo 3 della direttiva Lamorgese e alle condizioni di vulnerabilità da prendere in considerazione.
Nell’elenco manoscritto compaiono «malattie cronico degenerative» e «malattie psichiatriche». Poi arriva una frase ancora più esplicita: «Il mio invio in Cpr crea un danno alla salute della persona». Non vengono annotate soltanto norme, ma viene sviluppato un ragionamento sul rapporto tra il trattenimento e la valutazione sanitaria. Il passaggio successivo riporta l’articolo 32 del codice deontologico: «L’obbligo del medico di tutelare la dignità e la salute della persona». Con una domanda sulla possibilità di riconoscere l’inidoneità di un paziente sottoposto a una terapia farmacologica che non avrebbe prodotto effetti. La grafia rende alcune parole meno nitide, ma il senso del ragionamento conduce alla riga successiva, molto più leggibile: «Ok», freccia, «sofferenza psichica legata al trasferimento in un Cpr». E infine la tesi generale: «I Cpr sono patogeni come è emerso a livello internazionale (come dice anche l’Oms)».
Sofferenza psichica e inidoneità al trasferimento
Il secondo foglio sembra quasi il capitolo successivo dello stesso prontuario. Il titolo è «Testo unico immigrazione». Sotto vengono richiamati gli articoli utili e annotato che «il provvedimento di espulsione e il decreto di trattenimento nei Cpr devono essere comunicati all’interessato». Poi l’attenzione si sposta sulle garanzie riconosciute allo straniero: deve essere informato dei motivi del trattenimento e delle modalità per presentare ricorso «in una lingua a lui comprensibile». Vengono richiamati anche il regolamento di attuazione, la direttiva Rimpatri del 2008 e persino l’ordinamento penitenziario. Ma è dentro un grosso ovale che compare il passaggio clou: «Cosa fare in caso di perquisizione».
Ed ecco il vademecum. L’iniziativa, si legge, può essere del pubblico ministero o del ministero dell’Interno. «Deve esserci un motivo valido». Bisogna «chiamare subito avvocato che assista». E se il legale non può intervenire, negli appunti viene indicata un’altra soluzione: «Si può chiedere che una persona di fiducia sia presente per testimoniare». Ma se è difficile risalire all’autore, è più semplice capire a chi quei foglietti fossero destinati. Due ipotesi: ai detenuti stranieri in procinto di essere trasferiti per l’espulsione; ai sanitari che frequentano il penitenziario. Ma, soprattutto, a chi, davanti a un immigrato da trasferire, avrebbe dovuto sapere quali norme richiamare, quali tutele invocare e come comportarsi per evitare grane giudiziarie.
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